C’era una cinese, un flauto, un parrocchetto

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Chiacchiere cinesi vicino alla Biblioteca

Nutrie, papere, pesci, tartarughe, aironi. Credevo di aver visto tutto al Parco Sempione, mi mancava solo il parrocchetto. Ne avevo anche sentito parlare, quest’inverno, ma se ne dicono tante. E ne succedono talmente tante di cose incredibili in questo mondo,  per lo più violenze e strazi senza fine, ne succedono troppe e siamo tutti affaticati e impotenti, ci mancherebbe anche che dessimo importanza ai pennuti. Però per sopravvivere ci vogliono anche notizie così, incredibili ma innocue come le favolose finzioni dei mitomani. Vuoi sapere l’ultima? No. Ma si tratta di un pappagallino… E allora va bene, dimmi.

Me ne stavo quieta su una panchina, questa mattina, e posso proprio confermare che i parrocchetti di Parco Sempione esistono davvero, ne ho visto uno passarmi sopra la testa. Il corpo giallo con dettagli verdi e le ali tese, sfrecciava velocissimo gorgheggiando, per poi posarsi e confondersi dentro un grande albero dalla chioma molto folta. Non ho dubbio che sia stato attirato dal suono ipnotico di un flauto panciuto che veniva soffiato poco più sotto, e anche qui rasentiamo la sfera dell’incredibile. La signora cinese, alternando la postura seduta a quella in piedi, suonava per  un teatro vuoto. Quasi vuoto. È estate, le persone serie sono al lavoro o in vacanza o dentro la biblioteca che è lì vicino. Il gruppo di cinesi che si esercita ogni giorno nel tai chi e in danze più o meno folcloristiche se n’era già andato ed eravamo rimasti solo io, che mi davo un tono impegnato maneggiando quaderno e agenda, e l’uomo di colore sull’altra panchina del piazzale. Era un po’ trasandato, forse aveva passato la notte fuori, forse quella panchina era la sua casa. L’uomo mostrava platealmente di gradire la musica attraverso ampi cenni da direttore d’orchestra e occhi chiusi.
Lei era sulla terza panchina, proprio sotto l’albero del parrocchetto, e suonava per puro piacere, almeno così mi piace interpretare i suoi gesti calmi e l’assenza di cenni di esibizionismo nello sguardo. Non cercava complici, non era a noi che intendeva connettersi. O forse sì? Ogni tanto si alzava in piedi e si dirigeva verso l’albero, girandogli intorno e continuando ad emettere quel suono sottile,  come a rendergli onore e a dialogare con lui. Lui chi? L’albero o il parrocchetto, che gradiva e rispondeva? Non si sà, ma di dialogo si deve essere trattato.
E poi? Ha riposto lo strumento nella custodia, ci ha salutato in cinese e se ne è andata. Il parrocchetto invece ha continuato a cantare.

Pensatela come volete, ma non ho inventato niente. Per il volatile non sono stata pronta, ma ho ripreso per un minuto la flautista con il cellulare. Il video è caricato sul mio profilo instagram, privato ma non così tanto.

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