Accelerato piano

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Saul Steinberg sosteneva che “viaggiando in autobus, se si riesce a sedere nella prima fila, si gode della vista ideale, la più rara e più nobile, la vista dell’uomo a cavallo“.
Ma sull’accelerato delle 14.15, che parte da un punto imprecisato della pianura padana e termina in un capolinea a caso di una linea metropolitana milanese qualsiasi, sedersi in prima fila è proprio impossibile. Vi si accalcano studenti di ogni tipo, con i loro discorsi e i loro appunti, gli zaini già sporchi a novembre e gli sguardi di sbieco, a spiare quella che piace fino ad arrivare lì nei dintorni – ma per caso, s’intende – come Dante con Beatrice in chiesa in quelle tre paginette da portare per giovedì terza ora.

“Eravamo in pausa e la regola della pausa è che non bisogna limonare con gli altri”, questo il tono medio dei discorsi. Fuori tempo e fuori posto disobbedisco a Steinberg e mi caccio in fondo, dove trovo libero, e un po’ li guardo e origlio un po’ mi perdo nel mio, di mondo, che quando è su quella strada lì sta appeso tra due case e si prende una pausa, conta gli aironi e i cachi, si bea di dettagli inutili, non ottimizza. Ignoro le scadenze con un sorriso e “toh guarda, una nutria”. Scanso i compleanni, accarezzo con un sospiro chi invecchia e chi cresce, la mia linea del tempo si fa contorta come il percorso di questo accelerato che non salta un paesino, una frazione o un cimitero. Piuttosto, torna indietro.

Bene, io ci ho messo quarantadue anni per concedermi il lusso episodico di non essere schiava delle date, ma se alzo gli occhi noto che c’è chi l’ha già capito. A giudicare dalla tratta, non ha più di diciotto anni. Quanta saggezza fornisce un due di picche della Beatrice di turno!

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