Intervista a Davide Calì

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Chi sei? Cosa fai?

Mi chiamo Davide Calì. Sono stato un fumettista per anni, ora perlopiù scrivo libri per bambini ma continuo a sceneggiare anche fumetti. Mentre scrivo giro per il mondo cercando di resistere alla tentazione di comprare una chitarra in ogni posto dove vado.

Sei un autore prolifico e internazionale. Per conoscerti meglio, ti chiedo di individuare cinque pubblicazioni che in qualche modo siano momenti di evoluzione nel tuo lavoro.

Ho pubblicato molto e poiché mi piace cambiare e fare cose nuove ho diversi libri che in qualche modo sono stati importanti.

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Un papa sur mesure, illustrato da Anna Laura Cantone, è stato il mio primo libro francese (2004) e il mio primo con Sarbacane, con cui lavoro da oltre dieci anni.

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Moi, j’attends (Sarbacane), venuto l’anno dopo, è stato il libro che ha cambiato tante cose: tradotto in 15 paesi, oltre 250 mila copie vendute nel mondo. È stato un libro coraggioso per un piccolo editore, ma il coraggio ci è stato ampiamente ripagato. (Qui un assaggio del corto animato)

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L’Amour? C’est mathématique! (Sarbacane) è stato il mio primo romanzo, Polline, una storia d’amore invece è stato il mio primo libro con Kite e il primo con Monica Barengo, una giovane illustratrice di una bravura straordinaria. È anche il primo in cui parlo di amore triste. (booktrailer)
Anche questo è stato un libro rischioso, per tutti: innanzi tutto per Monica che accettò di illustrarlo anche se non avevo ancora un contratto, e poi per Kite – il primo editore cui ho spedito il progetto – che lo prese subito. Sapevamo che era un libro difficile, ma abbiamo voluto farlo lo stesso.
È andata a finire che è piaciuto tantissimo. Lo hanno ristampato dopo un anno.

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I didn’t do my homeworks è invece il mio primo libro americano, frutto della collaborazione con la star dell’illustrazione francese Benjamin Chaud e Chronicle Books. Il libro ha battuto tutti i miei record di vendita: 17 traduzioni in un anno, solo in Francia ne hanno venduto 12 mila. Ne è già uscito un secondo e abbiamo appena finito il terzo. In America questa estate esce il primo doodle book, un libro di attività, da colorare e disegnare, che contiene un sacco di materiale inedito.
È anche il primo libro realizzato con la preziosa collaborazione della mia agente americana Debbie Bibo.

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Poi c’è Le double (booktrailer) che è forse il mio primo racconto di fantascienza. È anche il mio primo libro con l’editore svizzero Notari, con il quale spero ce ne siano altri e il mio primo con Claudia Palmarucci, un’altra giovane illustratrice di grande talento, oltre che una persona a cui tengo molto.

Mi sa di aver già superato i cinque libri. Se posso aggiungerei ancora Snow White and the 77 dwarfs, illustrato da Raphaëlle Barbanègre (booktrailer) che inaugura una piccola serie di libri comici che usciranno in Canada con Tundra Books e Tutte le ossessioni di Victor invece segna il mio ritorno, dopo parecchi anni, al fumetto per adulti. Ci tengo molto a citarlo perché è la mia prima graphic novel e perché è illustrata da Squaz, che oltre ad essere un disegnatore straordinario e una persona di grandissima professionalità mi offre la possibilità di smentire la voce che lavoro solo con belle ragazze.

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Non ti ho ancora detto che siamo seduti sulla sabbia. Tracciamo una linea. È dritta? Spezzata? Barocca?

Non so. A me sulla sabbia piace costruire gli Ziqqurat. Ma perlopiù vado poco al mare: sono allergico al caldo.

Ti faccio accomodare su questa seggiolina in miniatura. Come vedeva il mondo Davidino?

Troppo lento.

Ora affossati qui, dentro Joe, il guantone da baseball in pelle. Comodo? Mi piacerebbe parlare di cultura pop e letteratura per l’infanzia. E del perché in Italia non esiste questo tipo di produzione. E di come si può rimediare.

Penso che se una cosa ti piace devi farla, anche se sei l’unico a farla. Se vorresti che una cosa capitasse ma non sta capitando, allora vuol dire che forse puoi farla capitare tu.

Questa domanda rappresenta il picco di coraggio di questo blog, sappilo. Tutti quanti se lo chiedono.
Per popolarità internazionale, impatto sulle vendite e look, hai tutto della rockstar. Persino il cognome non suona banale. Ci si aspetterebbe da te libri alla Edward Gorey, un po’ perfidi, mentre spesso i tuoi progetti hanno una vena di romanticismo davvero poetico, delicato. Quando un elefante si innamora, per esempio, o Un giorno senza un perché. Bene, dove tieni nascoste le ali?

Le ali? Sono ali da pipistrello e non le ho mai tenute nascoste.

Infilati pure in questa Bubble Chair. Mentre ti dondolo cercando di ipnotizzarti, descrivimi il libro che hai in mente e che sai che non ti farebbero mai pubblicare. Non deve essere necessariamente per bambini.

Boh! Credo che prima o poi ogni libro trova la sua collocazione, anche se non è facile. Ho tanti progetti un po’ inconsueti. Uno per esempio riguarda design ed erotismo, uno invece è una storia per bambini che parla di architettura. Tra le storie difficili ho anche un romanzo, che forse non lo è, forse è un fumetto o un film. Il primo editore che l’ha letta mi ha detto che è troppo allucinante, e troppo violento, ma io penso che sia solo perché è una storia che non somiglia a nulla di quello che ho scritto finora. Prima o poi troverà la sua strada. Penso più facilmente in America.

Chi è stato una sedia della tua vita? Hai mai avuto maestri o mentori?

A me a dirti la verità, non piace sedermi e in generale non mi piacciono le sedie e comunque sto sempre seduto sul bordo. Mi piacciono le poltrone, per stare comodo, ma perlopiù preferisco lo sgabello.
Detto questo, maestri penso di averne avuti tanti: Isaac Asimov, Andrea Pazienza, Rick Allen, Roald Dahl, Mark Twain, John Belushi, Italo Calvino, Woody Allen, Axl Rose, Tomi Ungerer, Billy Corgan, Dino Buzzati. Da tutti ho imparato qualcosa. Da Asimov ho imparato a non buttare via nulla perché tutto torna utile, prima o poi, da Woody Allen ho imparato il tempo comico, da Rick Allen che se perdi un braccio in un incidente di macchina puoi passare il resto della vita a piangere oppure imparare a suonare la batteria con il braccio che ti è rimasto e i piedi e continuare a riempire gli stadi facendo casino col tuo gruppo.

Hai mai dato calci alle sedie?

Sì, sempre. Come ti ho detto, non mi piace stare seduto troppo a lungo. Soprattutto non mi piace stare seduto dove piace agli altri.

Ora immagina due sedie senza fronzoli una di fronte all’altra. Una sosta, un dialogo non mediato dalla tecnologia. Un incontro necessario. Chi conta tanto da farti fermare?

Non ho capito la domanda.

Tocca a tutti. Tu che sedia sei?

Il sedile della Match Patrol di Haran Banjo, pilota del Daitarn III.

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Per chi ha bisogno di un ripasso, qui.

Regalami una sedia della tua vita.

Non ci sono sedie romantiche nei miei ricordi. Ma come ti ho detto non i piace stare seduto.
Preferisco stare sotto il palco, in prima fila, a cantare a squarciagola, stordirmi le orecchie e guardare sotto la gonna della bassista.

Info: http://www.davidecali.com/

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3 pensieri su “Intervista a Davide Calì

  1. Ho preso diversi libri di Calì per la nostra Biblioteca Comunale. Lo amo molto ed è davvero piacevole avvicinarlo un po’ di più grazie a questa intervista.

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