Lo sgabello con complessi di inferiorità nei confronti del divano. Storiella di sedia scritta in quindici minuti.

Mi è sempre stato antipatico.
Sempre al centro dell’attenzione, ovunque sia. Quando eravamo in vetrina, per esempio. Lui lì, in mezzo, io nell’angolo.
E una volta comprati, poi, non ne parliamo. Un incubo.
Si azzuffano per salire su di lui. E ci fanno di tutto. Anche quello che non si può.
Per lui c’è la coda, conquistare lui è essere padroni del mondo. È una pancia morbida che assorbe la stanchezza. È un’astronave ferma che guarda l’universo girare. È un forziere: basta infilare la mano negli interstizi e ci trovi di tutto: camion, torte, lumache.
È adatto per i piccoli e per i grandi, per i grassi e per i magri, per i giovani e per i vecchi. È affidabile, non perde mai l’equilibrio, lui.
È talmente importante che ci abbinano tende e cuscini. E nomi di designer e mode e epoche e stili. Ci si costruisce l’intera casa intorno.
Mi fa una rabbia.
Me, mi hanno pensato col culo.
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Queste immagini (fonte: Docuwiki) sono screenshot di un bel documentario trasmesso anni fa dalla BBC
e curato da Alan Yentob, giornalista molto noto. Qui ne parlò il Financial Times.
Il video, intitolato Are you seattting comfortably? e non disponibile in rete, è una bella narrazione sull’argomento “sedia”,
tema affrontato dal punto di vista antropologico proprio come fa questo blog.
Beh, con mezzi in campo un po’ diversi…
Ringrazio Giancarlo Neri per avermelo fatto conoscere.

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