Clizia nel ’34 (Montale)

Mi era sfuggito che nella progettazione della famosa chaise longue che si attribuisce sempre troppo frettolosamente a Le Corbusier ci fosse il pensiero di una donna. E che donna, Charlotte Perriand!. Non mi sfugge, invece, quanto questo tipo di seduta possa prestarsi ad atteggiamenti teatrali, stilosi o goffi secondo la persona accomodata e la sensibilità dell’osservatore. Perché se spalmarsi su un pezzo di design in totale solitudine può essere una piacevolissima esperienza rilassante, immagino che l’idea di venire osservati in un momento di abbandono implichi una gestione accorta della propria vulnerabilità. E lì incominciano a sorgere i problemi. Non siamo cani che mostrano arrendevoli il pancino appena si fidano, senza porsi troppe questioni. La chaise longue espone il corpo e impone una postura, contrasta i nostri naturali gesti di pudica protezione. Omamma, le mani, dove le metto le mani? E la pancia? In dentro, contratta, però con il sorriso. E le gambe? Dritte dritte no, che si spampanano i piedi. Accavallate, ecco, ma con naturalezza. Sì, ciao, la naturalezza.
Rifletto a margine sulla curiosa abilità di farsi venerare che hanno certe persone. Curiosa e inconsistente, basata su un consapevole gioco delle parti, teatro – appunto – privo di rischi perché non contempla l’improvvisazione e una vera relazione emotiva: si mettono in gioco quelle quattro gag di maniera, anche l’eccentricità è spesso un elemento del repertorio e alla fine niente cambia. Appuntamento alla prossima replica. Concludo che la venerazione è faccenda noiosissima. Perdonami, Eugenio.

Clizia nel ’34

Sempre allungata
sulla chaise longue
della veranda
che dava sul giardino,
un libro in mano forse già da allora
vite di santi semisconosciuti
e poeti barocchi di scarsa reputazione
non era amore quello
era come oggi e sempre
venerazione.

Eugenio Montale

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 A 1929 photograph of Perriand reclining in the chaise longue
she designed with Le Corbusier and Pierre Jeanneret

immagine da qui

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