Di là, in salone

Laggiù, in mezzo ai campi e alle frisone, negli anni settanta c’erano cascine che non erano ancora state riconvertite ad agriturismo. Erano cascine vive, non mummificate, si evolvevano nel bene e nel male. Cascine di corte, aia di cemento recente, stalla all’avanguardia: la pianura padana era così, brutalista all’occorrenza.
Spesso dentro le cascine vi erano ancora stanze molto simili a cinquanta, sessant’anni prima. Camere da letto immutate, letti da arrampicare, armadi con lo specchio, acquasantiere mignon appese al muro. Nella cascina che io ricordo, la zona giorno era la più permeabile alla modernità, si trasformava. Qualche mobiletto era diventato di fòrmica, la televisione era sempre accesa, ma il fornello a gas conviveva ancora con la cucina a legna. A dirla tutta le cucine erano due. Una – quella della stufa a legna, più piccola e operativa – per i gesti del “cucinare duro”: pranzi della domenica, lunghe cotture, fritti, dolci. Era la zona per nutrire il pianeta con cibo senza fronzoli, ben condito e trangugiato alla spiccia. Gesti d’amore, forse, ma guai a sottolinearlo. L’altra cucina, quella moderna, era usata come dispensa, per scaldare il latte o come refettorio quotidiano. Era quella la stanza pubblica della casa, con il viavai informale, le finestre aperte, le zanzariere, il profumo di erba e letame. Nella stanza troneggiava, incoerente rispetto alla fòrmica, un divano rigidino foderato in damasco. Utumàna era il suo nome e lì sostavano zie, vicine di casa, un nonno molto malato e noi, nipoti goldrake-dipendenti.
Come ogni casa che si rispettasse, la cascina aveva però anche una stanza per le grandi occasioni: il salone. Si trattava di una stanza fredda e in penombra, con un gradevole odore di chiuso e di pelle nuova. Un tavolo grande, molte sedie misteriose e mute. Due vetrinette piene di piatti e bomboniere. Era la stanza delle S: salone, salotto, silenzio. Il salotto in pelle bordeaux era costituito da un divano e due poltrone coordinate, ingentilite da freschi cuscini in lino bianco finemente ricamati e bordati a punto erba. Io la conosco, la storia di quei cuscini. Il lino era stato altro, lenzuolo forse o tenda, un recupero quindi. Impensabile buttare un tessuto ricamato solo perché strappato. A dispetto di una certa taccagneria che irridevo, quando si trattava di ricami portavo grande rispetto e quel ridurre, riadattare, far rivivere l’opera paziente di zie sconosciute e bisnonne, mi sembrava un gesto luminoso di grazia – quella che non trovavo in tutto il resto dell’ambiente e delle persone. Una raffinatezza istintiva e naturale, come respirare, nascosta per pudore o cattocampagnola modestia in mezzo a gesti bruschi e minimizzanti, che al solo pensarci ancora mi arrabbio.
Pur essendo ai miei occhi molto affascinante, il salotto aveva certamente accolto ben poche conversazioni. Quella gente lì delle frisone non si lasciava impressionare e si contavano sulla punta della mano le occasioni per poter consumare il salone. Nella maggior parte dei casi, la cucina moderna andava più che bene e un caffè, un’anatra con i chiodini, un panino con il salame e una spuma non venivano mai negati. Be’, io notabili che animassero il salone non ne ho mai intercettati e lì ci entravo di nascosto, per sentire il fresco dei muri spessi, per l’odore che mi piaceva molto e per lisciare la pelle nuova e preziosa. Non credo di aver mai osato sedermi, nemmeno l’ho pensata come trasgressione ipotetica una cosa del genere. Io, piccolina, nel salone da contemplazione.

***

Erano anni che non pensavo a quegli ambienti, a quegli odori. Qui su Measachair praticamente tutti hanno raccontato la sedia, la poltrona, il divano della nonna e io non l’avevo mai fatto. Perché? Troppo sepolti, forse, sono riemersi pensando all’incontro che terrò da Corteccia, a Milano in occasione del Salone del Mobile. Mi sono messa dalla parte dell’intervistato, per una volta, e ho risposto alla domanda “Mi regali una sedia della tua vita”.
Caspita, la chiave della sedia della memoria apre stanze davvero molto personali. Cose da adulti che pensano a quando erano bambini, cercando le ragioni – o i dissensi – dell’inventare.
Sempre da Corteccia, ai bambini è dedicato un laboratorio per ragionare sulle idee, per riconoscerle e per creare il nuovo: costruiremo il flexagono di Spazio “10 idee sulle idee” e ne creeremo altri: unici, personali, inimitabili. Cose da bambini di tutte le età che sanno inventare in grande, nel piccolo.

Tutte le info sui volantini.

MeAsAChair oook11150269_898669580185470_3168690915143961239_n

Annunci