#measachairEDU: Intervista a Claudia Souza

 

L’idea del ciclo di interviste #measachairEDU ha la sedia della scuola come fulcro, con possibilità di divagazione in puro spirito Measachair per poter offrire ritratti umani a tutto tondo.
L’intento è quello di fornire spunti di riflessione sulle molteplici idee ed esperienze legate al mondo dell’apprendimento e dell’educazione. Con calma, bevendosì dei gran caffè virtuali insieme e senza pregiudizi. Ragionare in astratto mi annoia, perciò ho optato per una scelta precisa: partire dai vissuti individuali, allargare l’orizzonte osservando gli stili educativi possibili e le situazioni concrete, ascoltare anche le voci oltreconfine.

Ecco Claudia Souza, brasiliana d’origine e cittadina del mondo. Buona lettura!

 

C Souza

Iniziamo con la domanda di rito. Siediti e dicci: Chi sei, che cosa fai?

Sono Claudia. Ho cambiato cognome alcune volte (per un primo matrimonio troppo giovane, per un divorzio all’età giusta, per la cittadinanza nel nuovo paese, terra di mio marito). Ma Claudia rimane. Poi ho scelto (insieme alla legge italiana che determina l’uso del cognome paterno) di fermarmi, anche in arte, su Souza, perché è uno dei più popolari cognomi nel mio paese, il Brasile. Mi piace da morire “essere” popolo, amo la cultura popolare universale.
Faccio la scrittrice per bambini. Ma anche la psicologa (per bambini), l’insegnante d’inglese (per bambini) e la ricercatrice (dell’infanzia). Ossia, l’universo infantile è dove mi sento a casa. Il mio psicanalista diceva che son rimasta lì, nella mia infanzia sperduta nei “sertões” brasiliani, e che ho deciso di continuare a giocare, anche da grande. Bella decisione, diceva lui, perché alla fine non c’è altro da fare nella vita. Ma il mio è un gioco serio (non troppo).

Migrante (1)

 

Qual è la sedia di casa? Dove consideri “casa”?

A casa abbiamo sedie diverse. Varie. Come le persone che ci abitano, siamo molto diversi io, mio marito e mio figlio. Famiglia stravagante, direi, insieme per scelta e non solo per sangue. Considero “casa” dove sono adesso. I miei cari, le nostre cose. I nostri spazi. Oggetti vivi. E anche i muri che ci proteggono e le strade attorno a noi. Gli alberi. Suoni. Gli odori dello spazio aperto. Dove sono in pace, finalmente. Ho combattuto molto per questo. Ho già girato molto, se non vado errata questa è la mia 15a. casa, finalmente mia anche sulla carta. Ho già vissuto in tanti Paesi quanto in mondi immaginari, sono influenzata dai libri che leggevo da piccolissima, dai film, dalle opere d’arte, dalla musica in tante lingue differenti. Non ho radici che mi leghino a una terra: se dovessimo nascere e morire nello stesso posto non saremmo uomini, ma alberi.

La seggiolina in miniatura, quella della scuola, ti suggerisce…

Direi che è un oggetto a me estraneo, non l’ho mai avuto. Mi provoca una certa tenerezza, ma anche una sensazione di “controllo”. Mi spiego: sono stata alfabetizzata praticamente all’aperto, in un piccolo paese, perché i miei si trasferivano spesso a causa del lavoro di mio padre. Lì c’era solo un capannone dove ogni tanto ci riunivamo per scrivere e disegnare, senza tavoli né sedie. Non esistevano nemmeno classi, sezioni, separazione per età. Eravamo liberi di muoverci, di ricercare, di ballare, di arrampicarci sugli alberi intorno. La mia più bella esperienza scolastica. Tutto il resto (dagli 11 anni in poi) è stato molto tradizionale, mio padre è molto severo e ci teneva a farci frequentare scuole canoniche. Abbiamo tutti e quattro i fratelli un’eccellente formazione culturale. Erudita, per conto di mio padre, e popolare per conto di mia madre, sempre piena di storie, canzoni, giochi antichi. Alla fine, studiare è sempre stato un piacere per me, nonostante la scuola e il suo “inquadramento”. Mi divertivo comunque, avevo già il “virus del gioco” e riuscivo a trasformare tutto (anche le tebelline) in gioco. Nel 1996, ho creato in Brasile una sorta di non-scuola, un centro culturale dove i bambini giocavano producendo cultura: la più bella esperienza (non)scolastica per mio figlio. Un cortile o qualcosa del genere, pieno di natura e d’infanzia, non nei “sertões” ma in piena metropoli. Un oasi, un regno dell’infanzia. Lui ha iniziato la scuola tradizionale a sette anni, praticamente come me, ed era ugualmente perplesso, ma anche a lui piaceva (appunto, il “virus” del gioco fa bene). Quello che gli è rimasto impresso è il vissuto anteriore, quello del cortile. Oggi è un ventenne sensibile, intelligente e pieno di vita. E molto colto.

Che opinione hai dell’homeschooling?

Ritengo un’esperienza troppo solitaria e troppo autoreferenziale. I bambini hanno più bisogno della presenza di altri bambini che dei genitori. La scuola può avere tutti i difetti del mondo, ma ha soprattutto la funzione sociale, non vedo nessun merito nel privare i figli di questo spazio. Meglio criticare e provare a cambiare le pratiche didattiche “da dentro”.

Sedia all'aperto (3)Quando è stata l’ultima volta che hai imparato qualcosa di nuovo?

L’ultimo autunno ho deciso che era già ora d’imparare ad andare in bici. Va bene, già lo sapevo, ma era un’abilità imparata a dieci anni d’età e dopo messa nel cassetto per troppo tempo. Settimo Milanese, dove vivo ora, è fatta a misura di bicicletta. Dal balcone di casa, vedendo delle signore anziane passare da un lato all’altro della ciclovia, ho pensato: questo è il mio futuro. Da anziana non voglio prendere la macchina per andare a fare la spesa.
Così mio marito mi ha regalato una bellissima bici pieghevole, tipo Graziella, e via. Non è stato facile. Settimane di allenamento dell’equilibrio, della mancanza di controllo, dell’ansia. Finché l’ho dominata la mia cara amica bici. Ed ecco che ora vado tutti i giorni al lavoro con lei. É un privilegio!


L’esperienza della multicultura come influisce su di te? E tu, quale apporto dai al tuo contesto multiculturale?

Io sono la materializzazione della multicultura: ho tante origini da perderne il conto. Afro-brasiliana, francese, portoghese, spagnola. Mi piace un sacco viaggiare, conoscere altri mondi. Mi sento un po’ E.T. dappertutto. Ma al tempo stesso è facile integrarmi, visto che mi piace imparare nuovi codici. Ci sono tante cose in me. Tante storie. Tante tracce. Tante lingue. Per fortuna ho saputo approfittare di questi doni e mi considero una donna del mondo, appartenente al popolo del mondo.

 

Ci regali una sedia della tua vita?

Una sedia-pupazzo. Il mio primo personaggio nel teatro di burattini (che amo appassionatamente) era una sedia antica, che viveva in un museo. Una sorta di Lady della terza età, colta, amata e utile in gioventù, poi dimenticata in mezzo ad altri attrezzi. Nella storia, lei cerca la Memoria per riconquistare uno status e per fuggire alla Dimenticanza. L’ho costruita io stessa, con l’aiuto del maestro burattinaio, in legno, spugna e stoffa. Oggi fa parte della collezione del Museo dove è stata costruita e dove abbiamo presentato lo spettacolo.

Sedia Pupazzo- (3)Info:

> bio e libri pubblicati sulla pagina di ICWA (Associazione Italiana Scrittori per Ragazzi)

 

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6 pensieri su “#measachairEDU: Intervista a Claudia Souza

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