#measachairEDU: Intervista a Cristiana Pezzetta

L’idea del ciclo di interviste #measachairEDU ha la sedia della scuola come fulcro, con possibilità di divagazione in puro spirito Measachair per poter offrire ritratti umani a tutto tondo.
L’intento è quello di fornire spunti di riflessione sulle molteplici idee ed esperienze legate al mondo dell’apprendimento e dell’educazione. Con calma, bevendosì dei gran caffè virtuali insieme e senza pregiudizi. Ragionare in astratto mi annoia, perciò ho optato per una scelta precisa: partire dai vissuti individuali, allargare l’orizzonte osservando gli stili educativi possibili e le situazioni concrete, ascoltare anche le voci oltreconfine.

Oggi si accomoda Cristiana Pezzetta, italiana per nascita e un po’ siriana nel cuore.

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Iniziamo con la domanda di rito. Siediti e dicci: Chi sei, che cosa fai?

Sono mamma di due meravigliosi bambini, scrittrice, archeologa divulgatrice grazie all’associazione Semidicarta che condivido con Gioia Marchegiani, redattrice per BookAvenue di Piccoli Lettori Crescono, portale di letteratura per l’infanzia curato da Isabella Paglia. Sono soprattutto amante vorace delle parole scritte, udite e raccontate, di quelle che tessono trame per scavare a fondo e riconnettere fili di storie a una storia più grande.

Qual è la sedia di casa? Dove consideri “casa”?

La mia sedia di casa è Altrove, le mie sedie sono sempre in movimento, non riesco mai a sedermi composta, sia fisicamente che intellettualmente. Mia madre mi dice da sempre che sono un’anima in pena, è come se avessi un sottofondo nel cassetto della mia testa, pieno zeppo di foglietti bianchi che attendono pazienti qualche parola, capace per un tempo anche breve di darmi pace. Per questo scrivo, l’unica sedia che mi può costringere a stare seduta è quella della scrittura, perché sento che il viaggio verso un nuovo Altrove si muove come un fluido dalla mia testa-anima fino alle mani. Altrove è la mia sedia del cuore, quella che mi ha portato a viaggiare e lavorare come archeologa in Medio-oriente per lunghi anni e mi ha consentito di vedere le cose da più prospettive, mi ha posto fuori dal mio ganglio culturale a imparare che la differenza non è una sottrazione. Ma Altrove è anche la sedia della maternità che mi costringe a sedermi composta a volte, scomoda altre, ad imparare la pazienza, senza risposte, a traguardare errori e fallimenti, gioie e conquiste, che fanno un conto sempre nuovo in abbondanza di doni.

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La seggiolina in miniatura, quella della scuola, ti suggerisce… 

Mi piace infinitamente sedermi su quelle seggioline, ho ancora la mia di quando ero piccola, è come varcare una soglia, fare un salto temporale e tornare alla loro altezza, e se ti lasci andare è spesso molto divertente. Sanno molte cose i bambini, diverse da noi, e sanno soprattutto come raccontarsele tra loro. Ad ascolatrli davvero si impara sempre qualcosa, soprattutto ad essere autentici. Mi piace molto ascoltarli senza essere vista, si lo so vuol dire spiarli, ma è illuminante secondo me, soprattutto su aspetti che i grandi gestiscono in modo non sempre felice. Penso alla curiosità che anima spesso i bambini quando entrano in relazione con bambini stranieri, per loro prevale l’esigenza di poter giocare insieme, tutto il resto si supera, anche e non solo le difficoltà linguistiche.

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Che opinione hai dell’homeschooling?

Ora, a posteriori, dico che mi sarebbe piaciuto sperimentarla con i miei figli. Ma quando loro hanno iniziato non sapevo neanche cosa fosse l’homeschooling e soprattutto ero convinta che la scuola tradizionale sarebbe stata per loro, come lo era stata per me, una grande magnifica avventura. Quando abbiamo cominciato a capire che così non sarebbe stato, ho letto e cercato di capire dove si annidassero i semi del disagio. Un disagio che non è un trauma, intendiamoci, o almeno non sempre, ma che lavora in modo sotterraneo, giorno dopo giorno, fino a determinare una modalità di relazione bambino-scuola che secondo me non funziona: la scuola è soprattutto un dovere, e spesso non è divertente. Ecco questo secondo me non può andare bene. Parlo volutamente di scuola e non di insegnanti, perché credo che anche loro come i bambini siano spesso presi nel meccanismo, e siano stretti tra l’adempiere un dovere di programma e un’ascolto da vicino dei bambini. Fanno anche loro, gli insegnanti, una grande fatica e hanno tutta la mia riconoscenza. E mi dico anche che tutta questa fatica sia loro che dei bambini a stare dentro questo modello di scuola potrebbe, dovrebbe essere orientata al cambiamento, all’innovazione, alla ricerca di una modalità nuova di fare scuola. Ma io non sono una pedagogista, sono solo una mamma, che non ci sta a credere che i bambini di adesso non sono più capaci di sacrifici per conquistare qualcosa. La crescita comporta sempre uno sforzo, in qualsiasi momento della vita, dall’acquisizione della posizione eretta, fino alla scelta di staccarsi dalla famiglia per una vita propria, ma quello che credo spinga avanti gli esseri umani è la bellezza della meta. Ecco i bambini secondo me a scuola non riescono a vedere la bellezza della meta. Credo anche che siano cambiate le famiglie e la società entro cui questi bambini vivono. Ho la sensazione che questo modello di scuola, perlomeno quello che sto sperimentando io con i miei figli, non sia più adeguato alle nuove generazioni. Io ero felice di tornare a scuola dopo le vacanze, loro no. E questo mi dispiace immensamente, vorrei che fossero entusiasti di apprendere, che mi raccontassero di ciò che fanno a scuola con gli occhi brillanti, che il loro apprendere fosse anche segno di una crescita condivisa con gli altri compagni, una conquista collettiva. Anche questo, almeno nel mio caso, non avviene. Ma il discorso sarebbe davvero lungo per affrontarlo qui, basti pensare al sistema di valutazione in voti, alle prove invalsi, ai compiti a casa anche nel finesettimana, e qui mi fermo. Penso dunque che l’homeschooling possa essere una modalità alternativa, da valutarsi sulla base delle esigenze dei singoli bambini e delle loro famiglie.

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Quando è stata l’ultima volta che hai imparato qualcosa di nuovo?

Imparo qualcosa solo quando abbandono la sedia dell’Io e mi metto in viaggio verso, quando metto da parte le risposte certe e cerco un’altro Altrove. Quindi provo, nello scorrere del tempo, di essere presente a me stessa, nel tentativo di non lasciarmi sfuggire nessuna occasione. Ho l’abitudine da un po’ di anni a questa parte di scrivere ogni mattina appena alzata tre pagine, lasciandomi andare a ruota libera, è uno strumento potente per chiedermi sempre chi sono e dove sto andando. Ovviamente non sempre è facile, ma intravedo la bellezza della meta.

1L’esperienza della multicultura come influisce su di te? E tu, quale apporto dai al tuo contesto multiculturale?

Questa è una domanda difficile cui rispondere soprattutto in questi giorni, perché è evidente che qualcosa non funziona nel nostro civilissimo Occidente quando parliamo di multicultura e integrazione. Per la mia esperienza personale posso solo dire che vivere in un paese come la Siria per molti mesi all’anno e per più di dieci anni, mi ha consentito di dare forma alla mia identità. Considero i siriani e la Siria come la mia seconda patria, la mia terra d’elezione, non sarei quella che sono, e tutto sommato sono abbastanza contenta di chi sono, se non avessi incontrato persone culturalmente distanti da me e avessimo imparato a relazionarci gli uni con gli altri. A volte è stato semplice a volte meno, ma partivo da una condizione privilegiata, ero una studentessa universitaria e facevo un mestiere meraviglioso, tornavo ogni volta in Italia a fine campagna di scavo, con un bagaglio di esperienza davvero notevole, preparandomi a dare senso al mio futuro. Cosa si poteva volere di più? La stessa cosa non si può certo dire per i tanti stranieri che arrivano in Italia, il che rende il processo di integrazione assai più complesso di una parola. L’integrazione poi non è un concetto astratto da cui partire, ma è appunto un processo che dovrebbe essere costruito istituzionalmente e politicamente con azioni che diano a livello concreto il segnale di rispetto e accoglienza di esseri umani con culture diverse dalla nostra, spesso poi in fuga dai loro paesi in gravi difficoltà. Per fare un esempio concreto: l’interruzione di Mare Nostrum non va per niente in questa direzione. Inoltre le culture non sono concetti astratti ma sono organismi viventi che attraversano la storia, e si modificano nel corso di essa, grazie a incontri e scontri con altre culture, a cambiamenti anche interni per evoluzione propria. Una cosa che mi stupisce e mi addolora sempre quando seguo le vicende orribili che accadono nel mondo, come in questi giorni, è la mancanza assoluta, nel commentare i fatti, di una prospettiva storica che narri e ricostruisca chi siano gli attori in atto, da dove vengano, siano esse nazioni europee e non che singoli individui, quale storia hanno attraversato per giungere fin lì. Siamo voraci consumatori della notizia dell’attimo, ma non abbiamo tempo per capire cosa è successo prima di quell’attimo. La narrazione storica consentirebbe all’opinione pubblica, oggi più che in altri momenti storici impaurita e per questo aggressiva nei confronti dell’Altro straniero, di vedere in prospettiva e di valicare pregiudizi fondati solo sulla paura dalla non conoscenza. Per il resto l’unico contributo che posso dare al processo di integrazione. Nel mio piccolo l’unica cosa che faccio è parlare costantemente con i miei figli della mia storia in Siria, e grazie al mio libro Sorelle di carta, pubblicato nel marzo 2014 da Mammeonline, anche con ragazzi di scuole medie. È emozionante cogliere nei loro occhi la curiosità, la meraviglia, la sorpresa, e vedere soprattutto sgretolarsi i pregiudizi. I ragazzi hanno bisogno di sentirsi raccontare storie, perchè le storie come la narrazione di miti nelle culture antiche, hanno il potere di ricreare il mondo, un mondo migliore verso il quale orientare le proprie scelte di vita.

Ci regali una sedia della tua vita?

Una delle mie sedie preferite è un prato di erba medica appena falciato, su cui mi sdraiavo con mio padre a leggere storie di nuvole.

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