#measachairEDU: Intervista a Annalisa Strada

 

 

L’idea del ciclo di interviste #measachairEDU ha la sedia della scuola come fulcro, con possibilità di divagazione in puro spirito Measachair per poter offrire ritratti umani a tutto tondo.
L’intento è quello di fornire spunti di riflessione sulle molteplici idee ed esperienze legate al mondo dell’apprendimento e dell’educazione. Con calma, bevendosì dei gran caffè virtuali insieme, e senza pregiudizi. Ragionare in astratto mi annoia, perciò ho optato per una scelta precisa: partire dai vissuti individuali, allargare l’orizzonte osservando gli stili educativi possibili e le situazioni concrete, ascoltare anche le voci oltreconfine.

“La reazione al delirio è fare serenamente del proprio meglio, di continuo” – mi dice Annalisa Strada, insegnante e scrittrice prolifica, nota e apprezzata (suo il Premio Andersen +15 con Una sottile linea rosa). Abbiamo entrambe in sottofondo i giornalisti in diretta tv che non sanno più trovare parole per spiegare gli avvenimenti francesi. E allora pubblico, pensando a tutte le brave persone che ogni giorno fanno quello che devono fare, qualsiasi cosa stia succedendo intorno.

 

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Iniziamo con la domanda di rito. Siediti e dicci: Chi sei, che cosa fai?

Mi chiamo Annalisa Strada e ho la fortuna di una tripla vita: faccio la moglie e la mamma, insegno lettere in una scuola media (lo so, lo so, adesso si chiama primaria di primo grado) e scrivo libri.

Parliamo delle tre sedie che ti rappresentano: la sedia di casa, la sedia dell’insegnante, la sedia della scrittrice (sedia o seduta, poltrona ecc). Si piacciono tra di loro? Vanno d’accordo?

La sedia da prof la uso molto poco perché se non sono appoggiata alla cattedra, sto in giro per la classe. In casa abbiamo sedie tutte diverse l’una dall’altra e a me tocca lo sgabello-scaletto dell’Ikea. La sedia alla mia scrivania ha il pianale storto. Vanno d’accordissimo tra loro, quindi, le mie sedie: nessuna è abbastanza comoda da essere più attraente delle altre! Tra loro, poi, sono collegate da una specie di filo rosso. Più connesse di così…

La seggiolina in miniatura, quella della scuola, ti suggerisce… 

La seggiola piccola della scuola mi piace moltissimo. Vorrei tornare a quando facevo solo la studentessa e mi potevo perdere senza urgenze in quello che studiavo, nei miei pensieri, in tutto quello che mi teneva impegnata mentre facevo finta di prendere appunti o seguire la lezione, mentre invece ero profondamente dedita ai fatti miei.

L’Italia se lo chiede: dove si siede il Gatto di Merda? 

D’inverno, il Gatto di Merda sta sul termosifone a scaldarsi la monochiappa. D’estate occupa qualsiasi sedia qualcuno della famiglia intenda usare: ha uno spiccato sesto (o forse settimo o forse ottavo… vai a saperlo!) senso per stare tra i piedi e rimediare coccole. La sua posizione nelle stagioni di mezzo è in braccio a qualcuno.

Torniamo serie. Tu hai uno sguardo privilegiato sul mondo degli adolescenti, quelle forme di vita che io noto in giro in varie misure e fogge. Cosa vedono? Cosa pensano? Che lingua parlano? Per esempio, i tragici fatti di Parigi come li stanno vivendo?

Gli studenti sono un’umanità in miniatura: fortunatamente, molto vari. Guardano la vita riflettendosela negli occhi l’uno con l’altro. Parlano una lingua semplice, troppo semplice, che a volte fa mancare loro le parole per dire esattamente ciò che sentano e il compito primario di una adulto (insegnate o no che sia) è quello di aiutarli a scoprire i termini di cui hanno bisogno, rispettando ciò che veramente vorrebbero dire e non ciò che noi vorremmo dicessero. I fatti della cronaca o della storia li sentono, ma fanno fatica a contestualizzarli. Anche in questo caso il dovere di un adulto è quello di fornire dati e riferimenti senza essere pervasivo. Se si forniscono loro gli elementi che servono, le loro osservazioni riescono ad essere molto acute, a volte stranianti. Il loro enorme vantaggio è di essere “nuovi” alla vita e di avere poco retaggio, che comunque sono disponibili a mettere in gioco. Mi piace pensare che proprio questa loro “freschezza”, se riusciamo a mantenerla e a stimolare lo spirito critico, sia la salvezza di questo nostro mondo parecchio malmesso.

Nella tua esperienza, subiscono o agiscono in quel gran magma che è il mondo dell’informazione, dei media e delle immagini? Qualcuno scrive, pubblica on line, fotografa? O è tutto un reblog di contenuti premasticati? 

In larga parte sono portati a subire l’informazione, ma è compito della famiglia, della scuola e della società incoraggiarli a non essere passivi. Mi sono capitati studenti che amano scrivere, fotografare, ma sono abbastanza pochi, anche perché sui banchi davanti a me passano tra gli 11 e i 13 anni e le passioni precoci sono (mannaggia) delle rarità. Mi accorgo, commissionando ricerche o approfondimenti, che amano la comodità del primo risultato. Vorrei riuscire a passare a loro il desiderio di non accontentarsi, anche se la fatica, la soddisfazione della conquista, il mettersi davvero in gioco sono requisiti che fuori dalla scuola non vengono molto incentivati.

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Come vivono il fatto che sei una scrittrice?

Sono curiosi, ma ai loro occhi (come è giusto che sia) sono soprattutto la docente, che ama inventare, ma è anche esigente e li mette al lavoro. Del resto, in aula, il loro lavoro e l’evoluzione della loro capacità di lavorare è prioritaria rispetto alle mie scelte di autrice.

Che opinione hai dell’homeschooling?

Mi piace molto, anche se depriva i ragazzi della socialità legata alla frequenza delle aule scolastiche. Del resto, a scuola è uno dei pochissimo momenti di socialità organizzata nella vita della stragrande maggioranza dei bambini. Ovviamente socialità implica scaramucce, attriti, difficoltà, che però sono compensati anche dalla scoperta dell’amicizia, della cooperazione, della collaborazione e del baratto di conoscenze.

Quando è stata l’ultima volta che hai imparato qualcosa di nuovo?

Imparo qualcosa ogni dodici ore circa, se sono in modalità “on”, cioè accesa sulla vita. In modalità “off” posso passare settimane senza imparare nulla. Per questo cerco di non spegnermi.

L’esperienza della multicultura come influisce su di te? E tu, quale apporto dai al tuo contesto multiculturale?

Nella mia personale accezione la “multicultura” non è solo la presenza di persone che vengono da nazionalità, culture o lingue distanti, ma anche la compresenza di persone con vissuti molto diversi, che creano divari non meno vistosi. Il mio apporto è ascoltare molto: più ci conosciamo, più uguali ci troviamo.

Ci regali una sedia della tua vita?

La sedia della mia vita è stata un ramo di ciliegio. Seduta sulla forcella di una biforcazione ho trascorso molti pomeriggi d’estate, da bambina. Vorrei che tutti avessero rami frondosi su cui tornare elementi della natura e non per forza esseri in cima alla catena alimentare.

Info:

> Annalisa Strada

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