#measachairEDU: Intervista a Donatella Sasso

Il ciclo di interviste #measachairEDU, che vorrei sviluppare durante il 2015, ha la sedia della scuola come fulcro, con possibilità di divagazione in puro spirito Measachair per poter offrire ritratti umani a tutto tondo.
L’intento è quello di fornire spunti di riflessione sulle molteplici idee ed esperienze legate al mondo dell’apprendimento e dell’educazione. Con calma, bevendosì dei gran caffè virtuali insieme, e senza pregiudizi. Ragionare in astratto mi annoia, perciò ho optato per una scelta precisa: partire dai vissuti individuali, allargare l’orizzonte osservando gli stili educativi possibili e le situazioni concrete, ascoltare anche le voci oltreconfine.

 

L’ospite di oggi è Donatella Sasso.

 

10406791_844076535649169_3889009179392890490_n

 

Iniziamo con la domanda di rito. Siediti e dicci: Chi sei, che cosa fai?

MI chiamo Donatella Sasso, lavoro come ricercatrice di storia contemporanea presso l’Istituto di studi storici Gaetano Salvemini di Torino. Sono giornalista pubblicista e anche scrittrice.

Qual è la sedia di casa? Dove consideri “casa”?

La sedia sulla quale mi sento al mio posto è quella scomoda delle sale d’aspetto di stazioni e aeroporti, è il sedile del pullman o dell’aereo, è la sedia in legno dei vecchi tram, è la panchina di un parco lontano mille chilometri dalla mia città. Mi sento a casa ogni volta che sono in viaggio, il resto è una pausa, lieta, triste o noiosa, prima di un altro spostamento.

La seggiolina in miniatura, quella della scuola, ti suggerisce…

La seggiolina in miniatura è quella su cui mi siedo almeno una volta all’anno alle riunioni di classe delle mie figlie. Scuola pubblica, che mi ricorda in parte quella che ho frequentato io e in parte mi proietta verso un mondo nuovo, arricchito da bambini che provengono da mille parti del mondo.
Ricordo mia mamma, che non aveva particolari problemi economici, rispondere alle sue amiche le quali, stupite, le chiedevano perché non mi mandasse alla scuola privata: “Perché la scuola pubblica è l’unico luogo in cui si incontrano tutte le classi sociali, tutte le opinioni e si può fare esperienza della differenza in un ambiente che è finalizzato, per suo stesso statuto, ad accoglierle tutte”.
Erede di questa bellissima idea, io posso godere oggi delle differenze linguistiche (l’ultimo compagno di mia figlia piccola è arrivato a settembre dalla Cina e tutti, bambini e maestri, lo stanno aiutando, qualcuno persino cercando di comunicare con lui in inglese), delle differenze religiose e culturali, di reddito e di opportunità di costruzione del proprio futuro.

Che opinione hai dell’homeschooling?

Non ci ho mai riflettuto molto e ne conosco poco statistiche, numeri e risultati. In linea di massima non incontra molto il mio favore.

Quando è stata l’ultima volta che hai imparato qualcosa di nuovo?

Credo ieri sera. Ogni sera, infatti, imparo qualcosa perché non riesco ad addormentarmi se non dopo aver letto almeno qualche pagina di un libro. Può essere un libro molto impegnativo, come un saggio storico, oppure un giallo leggero, ma da ogni libro si impara sempre qualcosa, anche solo a dubitare di ciò che vi si trova scritto.

L’esperienza della multicultura come influisce su di te? E tu, quale apporto dai al tuo contesto multiculturale?

Non credo alle enfatizzazioni del multiculturalismo finalizzato a se stesso, che non sia anche contemperato da politiche sociali che conducano alle pari opportunità. Detto questo io amo molto la società in cui vivo, la trovo molto più interessante di quella in cui sono cresciuta. Trovo eccezionale che le mie figlie possano avere amici provenienti da diverse parti del mondo, senza che, a loro volta, la considerino una condizione eccezionale.

Due parole della tua sedia da scrittrice: come convive con questa tua propensione al viaggio?

I miei primi articoli sono stati reportage di viaggi, quindi penso che esista un rapporto inscindibile fra la mia passione per le esplorazioni del mondo e il desiderio di raccontarle, di riportare impressioni, incontri, visioni e sensazioni. In fondo credo proprio che la voglia di raccontare prevalga persino sul piacere di scrivere e pertanto io l’abbia trasferita nella scrittura del mio libro su Milena.

1

Chi era Milena, la terribile ragazza di Praga?

Era Milena Jesenská, resa famosa dalle lettere che le indirizzò Franz Kafka nei pochi mesi del loro appassionato amore, ma fu molto di più. Giornalista professionista, visse tra Vienna e Praga fra le due guerre del secolo scorso, interessandosi dei problemi del suo tempo, appassionandosi del comunismo per poi distaccarsene dopo essere venuta a conoscenza delle derive staliniste. Nel 1938 fu inviata nei Sudeti dove registrò la crescita del nazionalismo filonazista di parte della popolazione tedesca contro cechi ed ebrei, che culminò nell’annessione alla Germania nazista da parte di Hitler, in seguito al Patto di Monaco.
Milena, in seguito, organizzò una rete di salvataggio per cittadini ebrei, fu arrestata dai nazisti per le sue attività resistenziali, processata e deportata nel campo di concentramento di Ravensbrück, dove morì nel maggio 1944. Nel 1994 è stata proclamata Giusta fra le Nazioni dallo Yad Vashem di Gerusalemme.
Quando Maria Teresa Milano, responsabile della collana “Donne toste” della casa editrice Effatà, mi chiese di scrivere la biografia di una donna speciale, forte, capace di affrontare le difficoltà della vita e di inseguire con perseveranza i proprio progetti, io le risposi che avrei potuto scrivere solo di Milena.

Ci regali una sedia della tua vita?

Nel 2009, per la prima volta, ho avuto la fortuna di accompagnare un gruppo di studenti, vincitori del concorso di storia contemporanea del Comitato Resistenza e Costituzione del Consiglio regionale del Piemonte. Destinazione: Bosnia Erzegovina.
In quella sera di maggio, a Sarajevo, ero piuttosto emozionata: avrei dovuto tenere una lezione ai ragazzi e ai loro insegnanti sul conflitto degli anni novanta. Mi mostrarono la sala dove avrei parlato, guardai la sedia dove mi sarei dovuta accomodare e poi andai a cena con tutti gli altri. Verso le 21 andai nella sala e accanto alla mia postazione trovai già seduto uno dei consiglieri regionali che ci avevano accompagnato nel viaggio. Persona di poche parole, ma di idee chiare e ben radicate, mi accolse con una specie di sorriso.
“Ah, parla anche lei questa sera!”. Gli dissi con un certo sollievo. “No, porto solo un saluto e poi le cedo la parola, è che non volevo lasciarla sola”.
Grazie a quella rude e inattesa galanteria, mi passò ogni ansia e tenni il mio primo discorso in terra bosniaca con estrema serenità.

Annunci