Barbieri di Romagna

Il Museo del territorio di Longiano è un posto interessantissimo e non sarebbe così bello senza le didascalie scritte a mano, spesso in versione duplice dialetto/italiano. La collezione è estesa, tutta donata dagli abitanti del borgo, e non c’è un angolo libero, non c’è un mestiere che non sia documentato. Molte le sedie, naturalmente. Scelgo tra tutte la poltrona del barbiere per la divertente collocazione. Non si pensi che sia il caso a determinare la logica museale! All’angolo in questione non manca niente: la poltrona in velluto rosso, il casco per la permanente, forbici e rasoi, i calendarietti profumati con le donnine ignude. Poi, per purificarci tutti, di fianco troviamo l’attrezzo per tagliare le ostie. Messa e messa in piega, riti sacri.

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Ed è subito Amarcord 

Cercando in rete, poi, ho trovato questo breve episodio della vita di Tonino Guerra raccontato da lui medesimo. Questa volta si tratta di un barbiere a domicilio e di affetti familiari che passano più dai gesti che dalle parole.

A quel tempo mia madre possedeva dei vasi di fiori.
Tonino GuerraQualche giorno dopo mio padre, grande amico degli animali, mi manda a Santarcangelo a portare qualcosa da mangiare al gatto che avevamo abbandonato nella casa di via Verdi.
Così sono stato deportato in Germania.
In prigione ho cominciato a scrivere delle poesie in dialetto per tenere compagnia a dei contadini romagnoli che erano con me nel campo di concentramento di Troisdorf.
Sono arrivato alla stazione di Santarcangelo una mattina d’agosto del 1945. Credevano fossi morto. Per non spaventare mio padre e mia madre ho impiegato un giorno a percorrere il chilometro di strada che c’era tra la stazione e casa nostra di allora. Seduto sulla sponda di un fosso mandavo qualcuno a casa ad avvertire che c’erano in Altitalia ancora dei prigionieri che tornavano. Nel pomeriggio ho deciso di farmi vivo. Mio padre mi aspettava sulla porta di casa.
Non ci eravamo mai dati né baci né strette di mano; appena dei segni. Mi fermo a quattro metri da lui per non metterlo in imbarazzo. Il babbo mi guarda a lungo stringendo il mezzo toscano in bocca, poi toglie il sigaro spento e mi chiede:
-Hai mangiato?
-Moltissimo – rispondo.
Lui se ne va indaffarato verso il paese, senza girarsi neanche più indietro. Quando più tardi, circondato da parenti e paesani, siedo nella camera che chiamavamo “la saletta”, arriva un uomo con una piccola valigia in mano.
-Cerca qualcuno? – gli chiedo.
-Sono il barbiere. Suo padre mi ha detto che devo fargli la barba.
Mi tocco il viso e mi accorgo di avere la faccia con la barba di due giorni.

(fonte)

***

Tagliarsi i capelli, curare il proprio aspetto, rassettarsi fuori per ripartire tutti nuovi dentro. È un rito di passaggio e ha a che fare con l’energia, il rinnovamento, la riproduzione e la purezza. Si fa da sempre ed è un atto sacro più di quanto si creda. Buon 2015, zac zac!

 

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