Qualche sedia omerica

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Da qualche settimana sono immersa nel flusso di parole dell’Odissea grazie all’accessibile traduzione di Maria Grazia Ciani per Marsilio. Leggo da kindle nei frammenti liberi della giornata, senza l’incubo di ricordarmi i dettagli e i nomi e, letteralmente, nuoto in quelle atmosfere come non ho mai fatto prima. È un piacere, un vero piacere che spero di trasmettere nel laboratorio che condurrò a Como sabato prossimo. L’aggeggio moderno permette di sottolineare i punti a mio capriccio e mi risparmia la trascrizione manuale. Ecco un copiaincolla delle sedie omeriche incontrate fino ad ora. Eloquente prossemica, convivialità ambivalente, rilassatezza, ruoli sociali, tormenti dell’anima, poesia… Come sempre, le sedie non sono collocate a caso sulla scena.  

“Ma quando si levò all’alba l’Aurora splendente, dal letto si levò anche Nestore, guidatore di carri, uscì dalla casa e sedette sui lisci sedili di pietra che stavano davanti alle porte, lucidi, bianchi”.

“Non trovò nella grotta il valoroso Odisseo: seduto in riva al mare, là dov’era sempre, piangeva, straziando il suo cuore con gemiti e lacrime, e piangendo guardava il mare infinito. Ad Hermes la divina Calipso chiese, dopo averlo fatto sedere su un trono splendente (…)”.

Lei siede al focolare, alla luce del fuoco, e appoggiata a una colonna fila lana purpurea, meravigliosa a vedersi; siedono, dietro, le ancelle“.

“Alcune macinano alle mole il grano maturo, altre tessono tele e fanno girare il fuso e, così sedute, sembrano foglie di altissimo pioppo“.

Non è bello, Alcinoo, e non è degno di te che un ospite sieda per terra, nella cenere del focolare. Tutti aspettano che tu parli. E dunque fa alzare l’ospite e fallo sedere su un trono ornato d’argento, agli araldi da’ ordine di versare il vino, affinché libiamo al Signore del fulmine che accompagna i supplici sacri. E all’ospite la dispensiera offra la cena, con quello che c’è nella casa”.

Piazza e sedili si riempirono rapidamente di uomini. Molti guardavano con meraviglia il saggio figlio di Laerte. A lui, sul capo e sulle spalle, Atena versò meravigliosa bellezza, lo fece anche più alto e più forte, perché a tutti i Feaci ispirasse amicizia rispetto e timore e perché vincesse tutte le gare, in cui fu messo alla prova. Quando furono tutti raccolti e riuniti, allora Alcinoo incominciò a parlare e disse: «Principi e consiglieri feaci ascoltate (…)”

“E venne l’araldo, guidando il fedele cantore: molto la Musa lo amò, ma gli donò una cosa e un’altra gli tolse, la vista gli tolse, gli donò il dolce canto. Per lui, in mezzo ai convitati, Pontonoo pose un trono ornato d’argento appoggiandolo a un’alta colonna. Poi, ad un chiodo, l’araldo appese la cetra sonora, sopra il suo capo, e gli insegnò come prenderla con le mani. Accanto pose un bel tavolo e un canestro e una coppa di vino, perché bevesse quando voleva”.

“Io dico che non esiste cosa più bella di quando regna la gioia tra il popolo e nella sala i convitati, seduti l’uno accanto all’altro, stanno a sentire l’aedo; sono pieni i tavoli di pane, di carni, e vino attinge dalla coppa grande il coppiere per versarlo nei calici. Questa a me sembra, nell’animo, la cosa più bella”.

“La seguirono tutti, senza sospetto. Euriloco solo rimase indietro, temendo un tranello. Su troni e seggi li fece sedere e per loro nel vino di Pramno mescolò del formaggio e biondo miele e farina di orzo; ma al cibo unì anche dei filtri magici perché scordassero la patria, per sempre. E quando l’ebbe offerto loro ed essi ne bevvero, subito con una bacchetta li toccò e nei porcili li chiuse. Dei porci avevano la voce, le setole e tutto il corpo e l’aspetto, ma non la mente, che era quella di prima”.

“Mi condusse a sedere su un trono ornato d’argento, prezioso, bellissimo: per i piedi vi era, sotto, uno sgabello”.

“Ma quando prese a bollire l’acqua nel bacile lucente, mi fece sedere in una vasca e dal tripode grande me la versava, mescolandola con acqua fredda, sulla testa e sulle spalle, per togliere dalle mie membra lo sfinimento mortale”.

“E mi invitava a mangiare. Ma non lo gradiva il mio cuore, sedevo pensando ad altro, prevedevo sventure nell’animo. Quando Circe si accorse che stavo seduto, in preda a tremendo dolore, e al cibo non tendevo le mani, mi venne accanto e così mi parlava (…)”.

“Giungerai per prima cosa dalle Sirene che incantano tutti gli uomini che passano loro vicino. Chi senza saperlo si accosta e ode la voce delle Sirene, non torna più a casa, i figli e la sposa non gli si stringono intorno, festosi: le Sirene lo stregano con il loro canto soave, sedute sul prato; intorno hanno cumuli d’ossa di uomini imputriditi, dalla carne disfatta”.

Odissea, trad. Maria Grazia Ciani, tascabili Marsilio

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