Intervista a Laura Scarpa

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Laura Scarpa dalle molte sfaccettature, notissima nel mondo dei comics e dell’illustrazione.
Laura, che seguo da qualche anno in silenzio, affezionata spettatrice dei suoi Caffè a colazione.

Sono molto felice di ospitarne le parole, fluide come il suo segno. E le sedie – tutte, non ho saputo scegliere – che mi ha inviato con generosità. Gustatevele!

Siediti e dimmi, chi sei e cosa fai?

È sempre la domanda cui è più difficile rispondere, da qualche anno… beati i tempi in cui facevo fumetti e illustrazioni solamente. Era un anno molto lontano, finivano gli anni ’70, c’erano le brigate rosse, le riviste a fumetti e io iniziavo.
Dal fumetto son passata anche all’illustrazione per bambini (l’anima si biforcò un po’). Intanto era difficile fare fumetti. Cominciai a insegnare alla Scuola di Milano, e lì iniziai ad avere un’anima sdoppiata o quasi triplicemente divisa. Le riviste d’autore chiudevano. Fui editor del «Corriere dei Piccoli», con Giorgio Pelizzari (sceneggiatore), e lì iniziò la mia vita scomposta. Editor, autore di articoli e creatrice di giochi e idee editoriali, fumettista, illustratrice, insegnante.

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Scena vera tra giovani autori a Lucca Comics

Ecco, posso dire che sono ancora oggi queste cose, ho diretto «Blue»e fondato «Touch» e «ANIMAls» (di cui vo’ molto fiera), dirigo e faccio, ormai da 13 anni quasi, «Scuola di Fumetto», rivista di critica e di informazione anche didattica sul fumetto. Disegno ogni giorno (ehm ehm, quasi…) sul mio blog/sito Caffè a colazione, son dunque anche blogger, e comunico, vendo, curo la stampa, sono editore, presidente dell’Associazione Culturale Comicout e fondatrice della prima Scuola di Fumetto Online, uff… pant…

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Nacqui nel 1957 a Venezia, a carnevale, vissi i miei secondi 20 anni a Milano, i terzi pare li stia facendo a Roma. Vorrei lavorare di meno (meno di 12 ore tutti i giorni), anche se mi piace e diverte. Cerco chi voglia investire in progetti con ComicOut e trovo autori nuovi e cose che andrebbero dette e fatte. Ci provo. Ogni giorno.

Sei autrice, editrice, punto di riferimento per il mondo comics. Ti chiedo, se ti va, tre immagini che rappresentino in modo significativo queste tue sfaccettature.

Allora qui rispondo con le immagini, ma come dicevo, tre son poche per trentasei anni di attività, ma anche per le mie schizofreniche abitudini.

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Laura Scarpa, Amori Lontani, Kappa Edizioni, 2006 (una recensione qui)

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Recensione a fumetti con Tiziana Lo Porto

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The war painter, qui

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Inedito su testi di Luigi Bernardi

Esprimersi sui social network, anche al di là della professione: tu lo fai attraverso gli acquarelli, freschi ed incisivi, sognanti (la tua Alice) o politici. Non sembri mai essere satura di immagini e di storie, è così?

Il mondo è pieno di immagini, non solo quelle visibili. Quando esco vedo facce, situazioni, o anche solo momenti di luci e di ombre, di continuo. Esco poco, il lavoro mi lega, la velocità ci frega. Per questo cerco di fermarmi con i miei “caffè”, pause per guardarsi dentro. Perché le immagini, come ho “detto” in un recente caffè, vengono dalle idee, ci vogliono le idee per fare un disegno.

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Questo anche perché in particolare io non ho mai amato un disegno bello nel senso di perfezione. L’estetica è sempre legata a emozioni e senso. Non capisco chi compra un libro per guardarlo e non leggerlo, anche se riccamente illustrato, o semmai lo ritengo un errore editoriale. Anche quando vivevo di illustrazioni (soprattutto scolastica e ragazzi), non mi sono mai definita illustratrice… disegnavo. Faccio pochi fumetti, tutto sommato, eppure mi sento fumettara.

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Anche sui social, dunque, prevale la mia anima narrante, cerco anche di non essere mai il saggio sulla montagna, e evito le ideologie rigide e assolute. Ma credo che il senso politico, che ho sempre vissuto molto a margine, non debba sparire mai.

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Dunque storie che partono sempre da me, ma che possano essere di altri (se sono solo mie, perché condividerle? Trovo loro un doppio senso o un legame possibile con le altre persone) e dunque come me e gli altri, possono essere politiche, socali, serie, facete, intime, sciocche…

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Venezia, Roma, Milano… Dov’è la sedia di casa? Qual è il posto che consideri “casa”?

Venezia? eppure ci vado così poco da riconoscerla male, ma resta un buon odore d’acqua sporca e di strada senza macchine, un ideale insomma.

Milano è la sedia della mia crescita, e ci tornerei subito. Milano è la mia città d’adozione dal primo giorno che la vidi, in gita al liceo, per il Museo della Scienza… e poi il fumetto è là, in buona parte. Quando dico “Milano è la mia città” sento la frase di Woody Allen in Manhattan “New York è la mia città” e poi parte Gershwin…

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Roma è un continuo borbottio in me, non saprei più andarmene, ma le urlo sempre contro. La gente è troppo pigra in una città troppo grande e mal servita. Le vecchie osterie hanno chiuso e ora si beve troppo spesso vino cattivo. Lazio e Roma sono due squadre, ma tutta la città, e ogni campo, è diviso in 2 o 3 squadre, Romolo e Remo non sono un mito casuale.

Ma è Roma e ci vivo. Amo stare in città, e in città grandi. Vorrei l’Europa più vicina.

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Regalami una sedia della tua vita…

Non si fanno più le sedie comode, troppo spesso sono fighe, e scomode. E care.

Le sedie della mia vita sono quattro uguali, quelle della cucina della mia infanzia. Primo 900, viennesi, di legno sottile marrone scuro, con demoni e ghirigori di rampicanti sbalzati a caldo sullo schienale e sulla seduta. Su quelle sedie, seduta o inginocchiata, disegnavo da piccola. Su quelle ho disegnato i primi fumetti, con la luce della lampada che scendeva con filo e peso sul tavolo della cucina. In cucina è la vita per me. Sono d’accordo con Banana Yoshimoto in Kitchen. Quelle sedie a Milano le persi di vista. Erano ormai a Padova, nella casa che mia sorella non viveva.

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Alla sua morte, e svuotata la casa, ho portato a Roma solo i mobili della cucina (e la casa delle bambole di mia mamma e zie, del 1920). Il tavolo dal ripiano pieno di fessure, la credenza che unisce due pezzi che hanno 3 secoli di distanza l’uno dall’altro, e le sedie. Su quelle sedie si cena con gli amici, leggo i libri nelle pause lavoro (ma alterno la seduta a quella sulla palla ginnica, per la schiena), ma su quelle sedie non riesco più molto a disegnare, perché non sono abbastanza alte per permettere di non stancarsi vista e spalle. Ma quei “bassorilievi” degli schienali, con maschere che sembrano illustrazioni di un libro da paura, sono una sedia che mi racconta bene.

Ma, diciamolo, la sedia che disegno più spesso è quella da lavoro (semplice e ormai storta, di Ikea). E poi mi disegno seduta sugli alberi… magari! Una fumettara rampante, a dirla con Calvino.

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Info:

Caffè a colazione

>  Scuola di Fumetto

Associazione Culturale Comicout

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