Sagome

Fece di nuovo l’offesa, anche questa volta. Lui lì a guardarla come un cretino in attesa di un cenno, di un cedimento. Nessuno si mosse e piovve e arrugginirono fermi nello stesso giardino per anni e anni e anni, mentre l’umidità affiorava sul muro in forme antropomorfe e, poco lontano, i cespugli di rossospino esplodevano carnosi in primavera per poi tornare arbusti anonimi e pazienti.
Arrivò Magda, annoiata dal suo roseto e dalla sua vita sul lago. Si mise in testa di rivitalizzare quell’angolo dimenticato, quello spazio tutto ombra e difetti. La signora un po’ appassita, un tempo bella e ora elegante, chiese preventivi, consultò architetti e vivaisti, frequentò corsi di bonsai e suiseki. Ci fu un attimo – brevissimo, e se ne vergognò molto – in cui considerò lo stile provenzale. Poi fu la volta del giardino zen, s’immaginò un gazebo, desiderò con forza un’amaca di design. Ebbe perfino una dozzina di giorni di svolta pop, bozzetti cartacei e ritagli di giornale con arredi plasticosi da esterno e led a forma di fungo. Si divertì molto, ma fu un periodo tutto sommato breve. Aveva troppa cultura, troppa altaborghesia alle spalle per cedere alla ricostruzione posticcia. Tuttalpiù due ciotole di sempervivum – no, tre! sempre meglio l’asimmetria. Non di più però. Una bordura di rosmarino e timo laggiù, anche, e che non si toccassero le sedie, niente antiruggine e vernice. Erano così belle, così umane, così somiglianti a lei.
E fu così che nulla cambiò veramente, tutti restarono fermi e zitti al loro posto: le sedie, le intenzioni, anche Magda. Invecchiò in quel paesino di villone da ristrutturare, su una sdraio consunta e con un libro in mano. Amava stare di fianco al rossospino bipolare e non guardava mai il lago, bensì l’angolo ombroso delle sedie che si scambiavano schermaglie amorose.

La fotografia è di Roberto Oliva, che ringrazio per l’immagine e le chiacchiere botaniche.

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