I consigli di lettura del traduttore Giacomo Longhi (e un tempo lungo per pensare)

Cosa possiamo fare di fronte alle guerre, ai barconi, ai morti, ai bambini dilaniati e alle famiglie sfaldate? Offerte in denaro e oggetti, e poi? Parole scontate, indignazione, notizie condivise sui social in modo superficiale. Restano un dolore che non sfocia, rabbia e impotenza: emozioni che non ci cambiano e a nulla servono. E poi per sopravvivere si volta pagina, si va in vacanza e si dimentica in fretta. Tutto si consuma, anche l’umana pietà.
C’è però un’altra via, pacifica e persistente. La via del pensiero, della conoscenza, delle facce, delle storie e dei dialoghi.
Da qualche tempo ogni giorno i volontari del Comune di Milano accolgono i migranti in transito in stazione Centrale. Ricordate? Ne avevo scritto brevemente qui. Sere fa hanno organizzato una cena e ci sono andata con la mia amica Isabella. Non sono volontaria ma mi interessa capire e, nel mio piccolissimo, cogliere quello che di buono succede e divulgarlo. Le persone che ho incontrato mi sono piaciute molto, mi sono piaciute le signore pragmatiche ed energiche, i nuovi italiani dal nome arabo e dalle prospettive ampie come il mondo, e mi è piaciuto Giacomo.
Ve lo presento in questa intervista un po’ anomala rispetto allo schema di Measachair, leggetela come una manciata di semi che attecchiranno durante l’estate (e oltre) e prendete nota.

1(immagine mia, scattata al volo questa mattina appena aperto il pacco portato dal corriere)

Siediti e dicci chi sei, cosa fai?

Mi chiamo Giacomo Longhi e ho studiato a Venezia arabo e persiano, che a dispetto di quello che comunemente si pensa sono due lingue molto diverse e appartengono a due culture ben distinte. La scelta di studiare arabo all’inzio è stata determinata dalla volontà di scoprire una cultura vicina (non solo geograficamente) ma troppo spesso considerata in termini negativi e secondo stereotipi grossolani, a scapito dell’enorme ricchezza che la contraddistingue. Ignorarla è soprattutto una perdita per noi. Poi, all’arabo ho affiancato lo studio del persiano, la lingua parlata in Iran, paese che ultimamente visito spesso e con molto entusiasmo. Ogni volta che ci rimetto piede non posso fare a meno di pensare all’abisso che c’è tra l’immagine che in Italia abbiamo di questo paese e la realtà che invece incontro stando lì. Forse qui siamo troppo abituati a leggere la realtà dell’Iran, come quella di altri paesi mediorientali, solo attraverso lo spettro della politica, ci dimentichiamo di interessarci alla cultura, alle persone! La politica è quello che è, ma non può uniformare tutto.
Adesso mi occupo principalmente di letteratura e traduzione e da circa un anno collaboro con Internazionale per tradurre dall’arabo gli editoriali di Elias Khoury.

Ho letto su fb il tuo invito a contribuire per diffondere in questi giorni tragici la letteratura palestinese. Ti va di condividere con noi il tuo punto di vista?

Penso sia importante leggere la letteratura palestinese perché ci dice qualcosa di molto più profondo delle cronache del conflitto o delle analisi di geopolitica. Chi sono i palestinesi, quali sono i loro pensieri, le loro storie? La letteratura ci aiuta a non dimenticare la centralità dell’essere umano, proprio quello cancellato dalle notizie in cui hanno spazio solo l’odio e i bombardamenti. In questi giorni mi sembrava urgente ribadirlo.

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(immagine di Giacomo Longhi)

Ecco, siamo pronti ad accogliere i tuoi suggerimenti…

Per i suggerimenti sulla Palestina rimando a un post apparso sul blog Editoriaraba a cui ho contribuito anch’io. Tra i testi consigliati quelli che amo di più sono La porta del sole di Elias Khoury (Feltrinelli) e Una trilogia palestinese di Mahmud Darwish (Feltrinelli).
Quanto alla letteratura araba in generale… Il mio autore preferito è Elias Khoury, nato a Beirut nel 1948. Il suo ultimo romanzo, Specchi rotti (Feltrinelli), tradotto benissimo da Elisabetta Bartuli, è quasi meglio di un viaggio in Libano! Poi ci sono altri autori libanesi molto bravi come Jabbour Douaihy, Rabee Jaber, Hoda Barakat… il mio consiglio è di farvi una ricerchina su internet per scoprire quale di loro vi è più congeniale e… cominciare a leggere!

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(immagine di Giacomo Longhi)
Altri romanzi e autori andrebbero consigliati, vorrei citarne almeno qualcun altro: Warda di Sonallah Ibrahim (Ilisso), che racconta la storia di una mitica guerrigliera sessantottina in Oman. Il gioco dell’oblio di Muhammad Barrada (Mesogea), considerato il primo romanzo arabo postmoderno, ci regala un racconto sfaccettato del Marocco e della città di Fes. Rapsodia irachena di Sinan Antoon (Feltrinelli), un librino di cento pagine sull’Iraq. Direi che mi fermo qui, ma ce ne sarebbero molti altri.
Per l’Iran invece vi consiglio di visitare il sito della casa editrice Ponte33. Un progetto portato avanti con passione da due iraniste per far conoscere la letteratura persiana in Italia.

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Nella tradizione del nostro blog, ti faccio almeno una domanda sulle sedie della tua vita e ti chiedo se hai un’immagine, un ricordo… magari legato al mondo arabo che tu ami.

Beh, pensa che una scrittrice siriana non ancora tradotta, Dima Wannus, ha proprio scritto romanzo intitolato Sedia!
Ma lasciando da parte per una attimo la letteratura, devo dire che se penso alle sedie penso a quelle che aveva mio nonno attorno al tavolo di casa sua, erano modello “cesca”. Da un po’ di anni sono arrugginite su in solaio, mi piacerebbe risistemarle.
Invece la parola araba per dire sedia, kursi, usata in Iran – pronunciata korsi – indica un’altra cosa: un tavolo basso ricoperto di coperte, sotto cui viene messo un braciere o una lampadina che riscalda. Si infilano i piedi al calduccio, sopra si dispongono dei piatti con molte cose da sgranocchiare e si sta seduti così delle ore a fare niente … una pacchia per l’inverno! Peccato che sia una tradizione che si sta perdendo, devo convincere gli iraniani a riportarla in auge.

***

Con questo bel contributo di Giacomo Longhi il blog va in vacanza. Si riaprirà in autunno con nuovi contenuti e appuntamenti anche fuori dal web.
Lascio qui come promemoria le sedie dello Spazio Libri Laboratorio La Cornice di Tommaso Falzone. Scelgo proprio loro per due motivi. Primo, mi ospiteranno per un laboratorio (ed è un grandissimo onore). Secondo, passando da Cantù potreste accomodarvi lì e sfogliare un libro di Ponte33, tipo questo. Giacomo, quando gli ho raccontato che un amico libraio me l’aveva appena suggerito, si è stupito: Ponte33 è davvero una realtà piccolissima e poco distribuita! Ma da Tommaso si trova, e da tempo. E il caso non esiste (forse)…

A presto.

Silvia

 

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