E tu che sedia sei? Risponde Viviana Violo

– Quando fai la tua fatidica domanda “che sedia sei?”, be’ io ci ho pensato un sacco di volte e non mi è mai venuta in mente una risposta. Ora ce l’ho, sono una di queste poltrone…  

Così mi scrive Viviana qualche giorno fa, inviandomi la fotografia delle poltrone sulla linea di partenza.
Viviana è la donna che all’inizio di ottobre del 2013 mi buttò lì un “ma perché non pensiamo a qualcosa da fare insieme con gli haiku, io e te?”. Viviana, insomma, è la luna di Haiku seduti sotto la luna (io sono la sedia ovviamente), è talmente luna che il suo blog personale si chiama Lunamonda.

– Se la vuoi arzigogolare, questa tua sedia… – commento, la testa un po’ persa tra faccende molto quotidiane e preparativi per un autunno che si preannuncia divertente. L’ho lasciata fare, Viviana, sapendo che non mi avrebbe deluso. E infatti…

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Arzigogola, dice lei – Silvia. Sì, facciamo i gori-gori come dice mia figlia. Quando ho visto l’immagine lì sopra sono rimasta folgorata. Mi sono vista. E non nella sedia che spicca, quella azzurrina, no, proprio tra quelle schierate. Perché io sono proprio così, seduta, ferma. E magari mi direte che è brutto, ma io rispondo che non è affatto brutto. Ho un sedere enorme, (non metaforico, realistico), mi accompagna ovunque, un po’ come la chiocciolina delle lumache che è la loro casetta. Il mio enorme, infinito sedere è il mio trono. Michel de Montaigne diceva che anche seduti sul trono più alto si è sempre seduti sul proprio culo. Be’ lui lo diceva affinché monarchi e sovrani facessero esercizio di umiltà. Io mi elevo a vette insospettate. La postazione d’eccellenza da cui guardo lontano. Perché mi piace guardare dritto davanti a me, quasi in un esercizio di stile, cerco di rendere lo sguardo così aguzzo da fendere il domani, le nebbie dell’oggi. Stare seduta comodamente a guardare avanti, avendo – per altro – una buona compagnia affianco. Nessuna corsa, nessuna competizione. Il piacere dell’ozio, magari condiviso. In questo lunghissimo sguardo ci finisce dentro di tutto, come particelle in sospensione. In attesa che esse tornino allo stato di quiete. E non ho paura del mondo che gira, della gente che corre, di quello che vince. Mi nutro di tutto quello che entra dentro i miei occhi, è con gli occhi che mangio. E’ con il nervo ottico che deglutisco e con la mente digerisco. Sono così cerebrale che il mio corpo, talvolta, si dimentica di esistere. Le mie mani talvolta ricamano, piccoli punti sempre uguali, sempre più uguali a se stessi. Un spirale infinita che porta ad una punta così tagliente da togliere fiato ed alibi. Ed una volta che restate così o siete persi e siete davvero vivi. E viva mi sento, nel guizzo bello dove tutto è possibile perché non ho paura.

E vi saluto con una bella poesia di Federico Garcia Lorca.

Chi cammina
S’intorbida.
L’acqua corrente
Non vede le stelle.
Chi cammina
Dimentica.
E chi si ferma
Sogna.

E ora sono qui, ferma particella, a sognare. Domani mi alzerò portandomi dietro la mia casetta ed intraprenderò un nuovo viaggio che poi, memoria dopo memoria, sarà la mia storia.

 

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