Una domanda a Ginu Kamani

Due anni fa il mio amico Andrea (Sirotti) mi ha presentato la scrittrice Ginu Kamani. Ginu è stata la prima scrittrice indiana della quale ha tradotto alcuni racconti, raccolti e pubblicati da Einaudi nel denso Junglee Girl.
Quando l’ho conosciuta il tempo passato con lei non fu molto e solo dopo la sua partenza ebbi modo di leggere i suoi racconti, incentrati sulla ricerca di un’identità femminile libera e scevra dalle imposizioni moralistiche e castranti della società indiana. Forse le accennai qualcosa su sedie e domande ma non approfondii. Per mia grande fortuna Ginu vive spostandosi spesso ed è tornata a trovarci.
La straordinaria energia che riesce ad attrarre e a regalare alle persone che la circondano ne fa una persona affascinante. Ascoltarla, leggerla, ti incanta. Sia quando ti racconta degli anni passati ad insegnare, la missione per la quale si sente chiamata, sia quando ti parla della foresta pluviale, in mezzo alla quale ha vissuto per anni, decisa a capire cosa fosse la benedetta paura di cui tutti le parlavano. Ad un tratto, mi ha raccontato: Questa estate, visto che i miei studenti mi stavano facendo diventare matta ripetendomi sempre “Ho paura, ho paura”, ho voluto provare cosa potesse essere questa paura! E se ne è andata a stare in Dominica, dove le piante crescono pure sulle lamiere delle macchine abbandonate. Il legame di Ginu con la natura è fortissimo e ogni volta che sono stata a trovarla era immersa in un caos di piante suddivise in buste, ciocche, sacchetti. Un tripudio di arbusti da ripulire, fiori stesi a seccare, semi da raccogliere, frutti a macerare, olii in preparazione.

Una volta partita le ho mandato una mail chiedendole quale fosse la sua sedia e lei mi ha subito risposto. Ho chiesto dunque ad Andrea di tradurre in modo adeguato la risposta.

Ecco qua:

Cara signora, la mia sedia è il dondolo. Prova a mettere «indian swing» su Google Immagini e vedi quello che ne viene fuori. Se ti va bene, allora possiamo procedere. Per darti un’idea di dondolo, Lorenzo (il nostro amico comune che l’ha ospitata durante i suoi soggiorni nei pressi di Firenze) o chi per lui dovrebbe farne uno appositamente per/con me di legno di faggio, poi fare un modellino in miniatura per te. La forma del dondolo dev’essere quella di un carro di fuoco per evocare le brezze fresche per soffiare sulle fiamme del movimento.
Il dondolo è un arma segreta di auto-appagamento nota fin dai tempi antichi in India, ma soprattutto nel Gujarat, la terra di origine della mia gente, in cui il dondolo era un veicolo di energia di Lord Krishna stesso, il padrone delle brezze fresche che ammaliava tutti con la sua ariosa musica per flauto, la sua infinita carica sessuale (sufficiente a portare al godimento 5000 pastorelle contemporaneamente) e le sue vorticose danze aeree.
Nella mia casa di Bombay dal 1971 al 1976, al 24° piano dell’allora più alto edificio della città, il dondolo sul balcone (una seduta nera imbottita lunga come un divano, sorretta da pesanti catene d’ottone adorne di campane, uccelli, fiori) era il mio compagno costante, ascoltavo musica in salotto con lo stereo a tutto
volume mentre l’oscillazione a ritmi alti forniva una fonte costante di gioia e di auto-relax. E portò ad alcune interessanti avventure.

Ringraziamo per la traduzione Andrea Sirotti.

 

indian swing

 

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