Intervista a Fausto Gilberti

Bologna Children’s Book Fair, Padiglione 33. Ho già speso una piccola fortuna ma mi aggiro ancora curiosa tra i libri, in attesa di una persona con cui ho appuntamento. Riconosco Fausto Gilberti dalla pila di Orchi che ha sul tavolino. Si sta facendo i fatti suoi, non è ancora arrivata l’ora degli autografi.

Lui sta lì e contemporaneamente nel mio trolley. Ok, ad essere precisi nel trolley c’è la mia copia dell’Orco. Mi butto. Non è molto da me, ma lo disturbo e già che ci sono oltre all’autografo ottengo la disponibilità ad essere intervistato via e-mail.
Probabilmente risulto sciolta e disinvolta quanto uno dei suoi omini.
(La prova)

Iniziamo al nostro solito modo. Siediti e dicci chi sei, cosa fai.
Fausto Gilberti: un omino esile con sguardo sorpreso e perplesso; sulla carta d’identità c’è scritto che faccio il pittore.

Ti ho disturbato alla Bologna Children’s Book Fair mentre eri seduto tranquillo, solo, concentratissimo. Stavi disegnando uno dei tuoi caratteristici omini su un taccuino. A parte che ti ringrazio di non avermi mandato a quel paese, sei stato di una gentilezza incredibile… Mi ha incuriosito questa tua attività in un tempo “morto” nel caos della fiera, come se quegli omini uscissero ormai dalla tua penna in modo automatico, vispissimi e dotati di vita propria. Ti ricordi qual è stato il tuo primo personaggio dai grandi occhi? Com’è nato?
Ho sempre disegnato omini che sono cambiati nell’arco degli anni: da complessi a minimal, con il corpo o senza (solo il viso) ma gli occhi sono sempre stati grandi, a palla e sorpresi come li vedi adesso.

Gli omini dai grandi occhi hanno qualcosa di infantile, uno sguardo infinitamente meravigliato sul mondo. E anche quell’ironia vagamente inconsapevole… Fisicamente un pochino ti assomigliano, l’hai detto anche tu. E l’ironia che leggo nelle tue storie, ti appartiene anche nella vita?
Sicuramente, perché non riuscirei mai a comunicare sentimenti, valori, passioni, ossessioni, stati d’animo che non mi appartengono.

Tu non sei un illustratore in senso classico. Sei un artista, hai esposto in gallerie, ideato performance anche provocatorie. Passando al mondo della “riproducibilità tecnica” ti sei inizialmente rivolto al mondo degli adulti, ad esempio con Mr Dildo e Rockstars. Poi sei passato ai libri per i bambini, pubblicando con Corraini L’orco che mangiava i bambini e Bianca.

Il fatto di lavorare alle storie per l’infanzia è una tua esigenza espressiva o anche una scelta di mercato? 
Arrivo ai libri illustrati trasversalmente, dal mondo dell’arte contemporanea. Non sono e non mi considero un illustratore perché penso di non averne le caratteristiche tecniche e poetiche. Mi piace ancora definirmi disegnatore e pittore (un esempio, qui).
Disegnare e scrivere libri è per me una nuova avventura artistica. Ho appena messo un piede in questo mondo (i libri illustrati) e per adesso noto con gioia che il pubblico che lo frequenta (adulto ma anche no) rispetto a quello che segue l’arte contemporanea è più sincero, disinteressato e appassionato. Ti esprime le sue emozioni se il libro e i disegni gli sono piaciuti. Lo senti più vicino e coinvolto. E questa cosa mi piace molto e mi stimola a proseguire su questa strada.
Ho deciso di dedicarmi ai libri in un momento particolare della vita. Mi ero stufato di fare solo l’artista che fa le mostre, i quadri, le opere uniche. Poi la famiglia e i figli…
Bianca e L’Orco che mangiava i bambini mi sono stati suggeriti e ispirati dalle esperienze di vita condivise con i miei due piccoli rospi Emma e Martino. Scherzo sono bellissimi. Come il papà.
Da artista che si esprime prevalentemente con il linguaggio visivo, in che rapporto sei con le parole?

Succede che mi danno dello scrittore. Non esageriamo…Mi esercito a scrivere…A volte sbaglio ancora i congiuntivi. 

 

Ho letto che fai anche laboratori con i bambini. Come reagiscono agli aspetti ironico-noir de L’Orco che mangiava i bambini? Mia figlia Giulia, sei anni, si è divertita tantissimo… Si ok, anch’io : )
Sono molto attenti e all’inizio vedo sulle loro facce un po’ di timore. Poi quando li coinvolgo di più e ironizzo sul senso del libro si fanno due risate anche se rimane tra di loro il dubbio che l’orco ci sia davvero e quindi li vedo contenti ma sbigottiti.

Non abbiamo ancora parlato di sedie! Ci descrivi la tua postazione di lavoro?
In studio ho vari tavoli da lavoro con relativa sedia sempre diversa: un tavolo dove disegnare e dipingere su piccoli formati; un tavolo dove ritagliare, incollare; un tavolo dove consultare i libri e lavorare al computer.
Ma in studio ci vado poco. Sono pigro.
La postazione di lavoro che preferisco è un vecchio tavolo di legno tutto segnato appartenuto ad un calzolaio e usato poi per farci e tagliarci il salame. Si trova in casa, in cucina per l’esattezza.

Ora giochiamo con le metafore. Come accade con tutti quelli che passano di qui, ti toccano alcune domande un po’ demenziali… Per immagine, se tu fossi una seduta, saresti una sedia, una poltrona, uno sgabello, un divano, una sdraio…?
Un divano.

Ti vedi più la sedia su cui gli altri possono sedere o alla ricerca della sedia su cui sederti?
Mi siedo.

Nella tua vita hai mai incontrato persone che son state per te una sedia?
Mia moglie. Letteralmente una sedia robusta che mi sostiene in ogni momento.

Ci regali una sedia della tua vita? (un’immagine, un ricordo…)
Al mattino appena alzato, una delle prime cose che faccio: guardo fuori dalle finestre. In lontananza vedo il Guglielmo, che non è il mio vicino, ma la montagna ”bresciana” più famosa, in dialetto “G_ölem”. Se non c’è foschia svetta su qualsiasi cosa a vista d’occhio. E’ una visione che mi rasserena. Se poi la vetta è illuminata dal sole si preannuncia una bella giornata.


Info:

 
> le pagine fb dei libri Bianca, L’Orco che mangiava i bambini, Rockstars 
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