Intervista a Katia Mazzoni

Il sesto senso della rete ci ha portato qui.  Ho incontrato Katia Mazzoni e il suo blog Pendolante da poco, ma – come dice lei – noi due “dobbiamo parlare finché non finiscono un paio di bottiglie”. Incominciamo così, da sobrie e pubblicamente… 




Siediti e dicci: chi sei? che cosa fai?

A sedermi ci provo, ma stamattina il treno è pieno e mi sa che mi tocca stare in piedi. Tutti i giorni faccio casa-lavoro e ritorno sulla ferrovia, insomma, sono pendolare e di conseguenza Pendolante: dal viaggio in treno nasce quello virtuale, un blog in cui racconto quello che vedo e sento, la varia umanità pendolare o chi abita la stazione. Un mondo nel mondo. Una parentesi tra casa e lavoro, tra famiglia e biblioteca. E anche tra biblioteche ho viaggiato per anni prima di approdare a quella attuale: universitarie, comunali, specialistiche… Tra tutte preferisco senz’altro quelle “di pubblica lettura”, per libri e utenza, ma da anni lavoro in una biblioteca medica di una città emiliana. Poi sono e faccio anche altro, principalmente la mamma, per questo la prima fotografia che ti mando ritrae una sedia importante, di famiglia, quella sulla quale ho allattato mia figlia.

Il tuo blog è davvero ben scritto e ben concepito, proprio un piacevole incontro nel mare magnum del web. Che ruolo hanno la scrittura, il blog, i social network nella tua vita pendolante?
Passo molto del mio tempo d’attesa e di viaggio a scrivere, fotografare, leggere e osservare. Sono tutte attività che si alimentano reciprocamente. La scrittura mi permette di fermare immagini e formulare pensieri che altrimenti rimarrebbero solo intuizioni destinate a sparire dietro altre urgenze. A volte preferisco uno scatto col cellulare, come appunto per futuri racconti o per immortalare lettori sui treni. L’immediatezza della fotografia mi piace e mi piace accostare immagini di contrasti e varietà, per questo ogni tanto pubblico album fotografici tematici di ambientazione rigorosamente ferroviaria. Poi dai post vengono i commenti e dai commenti altre riflessioni, a volte discussioni e scoperte di nuovi blog. Un mondo che si apre a ventaglio e incrocia strade che altrimenti non si sarebbero nemmeno sfiorate. Potenza della rete. Frequento anche i social network, Facebook, Instagram, Google+, Anobii… anche se sono meno attiva, soprattutto per mancanza di tempo, ma anche per i limiti di spazio.

A me l’aggettivo “pendolante” fa venire in mente un’altalena e anche una campana, uno slancio verso l’esterno e un ritorno. Ha un tempo tutto suo, il pendolare, e forse anche un modo tutto suo di sedersi e guardare il mondo…
Assolutamente sì! Il pendolare viaggia restando fermo: in stazione, sulla banchina, sul sedile di un vagone. Non deve occuparsi del tragitto o del traffico. Per lo più aspetta e lo spazio dell’attesa può diventare tedioso se non lo si coglie come opportunità per “fare” che diventa anche una distrazione dalle quotidiane difficoltà del viaggio, perché le nostre ferrovie qualche problema lo hanno… Scrivere dei disagi diventa terapeutico, un modo per sdrammatizzare. Poi stare seduta ad ascoltare conversazioni, telefoniche o tra viaggiatori, osservare vezzi, manie, comportamenti degli altri è un’opportunità. Il sedile di seconda classe diventa una poltrona in prima fila sul mondo, anche se in formato Bignami.

Ci indichi le tre storie pendolanti per te più significative?

Te ne propongo tre: una sui disagi del viaggio, una sul mondo visto dal treno e un ritratto di abitante di stazione

Viaggio tra gli odoriNel viaggio di un pendolare l’odorato viene sollecitato spesso, anche quando ne farebbe volentieri a meno, tanto che lo spostamento verso il lavoro diventa anche itinerario olfattivo

Elogio della lentezzaIl treno d’agosto, coi suoi pochi passeggeri, rallenta fino ad arrestarsi subito prima del ponte sul fiume. Il paesaggio veloce, fuori dal finestrino, si ferma diventando nitido. Un vecchio in canottiera bianca, sta falciando a mano un perfetto quadrato di spighe bionde circondato dal verde del prato.

L’omettoAl primo binario del condominio, abita un ometto claudicante che ha visto passare parecchi treni. È così minuto che se ben piegato starebbe comodamente in una valigia ed è talmente spiegazzato che sembra ne sia appena uscito.

Parliamo, se ti va, della sedia della bibliotecaria. In senso ampio, magari, perché la figura è affascinante. Due sono gli aspetti che mi colpiscono. Il primo è l’idea di catalogazione del sapere del mondo, che mi suscita – disordinata quale sono – contemporaneamente speranza nella possibilità di organizzare il caos e ansia da eccesso di codificazione. Il secondo aspetto che mi interessa è verificare l’attualità di questa figura professionale in questo mondo iperdigitale.
Molto più attuale di quanto non si pensi, anche per la grande quantità d’informazioni disorientanti che si possono trovare in rete. Per rimanere in tema pendolare, possiamo immaginare che ci sia un viaggiatore in un’immensa stazione ferroviaria, con centinaia di binari e migliaia di treni, cioè le informazioni. Orientarsi in quel caos non è facile. Il povero viaggiatore deve scoprire il numero di binario in cui si trova il suo treno/informazione, deve scegliere quello che percorre la distanza nel minor tempo, quello che costa meno e che fa meno fermate, il più comodo e con più servizi… Il tutto cercando di evitare bagarini di biglietti fasulli e abusivi vari che lo portano verso il vagone sbagliato. Ecco, i bibliotecari servono proprio a questo: catalogando e indicizzando il “sapere” costruiscono il ponte che collega la persona all’informazione/treno che gli serve. Anche i motori di ricerca raccolgono e organizzano informazioni, tanto che mi risulta che molti si avvalgano proprio della professionalità dei bibliotecari per farlo, ma mancano di un filtro qualitativo che vada oltre il numero di accessi di un sito (chi l’ha scritto, quando l’ha scritto, con che competenze ecc…).

Si è fatto il momento di giocare. Per immagine, se tu fossi una seduta, saresti una sedia, una poltrona, uno sgabello, un divano o una sdraio?

Di sicuro non sono un sedile di un treno e nemmeno una sedia di una sala d’aspetto. Mi piacerebbe pensarmi come una poltrona con schienale alto e poggiapiedi, ma temo di non essere così comoda. Sono più una semplice poltroncina confortevole, ma a volte vorrei essere un sedile eiettabile per espellere i sederi indesiderati
Ti vedi più la sedia su cui gli altri possono sedere o alla ricerca della sedia su cui sederti?
Credo che non ci sia una risposta immutabile, dipende dai periodi della vita. In questo momento sono più sedia sui cui altri si siedono, ma anch’io ho bisogno almeno di uno sgabello a cui appoggiarmi di tanto in tanto.


Nella tua vita hai mai incontrato persone che son state per te una sedia?
Eccome! A volte comode poltrone da cui staccarsi con difficoltà, a volte sgabelli chiodati da fachiro ai quali tentavo di resistere tenacemente. Ci sono sedute che si fa fatica a lasciare, anche quando si sa che ci farebbe bene.

Ci regali una sedia della tua vita?

Te ne regalo volentieri due. Il primo è uno sgabello, superstite di quattro che erano le uniche sedute dei miei genitori quando migrarono in Svizzera 45 anni or sono. Me lo tengo gelosamente come cimelio di famiglia.
La secondo è una sedia a sdraio, con tubolari di ferro e cordoni di plastica colorata ad avvolgere la seduta e lo schienale. Dopo un po’ che ci stavi sopra i cordoni si allargavano e iniziavi a sprofondare verso l’abisso. Su quella sedia, nelle sere d’estate, mio nonno raccontava a noi nipoti storie della sua vita, di guerra, oppure fòle (favole) che oggi trasmetto a mia figlia. Forse è nato lì il mio amore per i racconti. 

Info: 

> Pendolante

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