Intervista a Beniamino Sidoti

Quante sedie ha da raccontarci Beniamino Sidoti, questo signore qui affisso al muro e sorridente. Ne ha così tante che non è bastato un solo post ed ecco dunque l’intervista: si parla di gioco (ovviamente), di storie, di formazione, di azzardo. Si usa persino – ne sono molto orgogliosa – la parola cippirimerlo. Son soddisfazioni. Buona lettura!

Siediti e dicci: Chi sei, che cosa fai?

Buongiorno, ecco… cosa faccio… mi metto comodo, al momento.
Più in generale, mi occupo di giochi e di storie, e di libri. Questo significa che ogni tanto creo giochi (quasi sempre su commissione), oppure tengo dei corsi su scrittura, lettura e gioco, oppure scrivo e progetto libri.
Chi sono, dunque? Sono un quarantenne con la passione dei giochi e delle storie, che cerco di tradurre anche in lavoro: ho fondato e organizzato fiere, scritto giochi, scelto libri e letto storie. Un po’ di tutto, un po’ ovunque.

Hai curato con Andrea Angiolino il Dizionario dei Giochi edito da Zanichelli. Si può giocare con un dizionario? 

Si può giocare con tutto! In particolare con un dizionario, certo: quando lo sfogli a casaccio, quando salti di rimando in rimando, quando provi a beccare l’autore e vedere se si è dimenticato qualcosa. Oppure puoi fare giochi più strutturati, inventando una definizione falsa e mischiandola con le altre, e poi vedere se qualcuno la becca… funziona così Il gioco del vocabolario, un classico che mi diverte molto.

Giocare con le storie, giocare con la storia. Tra i molti libri che hai scritto, mi hanno incuriosito Eccetera. Giocare con le storie per viverle, capirle, cambiarle insieme e Crescere che avventura. Un percorso con la storia a partire da un grande archivio dell’infanzia, entrambi pubblicati da La Meridiana. Archivi e scrittura collettiva sembrano mondi apparentemente lontani, come lo sono talvolta passato e presente… Cosa proponi in qualità di formatore di insegnanti?

Come formatore cerco sempre di far scoprire cose che già si sanno, riorganizzarle diversamente e valorizzarle – credo che sia un modo di insegnare in cui mi trovo bene.
In particolare, al centro del mio lavoro sta il gioco, cioè un meccanismo potente di partecipazione e di creazione di possibilità: un modo di lavorare che spinge a ragionare non solo sull’esistente, ma sul possibile. Detto così, sembra molto astratto: pensa a come un gioco matematico ti spinga a cercare soluzioni, un gioco creativo a creare qualcosa d’inatteso, un gioco di travestimenti a portare avanti un personaggio oltre i confini della sua storia…
Quindi, come formatore, gioco e faccio giocare. Raccolgo e invento giochi; oppure, più in generale, cerco di trasmettere delle “pratiche pensanti”, cioè dei modi di fare le cose che ti fanno riflettere su ciò che fai, su come lo fai, magari anche sul perché lo fai.
Al centro possono esserci allora i comportamenti corretti da tenere in caso di terremoto (un lavoro che ho fatto per INGV) o la scoperta di un archivio, o la scrittura collettiva o la passione della lettura. Quello che resta costante è un certo modo di lavorare, che cerco di costruire negli anni. Non solo perché ci credo, ma perché mi piace, mi ci trovo comodo.

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Scrittura collettiva è anche, più o meno consapevolmente, il web nel suo insieme. Come valuti, da studioso, questo brulicante mondo di blogger cialtroni, autori frustrati, twittatori compulsivi, facce metropolitane ingrugnite ma tanto, tanto social quando sono su facebook?

È bellissimo!!! Ah, non siamo su facebook? Allora posso rispondere seriamente? (ride!)
Be’, è una grande risorsa, diciamolo. La possibilità di creare qualcosa senza difficoltà, con altri, conoscendo persone affini ovunque. L’occasione di farsi conoscere per quello che sai fare, non per quello che gli altri dicono di te. Insomma, l’utopia di ogni adolescente che si affaccia alla vita.
Fermiamoci agli aspetti che riguardano la scrittura, per ora: questa grande opportunità per ora sta generando pochi risultati, mi pare. Cioè vedo pochi progetti persi in un mare di egolalia, di cose scritte e dette per parlare di sé, di sé, di sé: un sé piccolino, però, un sé misurato con pochi gesti e frasi brevi, con le storie di altri, fatto senza coraggio. Così finisce per diventare un gioco di specchi in cui si perdono le cose importanti, in cui ci perdiamo.
Oh, sei tu che l’hai chiesto!!
Detto questo, quei pochi progetti buoni sono spesso fantastici: hanno una potenza, una rapidità che prima non c’era. È un nuovo mezzo, un nuovo ambiente, se vuoi un nuovo gioco e stiamo solo imparando a usarlo. Se troveremo un buon modo per usarlo, resterà nostro.

Con Haiku seduti sotto la luna giochiamo con la poesia. Tu come ci giochi?

Con gli haiku in particolare mi diverto a fare degli haiku casuali, composti con il metodo dei foglietti piegati, quelli che i surrealisti chiamavano Cadaveri squisiti. Divertente e istruttivo!
Poi, cerco di fare diversi giochi, dal Codice fiscale poetico (do solo le consonanti di una poesia e poi chiedo di farne una nuova), all’Albero della poesia (si compone una scrittura collettiva in gruppo a partire da un verso tronco comune a tutti – figura che in retorica si chiama anafora), passando per giochi con metafore, slogan al contrario, poesie a richiesta o a staffetta.
Trovo la poesia un materiale di gioco formidabile, e che si presta a ragionare molto su come dire la stessa cosa con altro effetto.

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Giochi di ruolo. Convincimi che sono divertenti, ti avviso che sono un osso duro.

Ma non devo convincerti! Mica devi amare un gioco, il verbo giocare non sopporta l’imperativo, cippirimerlo!
Vediamo… Giocare di ruolo è qualcosa che tutti abbiamo fatto e facciamo, è una delle pulsioni di base del gioco: giochiamo di ruolo quando facciamo finta di essere un supereroe o un personaggio di un libro che amiamo, per trovare ispirazione; o al contrario, giochiamo di ruolo quando dobbiamo vestire i panni di un mestiere o di un atteggiamento che è diverso dal nostro. Poi, questa cosa si può fare gioco più strutturato se il gioco diventa condiviso con altri: allora avrò bisogno di regole che dicano come si può raccontare una storia che contenga tutti i nostri personaggi e come abitare un mondo comune che resti credibile.
Le regole sono come strumenti: ti aiutano a fare meglio un lavoro se capisci come usarle. In questo caso un gioco di ruolo con buone regole ti aiuta a fare meglio quella cosa lì, inventare una storia in gruppo in modo godibile, e portarla avanti per un tempo più lungo, abitarla per un po’. Credo che sia un’esperienza da fare, nella vita.

Finalmente si parla in modo critico di gioco d’azzardo. Qual è la tua posizione a riguardo?

Da studioso, da persona che con le parole lavora, noto una cosa che credo riguardi davvero tutti: la scomparsa progressiva della parola azzardo per un più generico “gioco”. Facci caso, in tutte le campagne (e sono tante) di gioco d’azzardo (macchinette, slot, superenalotti e lotterie, poker on-line) si legge “gioca responsabilmente”, oppure “i giochi sono vietati ai minori di 18 anni” o ancora “gioca e vinci”. Ecco: ci stiamo facendo fregare una parola… la parola gioco sta diventando rapidamente sinonimo di “gioco d’azzardo”, perché i comunicatori di quel settore, gli imprenditori di quel settore, cercano di ammorbidirne l’impatto parlando genericamente di “gioco”.
Non è quello il problema, intendiamoci: questo è un sintomo evidente, presenta a tutti, di una malattia ben più diffusa. Negli ultimi anni il gioco d’azzardo è penetrato ovunque, tra macchinette, lotterie istantanee e estrazioni diffuse: credo sia più facile trovare una possibilità di giocare soldi che trovare un bicchier d’acqua.
Ora, il gioco d’azzardo c’è sempre stato, e ha anche una sua dignità: oggi però abbiamo passato un limite. Il gioco d’azzardo sta rovinando molte famiglie, in particolare negli strati più deboli della popolazione, e rischiamo tutti di perdere un altro significato di gioco. Rischiamo di trovarci solo con il gioco inteso come spreco, casualità, destino: non come possibilità, come dicevo prima, ma solo come probabilità e come disgrazia.

Arrivati a questo punto dell’intervista di solito dico “Ora giochiamo”con un filo di imbarazzo. Confesso che detto a te sembra meno strambo! Pronto? Per immagine, se tu fossi una seduta, saresti una sedia, una poltrona, uno sgabello, un divano o una sdraio…?

Sarei la poltrona di una montagna russa. Perché offro sostegno e protezione, ma poi porto chi mi segue su un ottovolante di pensieri, contorto e veloce, per poi tornare al punto di partenza. È il gioco, bellezza, e non puoi farci niente: lo diceva anche Bogart.

Ti vedi più la sedia su cui gli altri possono sedere o alla ricerca della sedia su cui sederti? Nella tua vita hai mai incontrato persone che son state per te una sedia?

In questo momento, mi offro quasi sempre come sedia. Mi piace essere sedia: mi piace essere strumento, e crescere come strumento.
E sì, nella vita, ho trovato persone che sono state per me sedie, su cui mi sono appoggiato; e anche persone con cui appoggiarsi reciprocamente, come due sedie che si divertono a diventare il tetto di una casa; o come una traballante torre di sedie.
Nella mia sediosità, per me è importante che qualcuno si sieda su di me, così come è importante alzarmi e fare un giro, imparare e pensare a come cambiare.

Ci regali una sedia della tua vita?

Ti regalo una sedia imprevista: è una sedia che avevo creato con Tommaso Correale Santacroce per un’installazione sulla lettura che avevamo creato per la Biblioteca di Borgo Panigale a Bologna, “La casa delle parole mobili”. Avevamo tirato fuori dai magazzini della biblioteca sei mobili inutilizzati, e li avevamo usati poi come “libri”, cioè come contenitori di storie.
Tra questi, c’era una sedia, che è diventata oggetto di scrittura e lettura: cioè, era una storia che andava letta in due. Se uno si sedeva davanti, faceva scorrere una tavoletta di legno e scopriva così un testo, una leggenda cinese, che però stava scritta dietro la spalliera: occorreva un secondo lettore che la leggesse ad alta voce per condividerla.
Così, la nostra sedia della Casa delle parole mobili è una sedia per un racconto a due, in cui chi si siede scopre la storia, ma non può leggerla, e chi la legge non può scoprire la storia.
Ah, la leggenda cinese parlava di sospetti e di diffidenza: proprio la storia che vorresti ascoltare da qualcuno che parla alle tue spalle.

Info:

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2 pensieri su “Intervista a Beniamino Sidoti

  1. Meno male che, Silvia, mi hai segnalato questa interssante intervista, altrimenti me la sarei persa. Che bel lavoro!! V1MB

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