Le sedie pellerossa

Un posto silenzioso, verde, rilassante per davvero. 
Quando sono tornata a casa la prima volta, con le mie solite foto bislacche, mi sono accorta che avevo forse portato a casa le immagini giuste per descrivere questo luogo, dove ci siamo visti  offrire una sedia dopo neanche tre minuti che eravamo sbucati dal buio del tardo dopocena, disturbatori. E invece sentir stappare una bottiglia senza etichetta, di vino genuino, come  tu fossi l’ospite atteso, l’amico che ritorna.
In quelle foto di sedie scattate a giugno c’era già la storia che mi fa prendere il treno ogni venerdì per scappare a fare l’agrituristica, come mi dice la socia. Una storia bella, che è costata fatica e durezze ma che viene offerta proprio come quel vino, con semplicità, per passione, con amore, perché non può essere altro che così. Posti e persone d’altri tempi, che non spendono troppo tempo online a promuoversi ma dedicano il tempo a far venire su gli alberi da una castagna. E’ una storia molto verde e genuina, iniziata negli anni ottanta quando di bio ancora non parlavano in molti e la conseguenza comune era sentirsi dare di cretino. Una storia di coerenza e di caparbietà, di vecchie ruggini e qualche acciacco. 
 Se ne stanno lì, non evidenti, un po’ nascosti. Protetti, che quella loro pelle rossa va cadendo.
 Loro resistono, acciaccati dal tempo ma non per questo meno belli. 
Uniti, vicini. 

Al passo coi tempi, ma inusuali, psichedelici ma senza additivi. Non si son dati una mano di vernice, no, son proprio così di suo. 
Uguali di quell’uguaglianza umana, ma diversi. 
Unici. 
Nel loro verde, legati stretti ai loro alberi, immersi nel ciclo delle stagioni stanno. In balìa delle intemperie, del solleone, delle gelate. 

Una grande famiglia. I piccini, gli anziani, i giovani. 
Tutte insieme, tutte diverse, si riparano e si radunano sotto a una grande tenda comune. 

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