Sedie fuori dalla scatola

Ciao. A che punto eravamo rimasti? Dunque.
Tempo fa io e la socia abbiamo speso un po’ di tempo insieme. Era una specie di vacanza milanese, una bolla dove ci saremmo ritrovate. A farci da ospite o cicerone, uno curioso quanto noi, che guarda il mondo e lo annusa come i gatti e che al sedersi preferisce il camminare. 

E allora da Firenze con sedili ad alta velocità abbiamo attraversato la pianura e poi abbiamo diligentemente preso la linea verde (senza sederci) e ci siamo trovati tutti in una piazza perfetta per attaccare bottone. Non avevamo nessuno scopo preciso, ma è finita che qualche sedia è sbucata fuori comunque. 
Sarà che di giorno siamo sedute e inscatolate per gran parte del tempo e se ci capita di uscire dalla scatola non ci lasciamo sfuggire l’occasione ma sempre noi restiamo e i nostri riferimenti restano saldi. 
Ma torniamo alle sedie fuori dalla scatola. Che suona un po’ come i matti fuori dal cancello o l’ora d’aria del detenuto. Ecco, sì, a ripensarci non è tanto sbagliata come immagine. 
Perché abbiamo passato una giornata avvolte da molte parole, da continui racconti, cullate da quella magia che è la sospensione data dalla voce che ti narra una storia. Abbiamo vissuto per qualche ora dentro al racconto di una storia rara di questi tempi, fatta di vissuto e di innovazione, di impegno, di lavoro, di successo. 
E’ stato come uscire a respirare. E’ stato come sedersi comode. 
E comode ci siamo sedute davvero! Ma questo lo sapete già.
Quello che non sapete è ciò che abbiamo visto. Noi sedioline abbiamo sbirciato curiosissime questo mondo che racconta ottimismo, che infonde speranza e abbiamo visto robe che nelle nostre scatole non arriveranno mai. In una babele di lingue abbiamo ascoltato ragazzoni parlare di valvole e becchi, manopole e leve, assistito a infusioni e tostature. 
Sulla panchina bella gialla stava seduta una punkina coi capelli verdi come una sirena e poco dopo una ragazza bella con un marzocco tatuato in pieno petto. Che sarebbe un leone, per capirsi, e non son cose che si vedono tutti i giorni. E poi ci siamo riempite gli occhi di grafica, foto, arte, che in certi ambienti evidentemente si sperimenta anche nel bidimensionale e ci siamo lasciate incantare da leaflet, cataloghi, illustrazioni. 
E poi storie di officine e di pionieri, i racconti di chi ha nelle mani un lavoro che ha imparato in tutta una vita attraverso l’esperienza e ha l’orgoglio di poterlo passare all’ultimo assunto, che è così giovane che gli è stato in braccio appena nato. Storie di persone che vivono e costruiscono. Storie di persone che cercano di ricordare il nome di quel cane che c’era in officina ai tempi in cui erano giovani e c’era ancora la generazione passata, quella che ha dato il via a tutto. Storie che si incastrano come caleidoscopici frammenti.

In tutto questo brusìo di personaggi e azioni, il persistente profumo di caffè ha stimolato i neuroni. E ci sono sorte domande esistenziali, tipo: il caffè è meglio berlo seduti o in piedi? Son due scuole di pensiero, due attitudini verso la vita. La consumazione in fretta e furia, in piedi o in punta di sedia come già avevamo accennato qui, ci rimanda agli autogrill e ai baretti per impiegati del centro, stretti nei loro cappotti e con la faccia contrita.
Oppure c’è il caffè – inteso come locale – in cui si sosta e che diventa alveo per perdere tempo, pensare, leggere, scrivere, provarci con le donne, giocare a carte, rifare il governo o la nazionale. E allora ecco la tradizione dei caffè letterari, i bar di paese o i topos universali tipo Starbucks. 
A questo pensiamo noi, mentre ci accaparriamo un posto a sedere tra un australiano barbuto e un toscano verace. Ci distraiamo, svirgoliamo anche quando dovremmo stare attentissime, ma intorno è pieno di stimoli interessanti e seppur stanche continuiamo a girellare. Anche il profumo di caffè a quanto pare eccita, non importa per forza assumerlo.  
E insomma, alla fine facendo un po’ i conti, abbiamo raccolto sedie anche senza accorgercene. E pur non capendo bene cosa c’entrino con il caffè le biciclette, visto che però sono belle, oh se sono belle! e il sellino vale come seduta, vi facciamo vedere anche questa meraviglia in cuoio. 
Ci siamo sedute per contemplare lo spettacolo del mondo intorno a noi. Che più di tutto ci piace guardare e raccontare. Tra l’altro, credo di aver compreso, nel tempo, la nostra diversa attitudine al racconto. A quello vogliamo arrivare, sempre, ma abbiamo due modi tutti diversi.  
A Silvia riesce e piace chiedere, interagire, scoprire e domandare. Camilla tende a guardare, prendere in silenzio e rimuginarci su seguendo fili solo propri. 
Poi ognuna a modo proprio, partoriremo qualcosa. E mentre questi sperimentano fuori dalla scatola noi, ora, nella scatola rientriamo, perché ci serve quella pace lì per elaborare e renderci conto delle idee nuove che ci son venute fuori, dei filini che abbiamo trovato. Ma non resteremo nella scatola per sempre. Fino alla prossima volta. Che se uno trova molti filini, alla fine può anche decidere di farne una bella scala o una liana e evadere. 
Segnaliamo in questo post la partecipazione speciale di:

> il Pellegrinoamico e tag di Measachair

La Marzocco, l’evento era Out of the box.

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