Quando la banda passò

foto di Roberto Oliva

Non gli era mai successo. Che vergogna.
Giuseppe suonava nella banda del paese da quarantanni. Memoria storica, collante, rispettato: era un vero e proprio simbolo, una certezza quanto il mare e la collina. Alcuni erano invecchiati con lui, pochi a dire il vero perché tra famiglia e lavoro i più mollavano l’impegno, ad un certo punto, e quasi sempre spontaneamente. Suo era il compito di rimproverare gli incostanti, quelli che non si presentavano alle prove, davano buca agli appuntamenti o suonavano con poco cuore e poca voglia. In quelle circostanze non faceva preferenze, governava il gruppo con polso saldo, redarguendo con autorevolezza mista a bonarietà e, nei casi più gravi, inducendo con garbo al ritiro. Nessuno aveva mai protestato, i rimproverati uscivano dal virile colloquio sollevati da una responsabilità gravosa e contemporaneamente orgogliosi di aver fatto parte, pur se per breve periodo, di quella storia. Si trattava di un vero e proprio buon governo senza investitura ufficiale, li teneva insieme come le note sullo spartito ma sapeva tagliare i pezzi che non funzionavano senza provocare smottamenti. Erano decisioni incontestabili, le sue, e riguardavano ad ampio raggio le persone, i brani musicali, persino i tragitti nelle vie del paese. Sapeva bene di essere un elemento indispensabile: un giorno fu spostata la data di inaugurazione del nuovo parcheggio per una sua improvvisa seduta dal dentista, perché senza Giuseppe, lì, niente filava. Negli anni settanta avevano inciso anche un disco. Raro eh, sottolineava ai parenti a cui lo aveva regalato. E non si contavano le partecipazioni a Telemare, che uno le prime volte tremava un po’ ma poi ci si faceva l’abitudine. Negli ultimi tempi il coinvolgimento del gruppo era più svogliato, i giovani musicisti si reclutavano in paesi sempre più lontani ed erano pochi, stupidotti e con pettinature assurde. Toccava farsi venir buoni quelli che c’erano, lavorar di cesello sulle motivazioni, sull’orgoglio di appartenenza. Era necessario metterli un po’ in competizione, si sa i giovani su quella cosa lì ci cascano sempre. Un solo tema non utilizzava più per rinsaldare gli animi: le donne. Giuseppe sapeva bene che alcuni nemmeno raccontavano alle ragazze di far parte della banda, come se lo trovassero imbarazzante. E pensare che lui ai tempi ci aveva marciato parecchio su quei bottoni dorati…
E adesso che vergogna, che vergogna! Sull’assolo dei fiati aveva piantato una stecca che s’era sentita fino a Chiavari, una cosa che non si poteva dissimulare con un ghirigori, era proprio netta e aveva fatto deviare tutto il gruppo dei fiati con effetto di gran confusione. E dopo di loro, a cascata, tutti gli altri si erano messi a suonare alla viva il parroco ed ad alcuni gli era presa la ghignarola così forte, ma così forte che si erano dovuti fermare per respirare ed asciugarsi le lacrime. E tutta la fila si era scomposta, ingolfata in certi punti, smagliata in altri, e il sindaco con gli occhi bassi sul palco e lui, Giuseppe, lui era tutto rosso di vergogna.
Poi, non si sa bene come, si era arrivati alla fine. L’applauso c’era stato comunque, insieme a qualche risata. Ma a lui non veniva da ridere, ennò, gli veniva da piangere perché mai, mai gli era successa una cosa così. E allora si era rintanato lì, nel sottoportico, a lacrimare un po’. Ma poco. Belìn, che vergogna!

(Il signore della foto potrebbe chiamarsi Giuseppe, ma anche Mario o Giovanni, e certamente suona benissimo e non ha mai preso una stecca in vita sua. Lo scatto di Roberto Oliva mi ha suggerito questa storiella e dovevo proprio raccontarla, non me ne voglia il signor GiuseppeMarioGiovanni. Da una foto di Roberto, in passato, era venuta fuori anche questa breve saga familiare)

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2 pensieri su “Quando la banda passò

  1. Grazie Silvia ! Un grande onore che la mia foto abbia ispirato il tuo racconto . Potrebbe veramente essere così !

  2. Pingback: Il mio paese non esiste – Una mostra fotografica di Roberto Alfredo Oliva (fino al 30/8/2015) | measachair

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