Intervista a Simona Guerra

In principio fu Bianco e Oscuro. Storia di panico e fotografia, un libro che stava nel limbo della lista dei desideri da un po’. La fotografia è per me terreno quasi del tutto inesplorato, mi piace non solo esserne spettatrice ma leggerne, perché mi aiuta a pensare ai temi che mi interessano: lo sguardo, la luce, l’ombra, la memoria, la narrazione. Ho trovato quel libro interessante e le storie dietro il libro forse anche di più. Ecco il perché di questa intervista all’autrice, Simona Guerra, che ho scoperto dolce e dotata di una gran pazienza: nonostante i miei limiti d’orario, l’instabile collegamento in Skype, le domande assurde sulle sedie. Dolce e generosa Simona, che ci ha anche regalato un’immagine bellissima (la vedete qui sopra) e che penserò sempre associata alla sensazione del dondolio giocoso di due piedi bambini.

Siediti e dicci: Chi sei, che cosa fai?

Chi sono! Mi piacerebbe saperlo. Forse è proprio per questo che trovo le motivazioni per alzarmi dal letto al mattino, essere attiva, mettermi a cercare. Una delle forme attraverso cui cerco di capire chi sono è senz’altro la fotografia che per me non è solo un lavoro o una materia di studio: è proprio un modo di vivere.
Io vivo di fotografia, leggo prevalentemente saggi fotografici, scrivo sulla fotografia. Sono consulente di archivi fotografici, ho studiato per questo da sempre, così come da sempre ho respirato in casa attenzione per le arti, soprattutto quelle visive.
Tra le varie figure familiari che si sono occupate di fotografia, oltre a mio padre, spicca quella di mio zio Mario Giacomelli, che molto mi ha insegnato al riguardo. La cosa che può sembrare buffa è che io non fotografo! il mio mezzo espressivo è la parola. Uso le parole per raccontare il mio amore per la fotografia.

Ci puoi spiegare in cosa consiste il lavoro dell’archivista?

Prevalentemente valuto, riordino, catalogo o conservo fondi fotografici di collezionisti, fondazioni e comuni al fine di dare valore a raccolte di antiche fotografie o permettere l’utilizzo delle opere a scopo commerciale, espositivo. Comunque sempre in un contesto di valorizzazione. Lavoro in luoghi geografici e situazioni molto diverse, soprattutto in Italia e ultimamente anche all’estero.
In Italia c’è davvero poca attenzione alla fotografia, basti pensare che mentre all’estero la mia professionalità è subito compresa, in Italia mi capita di dover spiegare prima che lavoro faccio e perché valga la pena intervenire su un fondo e solo poi di discutere l’intervento necessario.

Viviamo immersi in un flusso di informazioni dove le immagini sono rapidamente consumate. Tu, con il tuo lavoro, fermi il tempo: isoli la singola immagine, la fai sedere e le chiedi di raccontare una storia. Quante volte ti capita di perderti nella potenzialità narrativa di una fotografia?

Mi capita seeeeempre ed è un disastro! (ride) Forse la persona ideale per questa professione sarebbe un individuo molto razionale, un po’ asettico, che si limita a fare quel che deve senza coinvolgimenti. Su di me invece le fotografie hanno sempre un impatto emozionale molto forte e non ti nascondo che questo fatto spesso mi porta a lavorare molto più del dovuto. Per esempio quando lavoravo all’archivio Alinari, a Firenze, mi occupavo dei fondi di industria. All’inizio ho pensato: che noia! E invece, lentamente, anche per questo soggetto mi sono appassionata molto. E’ un problema serio per me! (ride). Per fortuna molti committenti apprezzano questo aspetto; credo che vedano in me la passione per questa materia e mi scelgano come consulente proprio perché riesco ad andare oltre il mio compito.

Io di te ho ormai una visione romantica, ti immagino seduta in una biblioteca silenziosa, persa nei tuoi pensieri, con pochissime interazioni… Come sono gli ambienti dove svolgi le tue ricerche?

Gli ambienti possono essere molto diversi, vanno dall’estremamente ordinato, pulito, asettico, con impianti di areazione controllata, ai più maleodoranti sottoscala vecchi, con mura pericolanti, pieni di ragnatele. Di solito in questo secondo tipo di luogo ci trovi le sorprese migliori tra l’altro, perché ancora nessuno ha mai messo le mani né ha spostato nulla. A volte siedo su seggiole molto professionali o ergonomiche e altre su sgabellini traballanti. Una volta ho trovato una sedia a dondolo anni trenta (schiena a pezzi ogni sera!). Stamattina invece ho lavorato in un magazzino, seduta sul monitor di un computer. Non c’era altro. E’ un lavoro romantico in alcuni casi, ma se mi vedessi con la tuta da lavoro e il respiratore per evitare le esalazioni maligne forse cambieresti idea.

Ho qui un’esperta e ne approfitto! Ti vengono in mente fotografie di autori importanti in cui le sedie hanno un ruolo significativo all’interno dell’immagine?

Mi viene in mente una fotografia di Giuseppe Cavalli, anche se non è un autore che amo. Ricordo quest’immagine perché c’è un gioco di forme, sono sedie in un esterno probabilmente di un bar vicino al mare. E’ molto bella, deve averla fatta in un momento di luce forte così che il bianco contrasta a meraviglia con il “ricamo” del nero.

Nella mia esperienza ho notato che chi ha a che fare con le immagini ha spesso un rapporto particolare con le parole. E tu?
Le parole nella mia vita sono sempre presenti, da sempre. Scrivo per lavoro e non solo. Durante il giorno, poi, scrivo anche per me stessa e ciò comporta investire molte energie. Scrivere è bello ma anche faticoso, mi viene da paragonare quest’attività e lo sforzo a una corsa. Io poi non sono proprio capace di scrivere nemmeno un messaggio o una mail, anche la più banale, senza rivedere il testo e correggere i minimi dettagli. E’ più forte di me.

Bianco e Oscuro. Storia di panico e fotografia parla di attacchi di panico ed è un romanzo con diversi elementi autobiografici. Cosa ti ha spinto a scoprirti in un lato fragile?

Mi ha spinto il fatto che tutti siamo fragili e quindi non c’è niente da nascondere. Io ho sofferto di attacchi di panico in passato, la protagonista del libro ne soffre e questo disturbo è parte della storia. Ne soffre una quantità di gente nel mondo che il numero mi sfugge per quanto è grande. Ovviamente ci sono dovuta arrivare a questa disinvoltura nel parlarne – e non è stato semplice – però devo dire che è molto liberatorio riuscire a… essere se stessi! Non preoccuparsi più del giudizio degli altri, di cosa pensano in merito a quello che fai, che sei, che provi…
Il libro è nato in un momento di calma ritrovata, dopo un lungo lavoro su me stessa attraverso la fotografia, la scrittura, la psicanalisi, le storie e le persone che ho incrociato. Fondamentale, anche, è stato l’incontro con il lavoro fotografico di Giovanni Marrozzini: le sue immagini sono parte integrante del libro. La postfazione del libro invece è di Peppe dell’Acqua, psichiatra e successore a Trieste di un suo illustre collega: Franco Basaglia.

Sei a conoscenza di altre opere narrative che riguardano il tema del panico?

No, o almeno non mi pare, mentre molti sono i testi di natura medica, ovviamente. Un libro molto bello sul tema più generale della difficoltà di riuscire ad aprirsi è di Marie Cardinal e si intitola Le parole per dirlo. Le persone che soffrono di attacchi di panico hanno, tra l’altro, in comune, la difficoltà della comunicazione di questo disagio che credono sia pazzia. E’ come se fossero una botte e avessero un tappo. E’ una volta trovato il coraggio di togliere quel tappo, gocciolina dopo gocciolina, che la botte si svuota. La paura sta molto nel giudizio che gli altri possono dare riguardo al liquido che fluisce.

So che vai spesso a parlare in pubblico del tuo libro…

Sì, cerco di farlo ogni volta che posso e non tanto per promuovere il libro quanto per parlare di questo disturbo. Tutto sommato lì non presento soluzioni, ma solo la normalità di una persona che soffre, di un’esperienza che può capitare e da cui – io ne sono un esempio concreto – si può uscire. Non se ne parla mai abbastanza! Molta gente non ha idea della sofferenza che prova chi soffre di attacchi di panico e non sa nemmeno lontanamente come si faccia a portare un vero conforto a chi sta male. Quando provavo a parlarne, con fatica e qualcuno mi rispondeva “Ma magari è stress!” lo avrei preso a sberle! A un mio amico che ne soffriva hanno detto “Anche io ci sono passato ma ora prendo la valeriana”. Era allibito. Il panico ha logiche sue; la gente non lo conosce. Durante gli incontri non immagini con quante persone ho parlato che poi hanno deciso di togliere il loro “tappo” e raccontare! Una bella soddisfazione!

Ora il giochino a cui sottoponiamo tutti i nostri ospiti. Pronta? Tu che sedia sei?

Ah, finalmente… Ci pensavo oggi e ho un’immagine molto precisa! Sono una sedia a quattro gambe a cui ne manca sempre una. Su questa sedia ci si può sedere, ma solo mettendosi in un certo angolino e stando molto attenti a mantenersi saldi. La possibilità di perdere l’equilibrio e cadere è sempre in agguato! Ma non potrei mai avere la quarta gamba, sarebbe noiosissimo.

Ti vedi più la sedia su cui gli altri possono sedere o alla ricerca della sedia su cui sederti?

Non ho dubbi: alla ricerca della sedia su cui sedermi! Non c’è proprio possibilità che io possa sostenere qualcuno, non riesco a reggermi io! (ride)

Nella tua vita hai mai incontrato persone che son state per te una sedia?

Ne ho trovate moltissime. Ho una gran collezione di sedie, tutte quante diverse tra loro e con importanze differenti. Ho idea che mi possa sedere anche contemporaneamente su più d’una ed è una grande cosa perché so che non starò mai in piedi! (risata fragorosa)

Ci regali una sedia della tua vita? un’immagine, un ricordo…

Ricordo me bambina di quattro anni sulle ginocchia di mio nonno. Me lo ricordo grande grande, un omone enorme, le spalle ampie. Stavo seduta sulle sue ginocchia e ovviamente non toccavo per terra. La stessa sensazione me la dà stare seduta sulle ginocchia di Andrea, il mio fidanzato. Lo faccio spesso! Io sono molto alta, sì, ma lui è due metri secchi e quando mi ci siedo sopra non tocco terra. Poter dondolare le gambe vuol dire che ho il permesso di sentirmi piccola piccola… questo mi fa stare proprio tanto bene!

Info:

> www.simonaguerra.com

> Simona Guerra, Bianco e Oscuro. Storia di panico e fotografia: la pagina dell’editore

> Simona Guerra, Bianco e Oscuro. Storia di panico e fotografia: una recensione

> www.marrozzini.com

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