Divanabile

Domenico Gnoli

Sognavano un Frau in pelle quand’erano ancora vorreimanonposso. Durò pochissimo quel periodo, giusto un paio di sabati in Brianza e qualche decina di preventivi. L’aspettativa s’abbassò rapidamente verso un Minotti in stoffa, ma anche lì si deglutiva piano di fronte al venditore con la giacca buona, che si muoveva sicuro nel capannone tutto acciaio e wengè e la faceva facile, lui. Poi arrivò la soffiata. Una voce amica diceva che ai margini della Brianza un artigiano li imitava tutti, quei divani da sogno. E fu così che gli sposini, il cui soggiorno era arredato da tre sedie ereditate e un Mivar modello piccolo, entrarono nel magico mondo del sciùr M. Spartano era spartano, niente wengè, niente frassino sbiancato, niente di niente. Era un deposito, un enorme garage, ma i modelli delle riviste ah! lui li aveva tutti. E si potevano scegliere le misure, le stoffe, la consistenza delle imbottiture, persino i piedini. Da tutte quelle variabili e combinazioni sarebbe potuta uscire un’imitazione impeccabile o un mostruoso ibrido, il sciùr M. non s’imponeva: il Cliente aveva sempre ragione. Gli sposini optarono per un Quasi Minotti in tinta neutra, sfoderabile, seduta larga, bracciolo squadrato, composto in tre pezzi. Pratico. E la praticità fu da allora l’unico criterio ispiratore per le spese di una certa consistenza. Tramonto definitivo dell’epoca wannabe, largo al recupero eccentrico. Qualche anno dopo, su quelle basi, tentarono di ragionare sulla definizione di minimalismo, per poi concludere con un gigantesco chissenefrega e un’ancora più gigantesca risata. Forse isterica.
Codifiche estetiche o etiche a parte, a distanza di anni la coppietta non s’è pentita del suo divano. Una nave da crociera all’interno dell’appartamento, un’isola morbida, una casa nella casa. Un letto, il migliore. Tana. Con il giusto incastro ci si sta comodamente in tre. Lui stesso, il divano, è uno e trino giacché scomponibile – e difatti non sta mai fermo, ruota, ci son periodi in cui prende il centro della scena e altri in cui sta ai margini, mestamente al servizio della famigliola. Spostare il divano e reinventarlo è attività che va di pari passo con le tappe della vita, ora per esempio un angolo è arredato a studio di lei, un metroquadrato con tutti i confort, mensolina portalibri, lampada e laptop compresi. Chi tocca muore.
Ma se vogliamo indicare la reale importanza del quasi Minotti per quella gente, c’è una prova inconfutabile. Sono i neologismi a determinare il reale impatto delle cose sulla realtà, ce lo dicono i linguisti. Bene, in quella casa è stato creato, o meglio è sorto per autogenesi, l’aggettivo “divanabile”. Applicazioni esemplificative: sono qui divanabile (implicito: non mi rompere), mettiti divanabile (implicito: ti coccolo), oppure stasera c’è la partita, cucina divanabile (mangiabile con le mani, poco unto). E si noti, non tutti i divani sono divanabili, proprio no. “Dare un nome alle cose è la grande e seria consolazione concessa agli umani”, diceva Elias Canetti. Verissimo.

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2 pensieri su “Divanabile

  1. Bellissimo testo, quanto mi ci trovo!
    La nostra “barca” (perchè ormai il divano quindicenne s'è proprio imbarcato) sta andando alla deriva, ma non ci decidiamo la sostituzione.
    Fa parte del nostro salotto, fa parte di noi.
    I nostri “picnic” (dicasi picnic cena a base di toast, sulla coperta, di fronte al caminetto, per un certo periodo, quando la schiena poteva permetterlo, ora è d'obbligo includere il divano), non si contano più.
    Considerando poi l'arrivo dell'ultimo membro familiare – il famoso Mario- quel divano ormai chenunseppovedè resta al suo posto. Ancora per tanto, tanto tempo.

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