Intervista a Francesca Musco (Apprendere Weebly)

Tra le righe di questa intervista troverete spirito pionieristico e temperamento. Ecco dalla Repubblica di San Marino un bella riflessione sugli haiku, ma soprattutto sulla scuola primaria e sul rapporto a volte contraddittorio tra adulti e tecnologia, con un’inaspettata incursione sulle sedie scolastiche in Svezia. 

Siediti e dicci: Chi sei, che cosa fai?

Mi chiamo Francesca Musco. Dietro a questo nome proprio si trova una donna, una madre, una figlia, un’amica, una compagna… e un’insegnante.
Ho 51 anni sono appassionata di computer fin dal loro esordio, ho cominciato a lavorarci fin dal 1981!!!

Incontri ancora delle resistenze nei confronti dell’impiego dell’informatica nella scuola primaria? 

Innanzitutto mi sorprende la difficoltà di moltissimi insegnanti, anche molto giovani, di approcciarsi ai computer in un’ottica didattica, cioè spesso non riescono a vedere il potenziale creativo di questo mezzo.
Mi stupiscono inoltre le perplessità dei giovani genitori che hanno paura che si possa in qualche modo allontanare i bambini dalle “cose importanti”, soltanto perché si utilizzano spesso percorsi considerati non convenzionali (quaderno sì, computer no).
Una mamma mi ha recentemente detto che lei “ama la carta” e secondo lei i bambini devono imparare a scrivere in bella grafia sulla carta. Io credo che nel futuro di questi bambini ci sia molta più digitazione che calligrafia. Un’altra mi ha detto che se la scuola elementare è così divertente, come faranno alle scuole medie quando ci sarà solo da studiare? Mah, io credo che imparare deve essere divertente, coinvolgente e appassionante.
La cosa che mi irrita maggiormente però è l’incapacità di vedere le tecnologie in modo globale con i loro pregi e difetti: lo smartphone ed il tablet vanno bene, sono utili, tutti li possiedono, ma non devono entrare a scuola.

immagine da qui

In una precedente intervista con un’insegnante della scuola elementare (Cristina Petit) avevamo parlato di asimmetria delle sedie nella scuola: l’insegnante è una sedia grande – in un ruolo di superiorità ma isolata – la classe è invece una moltitudine di sedie piccole – più deboli ma con la forza del gruppo. Mi chiedo se l’utilizzo dell’informatica non sia anche un modo per colmare in parte questa situazione sbilanciata. 

Qualche tempo fa, ho avuto modo di visitare una scuola elementare svedese. Le aule erano arredate con tavoli modulari e sedie di legno, come quelle di casa. Ogni aula era dotata di un angolo cucina con lavandino; divani e poltrone per l’angolo della lettura, in un’aula adiacente riservata per le attività di manipolazione e pittura c’erano degli sgabelli, nell’ingresso nel quale lasciare giacconi e stivali c’erano delle panche. L’insegnante sedeva con i bambini in ogni contesto ed interagiva con loro. Per completare il quadro, all’interno dell’aula si trovava anche un “gabbiotto” a vetri che era “l’angolo della maestra” con telefono, registri, e sedia con le ruote da ufficio, qui l’accesso era proibito ai bambini.
Ho raccontato questo perché a mio avviso la scuola dovrebbe essere un’ambiente confortevole come la casa. La differenza di ruolo è innegabile, ma non sta nel mettersi in “cattedra”.

Ho visto il tuo progetto “Classe virtuale” che funziona, se ho capito bene, come un gruppo fb chiuso. Mi pare che, attraverso la rete, sfumi l’idea di separazione tra scuola e casa, tra impegno e tempo libero… E’ sempre tutto positivo?

Premetto che insegno in una seconda classe ed il progetto ha preso il via lo scorso anno, quando eravamo in prima. La classe virtuale somiglia ad un gruppo fb, ma ha caratteristiche diverse, si parte proprio dal presupposto che sia un luogo di apprendimento. Ogni studente può parlare all’intera classe pubblicamente e soltanto con gli insegnanti in modo riservato.
Durante l’estate i bambini hanno continuamente postato le loro foto ed i loro messaggi commentati dagli amici, sempre in modo positivo.
Continuo a vedere con enorme piacere che i bambini pensino la scuola come un luogo di accoglienza e condivisione, perciò in gran parte continuano ad utilizzare la classe virtuale anche per comunicarmi i loro dubbi o le loro soddisfazioni.
Il limite che noto è che, data la giovane età, non hanno l’autonomia di accedere alla classe quando vorrebbero, non c’è internet, il computer lo usa il fratello, la mamma non ha tempo…

Una mia amica blogger racconta di suo figlio che frequenta la seconda elementare e ha aperto un blog, per il momento privato. Hai fatto, o sei a conoscenza, di esperimenti con la rete “vera”, il mare magnum, già nel corso della scuola primaria? 

Al termine dello scorso ciclo alcuni dei miei ex alunni hanno sperimentato qualcosa del genere, ma credo che l’autonomia vada costruita col supporto degli adulti.

Ci siamo incrociate nel web grazie al progetto Haiku seduti sotto la luna. Ci racconti la tua esperienza con gli haiku? 

Ho conosciuto gli Haiku più di venti anni fa, quando con la classe avevo aderito ad una sperimentazione teatrale coordinata da Marco Baliani. Allora avevo una prima classe e la scrittura degli Haiku si era rivelata tanto semplice quanto significativa. Ho continuato a riproporre periodicamente questo tipo di componimento poiché in modo semplice i bambini riescono a creare metafore profonde e significative.

immagine da qui

Ora, se ti va, parliamo un po’ di te giocando. Per immagine, se tu fossi una seduta, saresti una sedia, una poltrona, uno sgabello, un divano o una sdraio…? 

Sarei l’IKEA!!

Ti vedi più la sedia su cui gli altri possono sedere o alla ricerca della sedia su cui sederti

Dopo aver cercato la mia sedia per lungo tempo, adesso ce l’ho, lascio gli altri accomodarsi.

Nella tua vita hai mai incontrato persone che son state per te una sedia? 

Sì, Lars, il mio grande compagno svedese e le mie amiche Romina e Laura.

Ci regali una sedia della tua vita?

Quella che allego è una “sedia” della mia vita. In questa foto sono appena arrivata in Svezia.
Sono orgogliosa di essere riuscita di andarci con la mia moto: 5000 km (andata e ritorno) seduta “scomoda” 🙂


Info:

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5 pensieri su “Intervista a Francesca Musco (Apprendere Weebly)

  1. Intanto metto il suo blog nel mio elenco di siti di insegnanti interessanti (la canaglietta si è voluto sciroppare tutti i video delle tabelline presenti nel poster sull'argomento presente nel suo blog).
    La metodologia con classe virtuale la conosco, ma prevede che in aula ci sia sempre un PC+proiettore+casse+connessione internet funzionante e ti assicuro che tutto questo non è per niente scontato.
    Io sto provando entrambi i canali: simpatiche simulazioni in flash e giochi di carta (i miei minibooks). Vediamo che succede con i miei studenti.
    Rileggendo però sembra che io lanci mio figlio sui social. Spero che non si fraintenda.
    Ma dove lo scovi queste figure così interessanti

  2. Va bè dai… lo appoggio.
    E ieri che “aveva mal di testa” e sono andata a prenderlo a scuola prima si è fatto 1 ora di PC sul sito poisson rouge e baby-flash. Intanto la madre crafter degenere preparava il calendario dell'avvento. Un po' invidio mia madre che non aveva tutte ste pippe e ci cacciava in giardino dalle 16 alle 18 anche in pieno inverno

  3. Aaah … perfino ad una riunione di esperienze libertarie venne fuori lo stesso discorso: i bambini devono scrivere.
    Sì ok, le due cose non sono per forza in conflitto … è l'orizzontalità dei saperi che si può veicolare attraverso il mezzo informatico, mica l'esclusione di tutto il resto.
    Ecco, secondo me è di questa orizzontalità, ed in definitiva quindi della perdita di potere, che molti hanno paura.
    Perfino sul Manifesto, in un'intervista ad un universitario a proposito degli ebook a scuola, venne fuori la stessa identica cosa. Ricordo che feci un salto sulla sedia (appunto :P). Che poi si parlava di ebook, nemmeno di nuove tecnologie tout court, ma la paura è tale che si fa pure confusione ….
    Brava Francesca, e bella intervista!
    I nuovi saperi di tutti passano anche da qui 🙂

  4. da un lato si demonizza l'informatica, dall'altro si regalano con noncuranza libri brutti, sciatti (per tacer degli stereotipi). senza pensare che anche un libro, una penna, un quaderno sono tecnologia, sono meri strumenti… quando si dice confondere i mezzi con i fini :). Ieri sera ho riferito il tuo bel commento all'intervistata, che ci saluta dalla Svezia!

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