Intervista a Clementina Mingozzi

Forbici, luci, ombre, sedie. Quattro chiacchiere molto piacevoli con Clementina Mingozzi che – citando dal sito – “illustra la parola con minuziosa passione, ama la carta e la fa parlare. La ritaglia per realizzare illustrazioni, sculture, oggetti di design, miniature e spettacoli di microteatro. Si firma Clessidra Ming”.

Clementina, generosamente, ci apre le porte del suo studio. E noi senza timidezza ci accomodiamo, ben predisposte a subire il fascino dell’ Arte Nera.

Siediti e dicci: Chi sei, che cosa fai?

Sono, non faccio. Assorbo quello che mi circonda e di conseguenza ho un urgente bisogno di comunicare e allora, sì, faccio. L’agitazione è tale che a volte attendo a sedermi o a ri-sedermi, ho bisogno di ballare, mimare ciò che stento a catturare. Il più delle volte ascolto della musica in cuffia ad altissimo volume, fino a quando non mi sono placata e la spengo. Perché il lavoro ha finalmente acquistato un suo ritmo, disturberebbe.

Seduta e concentratissima (immagino, usi strumenti taglienti!), ti esprimi soprattutto attraverso la tecnica del papercut. Come descrivi nel tuo sito, “la silhouette è un’immagine che abbandona fisicamente, progressivamente, il suo sfondo”. Paragoni anche il gesto del tagliare con le forbici ad un volo… Cosa avviene quando le tue silhouette si appoggiano su un libro per illustrarlo? E’ un ritorno, una (ri)fusione? O è uno strato, carta su carta, l’aggiunta di un nuovo significato?


Controllo l’espressione della sagoma che nasce, le forbici separano il nero lasciandolo entrare nello spazio della luce, svelano con grande scioltezza, “nel bene e nel male”. Non è detto che siano veloci, a volte molto lente, e non penso ad altro. Se ci sono dubbi, mi ripeto le parole, la situazione, il gesto. Rileggo il testo. Rifaccio il lavoro. Spesso per rendere il lavoro più veloce, disegno, ma con le forbici in mano si vedono linee differenti, più efficaci. È allora che le forbici volano e fanno nascere linee indipendenti. Entro ed esco dal testo. Spero che alla fine il lavoro cammini con le sue gambe. Si, se ci penso carta e forbici sono solo uno strumento del mio piacere, piacere di raccontare il mio modo di esserci.

dal libro Poesie per Aria 
di Chiara Carminati e Clementina Mingozzi, ed. Topipittori

Nel tuo sito hai scritto una bellissima pagina sulla “Storia dell’arte nera” e un’altra su “Come si nasce papirografi” in cui emerge traccia della tua ricerca artistica e poetica. Con tanto passato (della tecnica) e tanta consapevolezza (tua), c”è ancora spazio per la sperimentazione? Hai mai contaminato la papirografia con altre tecniche? 


Al contrario, più profonde sono le radici, più ampia può essere la ricerca e inaspettati i risultati, ma i tempi non sono brevi, perché non si scava solo in un tempo storico, ma anche con il presente, e fuori dal tempo: dentro di noi. Anche quando riesco a ottenere una tavola che mi soddisfa, dopo un po’ scorgo dei limiti.
Tanti e continui tentativi, la papirografia si presta ad essere contaminata, ma l’immagine più pura è la più leggibile. Per questo è difficile superare in efficacia il contrasto tra la luce e l’ombra, e l’uso del nero su bianco. È una legge ottica.

dal libro Poesie per Aria 
di Chiara Carminati e Clementina Mingozzi, ed. Topipittori
Perciò è importante la ricerca, il teatro… allora sì, la sagoma, l’ombra, la silhouette giocano con la luce, si amplifica la comunicazione. È la ricerca di un equilibrio per non perdere la leggibilità dell’immagine, né ridursi ad essere piacevoli o solo decorativi: intensi.

Il segreto della papirografia si scopre vivendolo, con i primi tagli: sfronda. Non si ha il “paracadute” della gomma con in mano le forbici. È un metodo che ci mette in diretto contatto con noi stessi. Questo ci impedisce di mediare con le forme, di trattenere la nostra sensibilità. Mentre ritagliamo linee sensibili, viene a galla la poesia spontanea che è in ognuno, la nostra unicità. Per questo non ha senso chiedersi se c’è ancora spazio per la sperimentazione. Il nuovo è in noi. Non è quello che si fa, ma quello che si è. Ho conosciuto un maestro prezioso, che mi ha ripetuto spesso una regola fondamentale: non è importante in sé il materiale o la tecnica o l’idea, o il compiacersi di una citazione d’epoca; sarebbe un comunicare vuoto, senza contenuto.

Come si concilia una tecnica così legata alla fisicità della carta con il mondo sempre più digitale? 


Perché preoccuparci del digitale fino a quando con la papirografia si comunica incanto? È una sensibilità, non è solo una tecnica. Si aveva la stessa paura quando è nata la fotografia sia per la pittura che per il teatro, e invece tutto si è fuso e trasformato. Posso ritagliare, scansionare la sagoma, elaborarla, e proiettarla in un teatro, inserirla in una animazione, fare qualsiasi cosa, farei volentieri anche un e-book. Secondo me dobbiamo ancora capire esattamente in cosa consistano, forse non l’ho sa esattamente neppure chi lo ha inventato. Abbiamo in mano un pedale o una bicicletta? L’unica è sperimentare, scopriremo i limiti e le potenzialità. Non è sempre detto che l’approccio più veloce sia il più utile, anche nelle realizzazione digitali dei disegni, ci stiamo già stufando. Del perfezionismo levigato, piatto e sterilizzato, fino alla finta imperfezione. L’importante è non rimanere analfabeti informatici, per poter cogliere i nuovi strumenti di comunicazione e forse utilizzarli. Non siamo una linea retta: magari tra 50 anni ci sarà un’ora di papirografia obbligatoria a scuola, alternata a una di danza, a una di teatro, ad una di cinema, a una di narrazione, a una di meditazione, e a una di “futurterapia”… sediologia, potrebbe sostituire narrazione, che dici?

Mentre medito sulla “sediologia” mi accorgo che non abbiamo ancora parlato di sedie! Su che sedia e in che ambiente lavori? Rigore o caos? 


È uno spazio affettivo. È una stanza in cui ogni oggetto ha un ruolo, il più delle volte racconta se stesso già solo guardandolo. Ci sono molti animali, ho anche una mandria di mucche a pascolo libero, molte pietre, una scatola piena di forbici, libri è ovvio dirlo. Cowboy che si sparano e mi sparano. Ci sono sei sedie incastrate in mezzo, molto diverse tra di loro, tutte hanno una funzione diversa. Può sembrare piena ed anche caotica, l’implosione è sempre sul varco, ma è tutto al suo posto, tutto partecipa.
Ci sono due tavoli, tra cui scambio continuamente le sedute, lo sgabello girevole su cui ho cucito una cuffia perché si stava per spaccare o la sedia più statica. Su uno ritaglio e disegno, sull’altro tavolo coloro, ma non bastano mai. Sotto uno di loro è incastrata una cassa da viaggio con i miei tesori, le fonti iconografiche della tradizione o sentimentali, libri e tappetino, perché a quel punto mi siedo per terra, sotto il tavolo.

Una enorme cassettiera portafogli è una grande tranquillità: il 1° cassetto è una terza scrivania segreta dove taglio i fogli. Nel 2° ci sono le carte che ho tinto, spesso mi sorprendono e come se non mi ricordassi quello che io stessa ho infilato dentro, è un piacere. 3°e 4° contiene fogli di ogni peso e genere, solo bianchi, … e così via. Visto che non butto via che pochissima carta di quella che lavoro. Tutto non ci sta, sono circondata da contenitori grandi e piccoli, ripieni di scarti che seguono la stessa suddivisione dei cassetti. Sono la mia tavolozza, possono essere fonte di grandi sorprese quando cerco un colore o un pezzo. I filamenti sono i ritagli che non sono riusciti ad entrare in una tavola, minuscoli, sono in scatoline sparpagliate sui tavoli, per qualsiasi emergenza e non perderli.
A volte è difficile muoversi. In un piccolo lavello dove le tingo e le stendo, i fogli spesso mi sgocciolano addosso. Sopra ad una panchetta nera, luogo di riposo, c’è una angolo di sospensione, dove appendo le carte timorose di entrare nei cassetti. Solo io riesco a non inciampare per raggiungere l’angolo informatico, appartato, in un angolo del tavolo con tre sedie. Un uovo avvolgente e girevole, una minuscola seggiolina da bambino su cui c’è il telefono e la terza è la mia preferita: doveva servire ad una persona anziana, per trascorrere la giornata e guardarsi attorno. È bassa, larga, rigida, impagliata, nera, piena di stecche e braccioli capaci, fatta grezzamente, penso sia stata molto utile. È un vero fortino!

Torniamo al tuo lavoro ma teniamoci le sedie… Che emozione ti dà assistere come spettatrice al teatro delle ombre che tu stessa hai pensato? Guardi lo spettacolo o stai attenta alle reazioni del pubblico? 


Partecipo dietro le quinte attivamente. Non sono soddisfatta, ho fatto troppo poco. È un grande regalo che ci si fa: i momenti creativi delle prime prove, in cui si devono mettere insieme tutti gli elementi, sono momenti indimenticabili, molto emozionanti. Si è fisicamente, completamente, dentro al proprio lavoro.
Ti ho conosciuto come illustratrice di un libro di poesie per bambini, Poesie per aria, ed. Topipittori. Che rapporto hai con la poesia? 

Poesie per aria, scritte da Chiara Carminati, è stato un connubio fortunato dei bravi Topi, ma non casuale, sapevano che la poesia mi appassiona. È stato un campo di esercizio, a lungo maturato, anche attraverso una amica poeta, Alessandra Berardi, negli anni della nostra formazione, da giovani studenti fuori sede a Bologna. Dal dover illustrare un consiglio comunale ad ascoltare un verso e vederlo per immagini … si vive ruminando!

Mi hai accennato che sei appassionata di sedie: come mai? 


La sedia è già in se una presenza pronta ad accogliere e molte, come la mia tutta stecche, sono piene di “acciacchi” che raccontano la vita precedente.

Ora un gioco a cui sottoponiamo tutti i nostri ospiti. Per immagine, se tu fossi una seduta, saresti una sedia, una poltrona, uno sgabello, un divano o una sdraio…? 


Sarei una panca. Mi piace molto il senso collettivo delle panche. Una persona che si siede su una panca, non ha paura del prossimo, lo ricerca con discrezione.

Ti vedi più la sedia su cui gli altri possono sedere o alla ricerca della sedia su cui sederti? 


Né l’uno, né l’altro. Non so cosa sono.

Nella tua vita hai mai incontrato persone che son state per te una sedia? 


Mio padre e mia sorella sono due poltrone molto comode, su cui non potrei non aver voglia di sedermi, so che mi vogliono bene fin dall’infanzia!

Ci regali una sedia della tua vita? 



Mia Nonna Clementina è rimasta a lungo a letto gli ultimi anni della sua vita, rischiando di rimanere isolata in una stanza appartata della casa. Di fronte al suo letto c’era una enorme Frau rossa, dalla pelle fredda al contatto, ci saltavo dentro e rimanevo volentieri a guardarla mentre lei si appisolava, nel silenzio, a volte mi appisolavo anch’io; il primo ricordo di papirografia me lo ha lasciato lei. 



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