Tutte le sedie di A.

Lo spazio delle interviste si apre a una donna che non apparirà con il nome per esteso. Raccontarsi è per lei un modo per rielaborare il dolore e ripartire e lo fa da qualche anno su un blog molto seguito, molto sincero. Se nel suo spazio web A. racconta ciò che accade nella sua dimensione più intima, qui le ho proposto di fare qualche passo indietro e di considerarsi in tutti gli aspetti della sua persona e del suo ambiente. Sarà perché è una donna speciale, sarà perché è un architetto: non c’è una sedia buttata lì a caso.
Ed eccola, A.:

Siediti e dicci: Chi sei, che cosa fai?

Mi chamo Anna, ho 39 anni. Sono un architetto. Mi occupo di ristrutturazioni e di architettura degli interni. Sono sposata con Fabio dal 2007. Abbiamo iniziato una vita insieme nel 1998. Sono la prima figlia di cinque. La mia famiglia di origine, numerosa e ingombrante, è tutto per me. Difficilmente mi vedo in qualunque posto del mondo, lontano da loro. Nonostante tutto.
Vivono nella nostra casa, una gatta, Ema, e un jack russel di nome Hope, speranza, e poi sei angeli, che sono stati concepiti, hanno vissuto nella mia pancia per un po’ e poi sono volati via. La Scienza una ragione non me l’ha data, nonostante gli esami, gli approfondimenti, le analisi. Sono una poliabortiva sine causa, brutta definizione che racconta tutto.

immagine da qui

Conosco la tua storia attraverso il tuo blog. Partiamo da qui, dalla necessità di raccontare e condividere. Mi chiedo, in modo forse un po’ mistico, dove sei quando scrivi e quanto arrivi lontano. Mi chiedo anche se, a volte, ti senti prigioniera del dover rendere conto ai tuoi lettori.

Il blog allafinearrivamamma nasceva nel 2010 con questa frase: “se non fosse che oggi è l’ennesimo, puntuale e bastardo appuntamento con il mio ciclo, ora non sarei qui a bagnare di lacrime la tastiera di questo computer morente, diventando una delle tante donne terrorizzate dallo scorrere del tempo e dall’incalzare dell’orologio biologico. Proprio quello che non volevo diventare.”
Ero all’inizio della ricerca della gravidanza, ancor prima della prima interruzione di gravidanza, avvenuta in quello stesso anno.
In realtà, ho sempre cercato la condivisione, in particolare per questo tema, che mi ha sorpreso impreparata e ha assorbito il 101% di me stessa. Ho cercato informazioni ed esperienze simili alle mie, ho creduto di riuscire a trovare la spiegazione scientifica al perché dei miei aborti. Prima del blog, ho a lungo frequentato forum di discussione, in internet nasco come forumista, non come blogger, lo sono dal 2000, quando frequentavo costantemente piazze di discussione politica e attualità. Questa esperienza mi ha portato a conoscere, spesso anche dal vivo, tantissime persone, che hanno condiviso buona parte della mia vita.
L’esigenza di aprire un blog, che per molti non è piattaforma di condivisione ma un modo di esternare il proprio egocentrismo, è nata, nel mio caso, per cercare di dare a me stessa un’obiettività. Mi spiego: per me scrivere è catartico. Raccontare quello che mi accade, mi aiuta ad analizzare con imparzialità, le situazioni. Nero su bianco, mi ricorda come ero in quel preciso istante quando ho scritto quel pezzo. Spesso mi rileggo e immediatamente rivivo quell’emozione, arricchita però del pezzo di vita che è avvenuta poi dopo. Per questo, spesso, dimentico di essere letta, e anche per questo non mi sento prigioniera nel dover tener conto a chi mi legge. Scrivo se sento di doverlo fare, per i motivi di cui sopra, non scrivo per gli altri. Ci si potrebbe chiedere allora, perché rendere pubblici i miei post, così intimi. E’ una domanda che mi sono spesso fatta in effetti. Mi rendo vulnerabile scrivendo di una me, così a fondo, perché farlo? Mi sono accorta di essere letta, durante i giorni della gravidanza extrauterina. Fu un episodio grave, improvviso, doloroso e in quel momento centinaia di persone si sono affacciate chiedendo mie notizie, scrivendomi le loro storie. Allora ho capito che quando scrivevo, ero anche un’altra donna, ero molte altre donne, che affrontano il dramma dell’aborto, spesso in silenzio, un dramma che colpevolizza, rende fragili, mina al rapporto di coppia.

Victoria ghost

Tu hai scritto una storia di sedia, si trattava di un passeggino…

“Questa è la storia di un passeggino.
Uno di quelli completi, con tutti gli accessori, con tutte le cosine al posto giusto, un tipo superaccessoriato.
Pezzo per l’automobile, pezzo per la culletta, pezzo per il passeggio, ruote con gli ammortizzatori, freni e frizione.
Perfetto.
Nuovo.
Bello e firmato.
Che ci fa un passeggino strafico a casa di allafinearrivamamma?
Infatti non ci fa niente.
All’inizio di questa storia, il suddetto ci viene proposto in regalo.
Noi due ingenui, reduci dal primo aborto, accettiamo. I nostri amici ci dicono che a loro lo hanno regalato nuovo ma che loro ne hanno già uno e che è troppo fico e che insomma se lo vogliamo è nostro. Ci guardiamo e diciamo di sì subito.
Stra-fico davvero.
Il suddetto viene avvolto in plastica e tutto profumato viene parcheggiato in soffitta, certi che di lì a poco sarebbe stato riesumato.
Il resto della storia la conoscete.
Il suddetto prende polvere per tre anni, quasi quattro.”

(il resto, qui)

Ho scritto quel pezzo, alla vigilia del transfer di due blastocisti crioconservate (ultimo nostro tentativo di gravidanza in ordine di tempo) e pochi mesi dopo l’interruzione di gravidanza più difficile emotivamente e fisicamente mai affrontata. Avevo bisogno di chiudere un periodo che sentivo ormai passato e quel passeggino rappresentava l’innocente speranza di una me stessa all’inizio della ricerca della gravidanza. La storia di una donna qualsiasi che un giorno decide di avere un figlio e che accetta in regalo un passeggino dai propri amici. Aver lasciato andare quel passeggino ha rappresentato per me l’aver accettato la mia storia, che non è comune e normale. E’ una storia difficile, che però, nel momento in cui si accoglie mi eleva ad uno stato di consapevolezza diverso da quello vissuto finora.

Il ventre materno è una sedia per il feto, ci hai mai pensato? Un lungo, per te esasperatamente lungo e doloroso, esercizio di pazienza. Viene da odiarla, questa sedia. Che rapporto hai oggi con il tuo corpo? 

Questa non è una domanda facile. Vivere un aborto è quanto di più innaturale una donna possa vivere. E’ stata pensata per questo, la donna. Almeno biologicamente.
Accettare la vita e poi la morte dentro il proprio corpo, ti porta al limite di te stessa. Ho immaginato il mio ventre come una culla, ma spesso anche come una tomba. E’ un pensiero che si configura quando dalla notizia che anche stavolta il feto non ce l’ha fatta, passa quel tempo, quel limbo, in cui tuo figlio non c’è più, eppure fisicamente è dentro di te. Io lo chiamo non-tempo.
In quel momento odio il mio corpo. Ma solo in quel momento. Durante il resto del tempo, cioè prima e dopo, dove per dopo intendo ad aborto avvenuto, non odio il mio corpo, perché è per me naturale considerarlo una sedia-culla, comunque, perché la condizione di gravidanza è per me naturale, istintivo.
Ma a questo punto ci sono arrivata con l’esperienza. All’inizio, quando ti accade per la prima volta, non è facile non incolparsi e incolpare il proprio corpo, punendolo.

Mi parli della tua esperienza con lo yoga?

Lo yoga si ricollega alla consapevolezza che oggi ho del mio fisico.
Non sono un’amante dell’attività fisica, non amo sudare, non amo portare me stessa al mio limite fisico. Lo yoga invece, e in particolare lo yoga kundalini, ha rappresentato per me, la possibilità di riuscire ad arrivare ai limiti delle mie possibilità senza per questo interessare muscoli e sgradevoli odori. Durante una delle prime lezioni di kundalini, l’insegnante, mi fece eseguire un kriya che interessava le mani e l’energia da esse scaturite. Alla fine della sequenza, era necessario apporre le proprie mani su una parte del nostro corpo che desideravamo guarisse. Appoggiai le mani sulla mia pancia e piansi, senza riuscire ad interrompermi. Questo, oltre a farmi guadagnare l’amicizia della mia insegnante, mi ha fatto comprendere quanto è potente la mia mente, quanto è forte il mio corpo, quanto intensa è la mia energia. Ecco, per me, praticare yoga significa riuscire a convogliare la mia energia dove voglio, senza disperderla. La sensazione di dispersione della mia energia mi accompagnava da sempre, aver imparato a riconoscerla è la mia conquista più grande.

Tulip

Alla tua sedia aggiungiamone un’altra, quella di tuo marito. Ho letto La generazione di Simone Lenzi, in cui si parla di procreazione assistita dal punto di vista maschile. Tuo marito come vive il vostro percorso?

Ho capito che la parte più difficile per lui, in tutta questa storia, è non poter vivere fisicamente l’arrivo e poi la partenza dei nostri figli. Credo di essere in vantaggio rispetto al mio compagno, perché io posso appoggiarmi ad uno stato fisico, che per quanto doloroso, mi dà la possibilità di costruire anche se per poco, il rapporto con i miei figli. Per lui, credo sia più difficile. Conosco solo papà inconsapevoli, almeno fino al primo vagito del loro primo figlio (e spesso anche dopo, ma questa è un’altra storia). Mio marito no. Lui è un uomo che, come me, è stato costretto ad assumere uno stato di coscienza che lo ha reso padre nel cuore prima di esserlo fisicamente. Senza la sua consapevolezza, posata, concreta, senza la sua positività, non avremmo preso certe decisioni. Non sarei arrivata dove sono. Ho imparato molto da lui in questi anni, e nonostante tutto, questa situazione ci ha portato ad essere più vicini, a guardare la vita con una lente di ingrandimento diversa.

ZIG ZAG

Aggiungiamo ancora altre sedie: le persone che ti stanno intorno. Quanto le senti vicine? Quanto sono, per te, un appoggio?

Punto dolente. Sono pochissime le persone che sento vicine nella vita di tutti i giorni. Lo è la mia famiglia e la famiglia di mio marito, ed escludendo le persone che mi scrivono e che hanno, chi un modo e chi un altro, vissuto un’esperienza simile, le sedie che mi accompagnano nella vita di tutti i giorni sono un paio forse. Ho per molto tempo, colpevolizzato me stessa per questo. Il mio dolore mi ha isolato. Non è per niente facile stare accanto ad una coppia come noi, una coppia “non collocabile” oggi, in questa società. La nostra storia, non è gestibile, lo capisco. Però i modi per darci un appoggio ci sono, molte persone, che io non frequentavo abitualmente, lo hanno trovato, senza che io chiedessi loro aiuto. Anche questo è un regalo dei miei figli, l’aver imparato a guardare la vita degli altri al di là della semplice frequentazione quotidiana, vuota, fatta di nessun tipo di condivisione, che era il rapporto che avevamo con gli altri, prima di questa esperienza.

Ora una domanda in cui – finalmente! mi dirai – non usiamo le metafore. Parlami di sedie nella tua veste di architetto… Scatenati e divertiti! 

Quando ero studente, tutti i giorni passavo per il centro storico di Roma, dietro l’Accademia delle Belle Arti, e mi fermavo per ore davanti alla vetrina di un negozio di arredamento, che probabilmente è ancora lì, che aveva in vetrina una libreria con dentro i modelli in scala di sedie famose in architettura. Adoravo stare lì ad immaginare queste mini sedie negli spazi che progettavo.

Barcelona

Sono una minimalista mentale e la sedia è un oggetto che deve, per me, rispettare il rigore architettonico del minimalismo. Per questo amo la sedia scomoda, concepita come scultura, come oggetto “da ammirare”.
In questo senso amo la semplicità di Mies Van der Rohe e e la sedia BARCELONA, così come la sedia BRNO, sempre dello stesso autore. Quando ero piccola, l’unico motivo che mi portava dal dentista senza fare capricci, era la possibilità di potermi sedere su quelle sedie, che appunto, sono state usate largamente negli anni 80 (e forse ancora oggi) da tutti i professionisti della salute.

Brno
E poi la sedia ZIG-ZAG di Gerrit Thomas Rietveld nella sua versione in legno, scomoda e minimale, 
le immagino intorno ad un tavolo trasparente, insieme alla VICTORIA GHOST di Philippe Stark,
in resina trasparente, o la sedia TULIP con gamba unica centrale di Eero Saarinen.
Rose Chair
Insomma, la questione è che per me la sedia deve avere carattere, ma non deve catturare lo
sguardo se posta intorno ad un tavolo, intorno ad un tavolo deve dialogare con tutto il resto
e allora deve essere semplice, non colorata, di bellezza minimale, un piacere per gli occhi.
Mentre, se la si immagina da sola, isolata dal contesto, la sedia deve essere la regina dello spazio che si abita. Ho in mente, una per tutte, la Rose Chair di Edra, opulenta, eccessiva. Me la immagino da sola, in un angolo e tutto intorno uno spazio bianco, pulito, minimale. Una signora snob che osserva chi ha intorno, fumandosi una sigaretta e sputandoti il fumo negli occhi!

In casa, che sedie hai? E perché?

Non ho una casa grande, quindi non ho molto spazio per le sedie, ma una per tutte è la sedia Wassily di Marcel Breuer disegnata per Kandinsky. Questa sedia ha un posto centrale a casa mia.
Da studente ho amato profondamente la scuola del Bauhaus che è per me il vero contemporaneo (gli architetti di oggi a mio avviso, ancora devono inventarsi qualcosa di nuovo rispetto al Bauhaus). Questa poltrona ha un’importanza fondamentale perché venne utilizzato per la prima volta un tubo d’acciaio di 20 mm di diametro, lo stesso della bicicletta del designer.

Wassily
Il modello della sedia, ideata nel 1925, subì diverse trasformazioni nel tempo. Nel 1927 venne costruito il telaio della versione attuale che è costituito da un tubo continuo (senza alcuna giunta) che piegandosi circoscrive uno spazio cubico.
Non appena ho potuto avere una casa mia, pensata per noi, mi sono fatta regalare questa sedia, anche se, confesso, non ci passo le ore sopra. Non riesco a sedere regolarmente. Sono sempre arroccata, incrociata, piegata, e questo tipo di poltrona, non aiuta nelle mie posizioni non propriamente comode!

Per immagine, se tu fossi una seduta, saresti una sedia, una poltrona, uno sgabello, un divano o una sdraio…?

Sono una pigra e una comoda. Per i motivi raccontati sopra, sarei un divano. Su un divano faccio tutto, per la maggior parte del tempo. ci lavoro, disegno al computer. Ma anche mangio, leggo, rimetto a posto le situazioni e i ricordi. Piango, rido, ricevo gli altri. Penso.
Sì. Sarei senza dubbio un divano.

Ti vedi più la sedia su cui gli altri possono sedere o alla ricerca della sedia su cui sederti?

Mi sento di più come una persona che può accogliere gli altri, quindi su cui gli altri possono sedere. Mi viene istintivo parlare della mia esperienza e cercare di aiutare chi ancora non sa. So essere molto pragmatica se voglio. Concreta e accogliente. Eviterei il mio dolore a chi potrebbe viverlo. Sono molto materna e protettiva in questo, per questo mi sento più sedia sulla quale sedere.

Tenderness Diptych, left (2003) © Kyle Rand
immagine da qui

Nella tua vita hai mai incontrato persone che son state per te una sedia?

Durante il mio percorso, ho conosciuto una donna, Maria Grazia. Ricordo che ero a letto dopo l’intervento per l’extrauterina, per il quale avevo rischiato la vita, e lei mi ha scritto. MariaGrazia è una donna normale, con una storia difficile, che ha scritto un libro, che non parla della sua vita ma di quella di tante altre donne. Nel suo libro “Madri”, MariaGrazia scrive: “Non sei veramente adulta finchè sei figlia, figlia di una madre, anche da lontano, anche in modo inusuale, diverso. Sei comunque figlia.”
MariaGrazia è arrivata in punta di piedi e mi ha sussurrato nell’orecchio “lo so”, perché figlia di una madre abortiva. Il dolore si trasmette nei geni. Quello che ho imparato io da questa mia vita è che, anche la consapevolezza si trasmette, così come il sentirsi madre.
E’ da questo sentire che parto.
Dal mio sentirmi madre di bambini mai nati e di bambini futuri, dal mio personale cammino che scelgo di raccontare: lo faccio prendendo a prestito pezzetti di questo libro, nel tentativo di ricostruirmi.
Ecco, MariaGrazia è stata per me una sedia sulla quale sedermi.

(Anna si riferisce al libro di Maria Grazia Giordano Paperi, Madri, ebook al momento non diponibile)

Ci regali una sedia della tua vita? 

Una sedia della mia vita, è l’immagine di una donna, una donna che da seduta faceva tutto.
Lei era costretta su una sedia per la maggior parte del tempo, per gravi problemi alle gambe e per seri problemi di salute. Lei era la mamma di mio marito, che se ne è andata improvvisamente quattro mesi fa.
Per i suoi problemi, aveva imparato ad adattarsi alla vita, da seduta.
La sua vita era stare su una sedia e ogni volta che ne vedeva una, più comoda, più grande, più confortevole, ci chiedeva di provarla e poi di comprarla. Nella sua casa, ora ci sono sedie di vari stili e dimensioni e ognuna di loro, racconta un pezzo di lei che da lì, preparava lasagne, puliva verdura, giocava con i suoi gioielli (la sua vera passione), telefonava, discuteva, amava, abbracciava.
Se chiudo gli occhi, il ricordo più immediato di lei, è l’ultimo giorno che mi è venuta a trovare a casa, durante il mio ultimo tentativo di diventare madre: io sdraiata sul letto e lei seduta al mio fianco, mentre insieme tentavamo di guardare la tv, e lei parlava ininterrottamente. Mi amava come una figlia, ed io come una madre, ora me ne rendo conto.
Ora la immagino sempre da seduta, tenere per mano i miei figli, finalmente nonna.

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15 pensieri su “Tutte le sedie di A.

  1. Leggo sempre in silenzio il blog di Anna.
    Questa intervista bellissima me l'ha fatta apprezzare ancora di più!
    Brava Anna e brava Stima ❤

  2. Anna è una sorella virtuale, un'amica, la compagna di un viaggio difficile. E' un piacere leggerla, è un dolore leggerla. Ha così tanto da dare che è impossibile non sedersi vicino a lei e ascoltarla per ore. La sua è una storia dura, di quelle che ti cambiano e che difficilmente resti a credere. Eppure la sua sedia è pronta ad accogliere e questo fa di lei l'inno alla vita per antonomasia.
    Grazie Anna e grazie aSilvia e Camilla.
    Raffaella

  3. Anna è una grande donna, capace di dare amore e sostegno a chi, come me, non conosceva… nel dolore ci siamo incontrate, ci siamo sostenute, e nella speranza continuiamo a camminare affianco. Bellissima intervista, bellissima Anna…

  4. a volte un cornicione può essere una buona sedia per una donna incinta. Ricordi?..ci siamo conosciute con questa immagine 🙂
    Non importa quanto in bilico dobbiamo stare lassù. L'importante è continuare a sorridere.

    In quella foto sei bellissima.. e si vede bene la scia luminosa dei piccoli angeli che seguono ogni tuo passo.
    La determinazione che hai nel continuare questo percorso è, per molti, difficile da capire. Per questo a volte nel blog qualcuno si esprime in disaccordo. Bisogna ascoltare a lungo, leggere in silenzio, prima di capire che hai fatto tutto ciò che, semplicemente, andava fatto.

  5. lo ripeto anche qui…
    complimenti per il progetto e l'idea..e la sedia di Anna è preziosa per noi quanto il loro Sogno
    che si avvererà

  6. Ringrazio te come tutte le persone che hanno commentato. Questo è uno di quei post dove le autrici del blog fanno un passo indietro perché la persona intervistata emana tanta, tanta luce…

    torna a trovarci!

  7. ho scritto “grazie” ad Anna sul suo blog. ma riscrivo qui, un altro “grazie”, che abbraccia anche Stima, e tutta la sua sensibilità. questa è una delle letture che mi ricorderò in eterno.

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