Intervista a Stefano Pellegrini

Ogni tanto si incontra, Stefano Pellegrini.

“Mi incontro specialmente la sera, perché io e quelli come me li vedi in giro solo la sera. Torno a casa dal lavoro e mi incontro che sto tornando a casa dal lavoro. Indosso un completo che non mi sta benissimo perché sono un po’ sovrappeso, e i capelli o me li hanno tagliati male o è ora che li ritagli. E’ evidente che cerco di assomigliare a chi incontro in ufficio tutti i giorni, ma la cosa non mi riesce appieno. E forse anche perché non voglio che mi riesca, forse perché sono segretamente compiaciuto. Talvolta quando mi incontro per strada ho un piccolo indizio di una diversità gelosamente custodita; sono segnali minimi, magari uno zainetto sbarazzino sul completo grigio.Mi incontro spesso anche in treno; sono seduto due posti davanti al mio e sto leggendo un fumetto, oppure guardo fuori dal finestrino. A volte ho un tablet, perché lavoro e ho diritto di spendere i soldi. Mi incontro al Penny, quasi sempre: mi sono in fila davanti, alla cassa, e sono forse un filo più basso, ma per il resto mi somiglio moltissimo”. 
L’incontro di Stefano con Stefano continua qui
I milanesi che ancora non conoscono questo giovanotto avranno la loro chance accaparrandosi un libricino in distribuzione gratuita in metropolitana: Stefano è infatti tra i vincitori del concorso Subway Letteratura nella sezione poesia. 
L’incontro di Stefano Pellegrini con i lettori di Measachair, invece, inizia qui sotto.



Siediti e dicci chi sei, cosa fai?

Buongiorno a tutti, mi chiamo Stefano, e non bevo da due settimane.
Coro: CIAO STEFANO!
Scusami, banale e abusata ma non son riuscito a resistere.
Sono uno che cresciuto in un paesino del Lazio è venuto a vivere e a lavorare a Milano, e adesso ha un lavoro fisso, una casa che condivide con due coinquilini e un po’ di confusione in testa. A pensarci bene, sono probabilmente il milanese medio. Sono anche uno che scrive, da parecchio ormai (il primo racconto è stato composto in prima liceo, di nascosto dall’insegnante di latino).

Ho almeno quattro sedie davanti a me: l’Uovo blogger, Mezzatesta in bicicletta, il Dott. Pellegrini di linkedin e Stefano gran frequentatore di kebabbari in Bovisa: mi fai un riassunto?

Ah, partiamo dalla prima che ha una bella storia. Una ragazza con cui stavo, e che mi vedeva da parte a parte, una volta mi ha detto “Nemmeno un uovo è così pieno di sé stesso”. Io ho riso molto, perché è vero, e così è nato sonounuovo.wordress.com, il mio blog, per raccontare il ripieno di quest’uovo. Che poi alla fine come uova siamo un po’ tutti uguali, e se racconti il cuore di un uovo stai raccontando la uovità intera (eh? Questa è raffinata).
Bovisa è stato il paese che mi ha accolto quando ho mollato il mio, questo affascinante miscuglio di periferia aliena e umanità calda: così in maniera spontanea è nato il libro Tutto quello che mi serve veramente sapere l’ho imparato in Bovisa, che ha avuto un minimo di successo insperato.

Mezzatesta è l’ultimo personaggio, nato per caso: stavo giocherellando con questo tablet che mi son comprato, ed è venuta fuori una foto di metà della testa con dietro lo sfondo. Mi è piaciuta subito, aveva un che di folletto, permettendo comunque di raccontare quello che c’era dietro. Questo folletto ha preso una bici e si è fatto la costa del Salento, facendo incontri e scoperte: vide così la luce Mezzatesta goes to Puglia, presto in formato ebook.
Il dottor Pellegrini di Linkedin è il contrappeso di tutto ciò. Ho un rapporto un po’ conflittuale con lui. A volte gli tengo (ingiustamente) il muso, come se fosse colpa sua se non spendo le giornate per strada a scrivere e bighellonare; altre volte credo che sia indispensabile per tenermi a terra, oltre che per dimostrare (cercare di dimostrare) a me stesso che anche fuori dal mondo nuvoloso della scrittura sono capace di muovermi e fare cose. Sono un uovo insicuro, bucato, e ho bisogno di essere continuamente riempito, e il dottor Pellegrini svolge spesso questa funzione. È anche quello che paga le bollette, e non è poco.

Dove scrivi, dove pubblichi? 

A parte il sonounuovo  ho anche iniziato da pochissimo una collaborazione con Giovio15, cosa che mi onora perché è un collettivo creativo di Milano che oltre ad avere un blog organizza (splendidi) spettacoli teatrali e molte altre cose, e son proprio bravi. Sul loro blog sono NonUnNerd, quindi forse bisogna prendere un altra sedia 
Non ho mai approfondito l’autopubblicazione, mi spieghi? 
E’ piuttosto semplice. Ci sono dei siti online che grazie alla stampa digitale ti permettono di stampare per esempio un centinaio di copie a costi accessibili: tu vai sul loro sito, carichi il file, scegli la carta, e loro ti spediscono le copie a casa. Devi però curare tu la distribuzione, fare accordi con edicole e librerie, che non sempre vogliono stare a sentire l’ennesimo Hemingway.
Ci sono poi siti come ilmiolibro.it o lulu.com che ti consentono di caricare il libro, e ogni volta che qualcuno lo compra online glielo stampa e glielo spedisce, dando a te la tua (piccola) parte di profitti; lulu.com inoltre offre anche lo stesso servizio se vuoi vendere il tuo libro in formato ebook, con prezzi molto più bassi per i tuoi quattro lettori.

Hai mai avuto contatti con l’editoria tradizionale?

Quando abbiamo scritto il libro su Bovisa, con Giancarlo, l’autore delle foto e della grafica, siamo andati al Festival della piccola editoria, ed abbiamo provato a parlare, lasciare il libro, e così via, ma si capiva che non ti stavano veramente ascoltando. Onestamente li capisco: siamo un paese di aspiranti scrittori e chissà quanto materiale (e di quale qualità) gli passa per le mani.
Con Giancarlo abbiamo fatto qualche altro tentativo, ma alla fine ci siamo detti: “sai che c’è?” Abbiamo caricato il libro su ilmiolibro.it con licenza “creative commons” così che si potesse ordinare online, lo abbiamo stampato ed abbiamo cominciato a battere le edicole. Queste si sono rivelate un buon primo punto di distribuzione, perché molta gente che non mette piede in libreria in edicola ci passa; poi è partita una collaborazione con il Libraccio di Bovisa che è andata alla grande. Certo siamo stati anche molto facilitati dal fatto che il libro parlasse del quartiere.

Lo scrittore è tale perché pubblica?

Ah Silvia, questa è una domanda maledetta! Per risponderti dovrei conoscere la risposta ad un’altra domanda, immensa: chi è uno scrittore?
La mia risposta personale è, prima di tutto, che uno scrittore è uno che scrive (potrebbe sembrare una banalità, se non ci fossero in giro così tanti scrittori che non scrivono) e che si fa leggere: essere pubblicati è un modo, naturalmente il più prestigioso, quello che ti consegna la “laurea” di scrittore.
Ma se ti pubblica una casa editrice e poi non ti legge nessuno? Credo che l’importante sia farsi leggere, sennò sei solo uno che parla da solo, e di quelli son pieni i manicomi. Praticamente senza pubblicità, con l’autopubblicazione abbiamo venduto un paio di migliaia di copie, che non fanno un bestseller, certo, però duemila persone hanno ascoltato ciò che avevo da dire, e mi sembra un risultato enorme.
Detto questo, ovvio che se mi offre un contratto il dottor Feltrinelli lo firmo con un rene…


Puoi dire di avere un pubblico?

No, non credo. Anche perché storie diverse possono interessare pubblici diversi. Ma se dovessi scegliermelo, vorrei avere un pubblico di non lettori; cioè mi piacerebbe molto riuscire a scrivere un libro che sia letto da chi solitamente non legge. Credo sia una delle massime aspirazioni per uno scrittore.

Come ti rapporti con i tuoi lettori?

Non saprei. Prima di tutto, cerco di non annoiarli. E di essere chiaro. Enzo Biagi, che di scrivere ne sapeva qualcosina, racconta che una volta Montanelli gli disse: “Ricordati che solo se ti chiami Proust ti puoi permettere di essere complicato”. Per me questo vale per la carta e vale il doppio se scrivi su internet.

Cosa ne pensi dei corsi di scrittura creativa?

Non saprei perché non ne ho mai frequentato uno, anche se mi hanno sempre incuriosito. Ho fatto un corso online che mi ha dato dei buoni spunti, tuttavia, ed ho anche letto vari manuali, tra cui l’ottimo “On writing” di Stephen King, che consiglio anche ai sassi. “Vuoi imparare a scrivere?” dice il buon Stephen “Allora devi leggere e devi scrivere. Non ci sono santi”. Mi sembra Vangelo.

Sedia in Bovisa (ph S.G.)

Citandoti ti chiedo: qual è il tuo tema portante? Da dove sei partito, dove ti porterà?

Forse il fatto che, essenzialmente, siamo membri della razza umana, siamo tutti parte di un qualcosa, e fare parte di questo qualcosa è vitale. Perché quando leggiamo l’Amleto, o le poesie zozze di Catullo, ancora ci commuoviamo? Perché toccano delle corde che sono mie, che sono tue, che sono di tutti. Allo stesso modo nella vita quotidiana non c’è niente di più importante della rete di legami che creiamo con le persone che ci sono attorno. È anche per questo che mi ha colpito Bovisa, perché ho trovato molti fili di questa rete in un luogo dove assolutamente non me lo sarei mai aspettato.
Dove mi porterà questa convinzione non lo so proprio.

Il sedile del treno: Lazio-Lombardia e viceversa. Che ci dici? 

Il treno è un invenzione degli dei! E sembra che gli dei creandolo abbiano detto “Noi ti abbiamo donato questo luogo affinché tu ci scriva, ci legga, ci schiacci pisolini, ci provi con la biondina del posto vicino”. È anche un meraviglioso ricombinatore sociale, un generatore di incontri favoloso.
Ricordo che una volta, sul treno per Siena, incontrai un ragazzetto romano, un po’ coatto, e dopo dieci minuti di conversazione saltò fuori che la sua famiglia era quella che imbalsamava i papi, e mi spiegava, che stava andando a Siena per fare un corso di autopsie per lavorare un po’ di più, ma a lui quello che piaceva veramente era fare l’imbalsamazione (“Tanatoprassi”, specificava).

Descrivimi La Sedia di casa. Ma prima dimmi quale luogo consideri “casa”.

Ah. Bella domanda. Per il dottor Pellegrini è Milano. Mezzatesta è un vagabondo. Per Stefano probabilmente è Bassano, il mio paese. Ma la casa della mia infanzia è stata venduta, i miei non abitano più lì, e il tutto ha un po’ il sapore di “Non puoi tornare a casa”.
Comunque, ovunque sia casa, la sedia di casa è sicuramente non utilizzabile. Sopra c’è un libro, il computer, i pantaloni, la giacca, dei soldi, il portafoglio, il cellulare.
“Mio figlio non è disordinato” era solita ripetere mia madre “mio figlio è il caos incarnato”

Per immagine, se tu fossi una seduta, saresti una sedia, una poltrona, uno sgabello, un divano o una sdraio…?

Sarei una di quelle sedie pieghevoli, che puoi aprirle, sedertici, e dire: starò seduto qui per tutto il tempo che avrò voglia di stare qui, ma niente mi impedisce di alzarmi, prendere la sedia, e rifermarmi da un’altra parte che mi ispira. O forse questa è la sedia che vorrei essere.

Ti vedi più la sedia su cui gli altri possono sedere o alla ricerca della sedia su cui sederti?

Credo di essere alla ricerca di una sedia che contenga tutta questa frotta di uovi e mezzeteste che mi porto dietro. Molti di loro comunque credono che non ci sia niente di più bello di accogliere una persona, in tutte le sue declinazioni, anche se non sempre si sentono pronti.

Nella tua vita hai mai incontrato persone che son state per te una sedia?

Sì, e voglio dare un’accezione positiva. Alcune persone della mia vita sono particolarmente riposanti, e la trovo una cosa stupenda.

Ci regali una sedia della tua vita? 

E’ un po’ uno spoiler, ma quando sono arrivato proprio sulla punta della Puglia, ho visto da lontano una roccia, e mi sono detto, “quello è il mio trono”.
Avvicinandomi, ho scoperto che aveva veramente l’aspetto di un trono, ed ho avuto la certezza che quella roccia fosse stata lì ad aspettarmi per migliaia di anni, circondata da vespe da guardia.
Mi ci sono seduto sopra. C’era un buco che aveva l’esatta dimensione del mio zainetto, l’unica cosa che ero riuscito a portarmi appresso. Il trono non guardava il mare, ma guardava l’entroterra, guardava tutta la strada che avevo fatto per arrivare fin là. Mi ci sono messo a scrivere, e ci sono rimasto seduto per parecchio.
Nessuna delle vespe mi ha punto.

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