Intervista a Mauro Thon Giudici

Questa dovrebbe essere un’intervista in cui si chiacchiera di fotografia, di sguardo sull’ambiente, di inatteso, di social media e di panchine. Lo è, a tutti gli effetti, e mi sono sbizzarrita con i grassetti perché sono tutti temi che mi interessano e su cui rifletto.
Poi ci sono le storie. Quelle nell’occhio di chi “legge” le immagini pubblicate, alcune delle quali inedite, e quelle che traspaiono dal modo di raccontarsi di Mauro Thon Giudici. L’ho incrociato da poco in rete per via di uno dei suoi soggetti fotografici più tipici: la panchina. Non lo conosco, ma mi appare come un narratore naturale, bastano la prima e l’ultima risposta per capirlo. Uomo di immagini e di byte, chissà cosa penserà di questa impressione. Intervista ricca fino in fondo, buona lettura.

Si sieda e ci dica: Chi è, che cosa fa?

Una domanda con una risposta forse un po’ complicata. Cominciamo dal nome che forse può gettare una luce sulla conclusione che seguirà. Per l’anagrafe canadese (Nanaimo, British Columbia, Canada 1958) il mio nome è Mauro John Giudici. A sei anni, tornato in Italia per decisioni un po’ lunghe da spiegare, l’impiegato dell’anagrafe confondeva e traslitterava, forse anche per una calligrafia un po’ incerta di mio padre, in Thon. Inconsapevole fino a trentadue anni il fisco provvide a notificarmi che il codice fiscale fino ad allora usato (composto solo con Mauro Giudici) era errato e che quello corretto includeva il secondo nome Thon. Con l’avvento dell’Internet, che cominciai a frequentare ancor prima della sua forma web come membro della comunità usenet (sublink network) trovai utile la cosa per avere un nome unico.
Così se cercate col mio nome completo su google trovate solo me. Per me, poi, è anche una memoria delle traversie della mia vita che non si sono certo esaurite, cognitivamente, in una traslitterazione.

Il mio approccio al lavoro è sempre stato imprenditoriale. Ho all’attivo due aziende informatiche che hanno avuto buoni successi e che ho lasciato via via che altri interessi emergevano. Oggi direi di essere all’alba della terza, ma attendo una revisione seria delle facilitazioni nel creare azienda che, come tutti sappiamo, in Italia tardano a venire. I miei interessi ora vanno per la gestione del workflow nella creazione di contenuti per il web e i social network, oltre che sulla fotografia e video (contenuti primari). Quella della fotografia però è anche una storia parallela.


Come nasce il suo interesse per la fotografia che ha il paesaggio come soggetto principale? 


Direi che prima di tutto nasce per l’interesse al paesaggio. Quando arrivai in Italia a sei anni ho esperito una violenta esperienza di spaesamento. Dai drive in e i supermercati alla Valtellina ancora rurale. Ricordo ancora, come fosse allora la sensazione che provai entrando nel cortile della casa di mio nonno materno dove fui portato dopo essere sbarcato a Linate. Più in la, verso i tredici anni, vagando per i boschi (per una serie di ragioni ho avuto una infanzia piuttosto solitaria) riprovai di nuovo la stessa sensazione passando per una selva osservando i raggi di luce che spiovevano tra gli alberi sulle tende degli scout. Il giorno dopo comperai una pellicola (12 fotogrammi, a colori, formato 120) e recuperai la fotocamera (una folding) con cui mio padre mi faceva le foto ricordo in Canada. Tornai li, feci le foto, ovviamente vennero malissimo. Da lì in poi fu una ricerca costante di quella sensazione e del come renderla.
Poi alle superiori cominciai ad interessarmi di fotografia come strumento di denuncia e come molti altri fotografi italiani del tempo il primo libro che lessi fu quello di Stampa Alternativa  Mettiamo tutto a fuoco. Tuttavia solo il paesaggio mi dava quelle sensazioni di cui ero alla ricerca. Approdai a Milano, seguii un seminario da Giancolombo Nick Giordano. Poi fui ammesso all’Umanitaria per una serie di foto sullo Stelvio. La fotografia commerciale però non mi interessava minimamente. Inoltre l’approccio tecnico che imperava sui giornali fotoamatoriali non mi dava di nuovo quei piaceri e così mi misi alla ricerca di alternative. La galleria il Diaframma (Galleria fotografica, unica per molto tempo, a Milano, in via Brera) mi fu di grande aiuto. Approdai alla cineteca Italiana dove mi sono occupato per tre anni di documentari con Walter Alberti come maestro e tutore.
Ma una nuova e interessante vena colpì la mia fantasia americana: l’informatica. Proprio Alberti ne fu in un certo senso responsabile, dandomi il compito di studiare una forma di database per classificare il film su gelatina animale che si andavano recuperando. Il dabase non approdò mai a nulla ma in compenso a Filosofia presi la strada di Logica Matematica e degli studi in Intelligenza Artificiale. Era un bel nuovo giocattolo. Del resto con la fotografia, di paesaggio poi, non ci poteva neppure mantenere un criceto. In parallelo però ho continuato i miei studi, convinto di aver bisogno di una conoscenza sufficiente a permettermi di operare sulle foto in forma intenzionale e non banalmente derivativa. Con internet i due cammini si unirono. E così sono arrivato qui. Bhe, oddio, la strada è un po’ più lunga e con più giravolte. Ma taglierei corto.

Rest in place è una ricerca sulla rappresentazione della relazione sociale messa in atto da paesaggisti e gestori degli spazi urbani. Partiamo da qui, del resto è perfettamente in tema con il nostro blog…


Rest In Place (R.I.P.), titolo che non riesco a rendere in Italiano conservando l’acronimo, è una serie in cui ho cercato di applicare un approccio critico all’architettura, in questo caso del paesaggio. Un altro esempio è Incontri/Encounters ma ne ho diversi in cantiere. In genere non commento le foto, ritengo debbano raccontare da sole. Le organizzo in serie per farne una storia. Al termine rilascerò un pdf da scorrere, in modo da ricomporre l’unità che va un po’ persa nel processo di pubblicazione immagine per immagine. La scelta di pubblicare una singola immagine per volta è sia di tipo economico sia, chiamiamola così, fotografica. In una serie ogni singola immagine deve reggere e il pubblicarla singolarmente può accentuare questo aspetto. Economica per via della necessità di tenere un flusso costante, quotidiano di pubblicazione. Ogni serie richiede parecchio tempo per essere realizzata. Per l’occasione vi passo alcune inedite dal nuovo parco del Portello (Milano).

Drifting in Milan/Derive a Milano è invece una ricerca sulla periferia urbana. Cosa cerca, cosa trova, cosa racconta la città?


Più che della periferia di una città, Milano. Il tentativo di dipingerne il ritratto, non celebrativo, passando per gli anfratti. Paesaggi ordinari milanesi.
R.I.P. e Derive a Milano sono figliazioni da uno stesso progetto. Il primo è tematico il secondo no. Non sto parlando tanto di un progetto fotografico inteso in senso canonico. Anzi in genere cerco di evitare la forma progettuale in fotografia. Troppo spesso si decide di riprendere qualcosa pianificando a tavolino le prese. Questo a mio avviso chiude molte opzioni nel vedere, nell’accogliere l’inatteso. In architettura poi si va spesso sulla visione che l’artista (architetto) ha della propria opera. Per uscire dalla costrizione credo sia necessario operare sul processo di ricognizione visiva del luogo. Per questo trovo molte affinità con la land art, qui il processo artistico, necessariamente intenzionale in quanto produzione di un manufatto, è incentrato proprio sulla interazione col paesaggio. Nel mio caso il progetto riguarda il girarsi a piedi Milano e, dove possibile (non è poi tanto grande) perdersi. In questo modo si entra in uno stato percettivo spiazzato. Le cose che si vedono prendono altre forme e per la testa passano associazioni e pensieri non più vincolati dal raggiungimento di una specifica destinazione. Si rompe la mappa, per così dire. Così le foto diventano la traccia di una, o più, passaggi attraverso i luoghi indagati. O meglio l’output di una indagine sull’architettura urbana condotta secondo i criteri della psicogeografia di Guy Debord e l’Internazionale Situazionista. Tendenzialmente opero in soltudine. Sto però cercando di organizzare brevi workshop in cammino in cui condividere l’esperienza che deriva da questo praticare i luoghi. Una prima uscita è stata questa (Per orti, nell’ambito dell’iniziativa Garten, ndr). Purtroppo la pioggia, scrosciante, ne ha impedito lo svolgimento. Da Settembre 2013 ci si riprova scrutando il meteo e i fondi del caffè.

Per finire, le foto raccolte, lasciate un po’ a maturare nell’archivio, vengono revisionate periodicamente o per comporre delle serie che ho immaginato o per cercare ulteriori associazioni. La pubblicazione e il primo luogo di pubblicazione online influenzano parecchio la creazione di una serie.

La narrazione/rappresentazione della realtà con vari linguaggi, anche attraverso la fotografia, può avere una valenza sociale e politica nel momento in cui è condivisa e suscita riflessioni e confronti. Come vive il web e la dimensione “social”? Si muove nella community dei fotografi o cerca interlocutori anche al di fuori? 


Per quanto possibile cerco di uscire dalla divisione fordiana dei compiti. Pertanto cerco il mio pubblico tra i non fotografi. Inevitabilmente però… Ma vorrei andare sulla questione del Social. Fin dall’inizio del mio primo blog onlandscape.blogspot.com iniziato nel 2008 mi sono reso conto che il pubblico che potesse essere interessato al mio lavoro non era italiano. Le statistiche non davano ombra di dubbio. Già a quel punto ho dovuto affrontare il bivio che credo ognuno che stia su Internet debba affrontare, posto abbia intenzione di comunicare. Il bivio è quello dello scegliere tra adattarsi al pubblico pur di averne o di cercare il pubblico tenendo ferma la propria identità. Nella scelta mi è stato di grande utilità lo studio che intrapresi, a scopo didattico per le mie docenze al MICSU (Master di Informatica per Discipline Umanistiche dell’Università Statale di Milano), inerente il marketing dei beni culturali. Ora un bene culturale non si può modificare, pena la perdita del suo valore identitario. Questa semplice regola del marketing museale credo dica tutto. Purtroppo affrontando con consistenza un approccio orientato alla costruzione di una identità è molto oneroso. Sopratutto sul piano psicologico. I tempi diventano piuttosto lunghi. De resto se si osservano i casi di successo sull’internet prima dell’emersione c’è sempre un tempo sostanzioso. Disporre però di una identità ben definita credo che alla lunga paghi. Perlomeno io sto investendo in quello. Magari con un pubblico numericamente minore ma frequente. Ad ogni modo ciascuna mia foto ha una media di visualizzazione superiore a qualsiasi speranza in una galleria aperta al pubblico.


Continuando a parlare di web e fotografia, alcuni amici mi hanno segnalato un articolo in cui si sottolinea come la fotografia digitale condivisa nei social media sia ormai assimilabile al linguaggio gestuale di tipo “impulsivo”. Gli strumenti per riprodurre e condividere la realtà sarebbero protesi integrate nel nostro corpo, che usiamo per produrre segni non particolarmente consapevoli, consumati in poco tempo senza lasciare traccia. L’unica finalità nella produzione di questi segni sarebbe ottenere un “like” per sentirsi parte della comunità. Cosa ne pensa?


Non ho letto l’articolo. Tendo a dare preminenza nelle mie letture fotografiche a chi pratica la fotografia. Ad ogni modo tratto molto spesso questo argomento con il mio misero pubblico. Intanto sottolineo una falla già nel discorso di partenza. La domanda giusta dovrebbe essere “Perchè si preferisce il mi piace alla condivisione e in quali casi”. Insomma la questione come è formulata è già di per se una preferenza. C’è chi preferisce esprimere un giudizio e chi invece condividere con il pubblico. Non a caso la profonda differenza tra twitter e facebook sta proprio qui. Su twitter va il retweet, su facebook il mi piace. Sto molto lavorando attorno ad un breve scritto su quella che chiamo l’estetica popup. Mentre in tempi pre-Internet la decisione di chi o cosa promuovere come forma artistica era delegata a esperti o specialisti e sostenuta, anche ideologicamente, dai media che dominavano il mercato, con l’avvento della Rete, e di una sua progressiva diffusione agli utenti che vi accedevano per ragioni non strettamente professionali, una nuova forma di consolidamento della norma estetica prendeva forma. Non più calata dall’alto, ma operata tramite la progressiva selezione tra le miriadi di fonti disponibili (stando solo sulla fotografia ne circolano diversi milioni su base giornaliera). In sostanza il pubblico opera come un crivello di quanto viene generato, qualcosa di molto simile si trova nelle tecniche di programmazione genetica, o anche nello sviluppo evoluzionistico in senso darwiniano. Per l’artista questo significa un diverso modo di porsi nei confronti del pubblico, che ora è diventato anche partecipe del processo di selezione. Come in ogni processo evoluzionistico questo non significa certo che sopravviva il migliore ma il più adatto, e per ora anche il più adattabile. Credo che questa coscienza non sia per nulla emersa tra il pubblico, che spesso si limita a preferire compulsivamente chi è in grado di inseminare più ricettori. Questo viene spesso combattuto da alcune figure che vivono con nostalgia i bei tempi andati in cui, avuta l’investitura, potevano esercitare il potere di scelta. Penso che questo spieghi alcuni atteggiamenti che onestamente trovo poco interessanti.

Ad ogni modo pubblico in diversi luoghi su Internet. Ad oggi sono presente su facebook con la pagina http://www.facebook.com/Landscape.on. Sto mandando una serie che durerà diversi mesi: “Around Garibaldi” riguardante una indagine visiva che dura da quattro anni intorno alla stazione Garibaldi di Milano tra i giganti nani, su twitterhttp://www.twitter.com/onlandscape. Infine ho aperto un nuovo blog su tumblr: http://blog.onlandscape.co.

Cos’è Orso produzioni?

Tre cose. Uno, è una etichetta di produzione che mi sono creato per la mia attività di pubblicazione. Il progetto qui è in evoluzione. Sto costruendo un sito dedicato allo scopo ma non vado oltre nella anteprima ahahah… Due, è anche una pagina che ho creato per differenziare il tipo di pubblico. Terzo, e non in ordine di importanza, Orso produzioni nasce dalla collaborazione con un carissimo amico: Maurizio Cristoforo Pini, poeta e scrittore valtellinese ora impiegato come vagabondo. Ci conoscevamo da almeno trent’anni e ci eravamo persi di vista, un bel dì me lo sono ritrovato sul ponte del Naviglio Grande dalle parti del Vicolo dei Lavandai. Lui aveva scritto un breve racconto sull’Orso che voleva trasformare in un libro e in un racconto teatrale. Mi piacque così tanto che decisi di sostenerlo e produssi e stampai il libro che è stato anche il primo pubblicato da Orso Produzioni. Sulla pagina facebook e nel mio utente su youtube trovate poi una serie di video tratti dalle prove e durante alcune esibizioni pubbliche. Successivamente abbiamo lavorato assieme vagando per la Valle (così amiamo chiamarla noi Valtellinesi) durante il periodo della fioritura dei ciliegi e ne è uscito il libro I Ciliegi del Conte, oltre ad una serata di taglio storico teatrale. Orso Produzioni dispone di una  pagina facebook dove pubblico con una certa frequenza immagini che classifico come “divulgative”. Credo si debba cercare il rapporto anche con il pubblico “comune”.

Bene, è arrivato il momento delle nostre domande surreali…
Per immagine, se lei fosse una seduta, sarebbe una sedia, una poltrona, uno sgabello, un divano o una sdraio…?

Direi una bella sedia spigolosa, con angoli retti. Di quelle dove si sedevano i longobardi, armati, lasciando appoggiare lo spadone sul pavimento.

Si vede più la sedia su cui gli altri possono sedere o alla ricerca della sedia su cui sedersi?

Fino ad ora mi ci sono seduti sopra anche in più di uno per volta. Sto un po’ troppo seduto per lavoro.

Nella sua vita ha mai incontrato persone che son state per lei una sedia?

Si ma spesso c’erano anche le puntine.

Ci regala una sedia della sua vita? 

Lo sgabello da mungitura di mio nonno paterno. Ricordo le serate d’inverno, ancora piccolo, quando ancora le persone si ritrovavano nel calore animale nella stalla. Gli aghi di pino che fermentando sovrastavano, inebrianti, ogni altro odore col loro. La luce tenue di una lampadina a basso voltaggio. I racconti di caccia, delle guerre e di vita. Le mucche che ruminavano. Una ruralità alpina perduta.

***

Note a margine:

La chiusura di questa intervista mi ha fatto venire in mente il dipinto Le due madri di Segantini, che trovate sul nostro tumblr, e la traccia di una memoria familiare. Resto avvolta in questo mondo che mi è stato raccontato dalla “nonna di campagna” parecchi anni fa, mentre raduno come d’abitudine i link qui in fondo. Cabrabesol, il nick di Mauro Thon Giudici su twitter, attira la mia attenzione. Una semplice ricerchina su google e trovo questo link, a conferma della forte componente narrativa emersa in questa intervista, che apparentemente riguarda tutt’altro. Come sempre, storia chiama storia, sedia chiama sedia.

Info:

>on landscape

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