Ci scrive il Caverni…

I nostri intervistati diventano un po’ come famiglia, a volte. Ci regalano confidenze, ci mandano foto dei figli neonati, inviti a pranzo e a volte messaggi nella notte. Giorni fa, ricevo una foto via whatsapp. La foto, e una faccina sorridente. Caverni, racccontami di lei! Lui, spregioso, niente. Io aspetto, il giorno dopo riparto all’attacco, incalzo, curiosa, per saperne di più! Non resisto! Lui, meraviglioso, come niente fosse risponde: La seggiola? Te la racconterò, abbi fede. Io gongolo, per due motivi. Il primo è che un pochino lo conosco, per me è già tanto che abbia spedito. Si è già sforzato abbastanza e comunque ha pensato a me, ha pensato a noi! E poi c’è quella distanza abissale tra la foto, e la parola. La seggiola. La seggiola riferito ad un oggetto che non sia di legno, che non sia impagliato, vecchio, usato, è dissonante. Ma Caverni non distingue, restituisce all’uso, è archetipo, è arcaico, quel suo dire La seggiola. Già questo, mi incanta. Poi, aspetto. Gli lascio il tempo.
Stasera, mi manda questo:

Non fa parte della mia vita, non ho particolari momenti nei quali ci sono stato seduto da raccontare. Anzi a dire proprio il vero non ci sono mai stato seduto sopra e… l’ho vista una sola volta, pochi giorni fa, ma … è stato un colpo di fulmine!
Verde, o azzurra, di un verde che non ha niente a che fare con la Lega e di un azzurro che non ha niente a che fare con Forza Italia. Verde e azzurra, forse rigida, o morbida chissà (te l’ho detto che non mi ci sono mai seduto sopra), sorretta da una serena autostima e da 4 agili, lunghe, gambe nere. E poi mi verrebbe da dire che… non ci sono parole, ma come si fa a fare il mestiere che faccio senza le parole? E come si fa a concretizzare, esternare, trasmettere un’ammirazione incondizionata (o almeno a provarci) senza le parole? E allora ti allego parte dell’articolo, che ho scritto per L’Unità del 13 giugno, sulla mostra nella quale l’ho incontrata. Come noterai nell’articolo non l’ho nemmeno nominata, è stato pudore. E poi non vorrai che mi metta pubblicamente a sottolineare quanto è bella! Che già si vede anche troppo bene, e poi me la corteggiano tutti!!

“L’uso per questa mostra della Sala della musica dell’ex tribunale è un primo passo… ma non so ancora in direzione di cosa” spiega candidamente Sergio Givone, assessore alla cultura del Comune di Firenze, che conferma che sull’uso da fare della struttura recentemente liberatasi non ci sono le idee chiare. Molte sono state le ipotesi d’uso fatte in questi anni e molte, conferma Givone, sono quelle che vengono ancora esaminate. Intanto la bella sala, ricca di affreschi, di un pavimento straordinario e di un robusto, più recente, gabbione di ferro per gli imputati numerosi, ospita da oggi la bella mostra “Eames by Vitra”. Si tratta della retrospettiva che indaga sulla collaborazione tra Charles e Ray Eames, assoluti protagonisti del design del Novecento, e Vitra, l’azienda il cui fondatore, Willi Fehlbaum, quando era, nel 1953, in viaggio negli Stati Uniti si imbatté in una sedia progettata dai due e se ne innamorò al punto da acquistarne la licenza per la produzione in Europa. Vitra ancora oggi ha l’esclusiva per l’Europa ed il Medio Oriente dell’opera di Charles e Ray Eames. “Quello che voglio davvero è un nero con sentimento” affermò Charles e ora la “Lounge Chair & Ottoman”, probabilmente il progetto più conosciuto dei due, è disponibile anche in nero.

E non stare a citare il poeta adesso: “ma come fan presto, amore, ad appassir le rose”. Cinica che non sei altro. E poi è verde o azzurra, mica rosa!

Courtesy Gianni Caverni

E io leggo e sorrido e penso Caverni, come sei romantico e crepuscolare. Mi fai venire in mente un altro poeta, con questa atmosfera da “non amo che le rose che non colsi”!

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