Di innesti e lampredotti

Faccio delle cose, mi dico che devo raccontarle, metto nelle bozze, poi i giorni passano, e corro, mi spiccio, Lesta, che è tardi! Non perdere tempo adesso, oggiù, ci penso stasera! Oh, stasera sono stanca, volevo scrivere quellacosa, pazienza, la scrivo domani. E passano i giorni. Ne passano così tanti che di cose fatte finisce che ce ne sono altre e si accumulano! Allora devo proprio provare a raccontarle.

Parecchi giorni fa, c’è stata un’inaugurazione a cui avrei voluto presenziare, ma era in pieno pomeriggio e la giornata proprio non me lo permetteva. Perché oltre a far delle cose, vedo gente. E quando fai cose e vedi gente spostandoti con i mezzi i tempi si dilaaaaaaaaaaaaatano. E finisci per stare a far filosofia sui sedili dei mezzi per un tempo maggiore di quello impiegato a far cose e veder gente. Ero dunque impegnata tra la colla da sciogliere e il bolo da fare e pensavo a questa cosa che non avrei voluto perdermi, al veder gente e soprattutto al pranzo che avevo in programma. Perché proprio quel giorno lì avevo fissato di andare a mangiare un panino al lampredotto. Che a detta del suggeritore poteva esser poesia. E qualcosa mi diceva già che potevo fidarmi. Appollaiata sul mio sgabello, in estasi pani(ni)ca pensavo anche un poco al comune di Firenze che installa sculture senza prevedere un qualsiasi aggeggio che dica cosa e di chi siano le sculture e pretende poi altri permessi e tempo e infiniti burocratici ritardi per dare un nome e un autore a ciò che inaugura.

Il fatto è che io non vedo gente, genericamente. Io incontro persone interessanti. O per lo meno, che condividono i miei interessi. Uno degli interessi principali della Catarzi, lo sa chi la frequenta, è mangiare. Mangiare bene. E anche bere. Per cui il languorino che mi veniva all’idea di scoprire un nuovo posto dove mangiare il lampredotto insieme al Betti, ha acceso le fantasie. Che mangiar bene e in compagnia, mette felicità. E poi c’era il sole. Di questi tempi, un regalo! E pensando pensando, è andata a finire che mi sono armata. Se non ci pensa il Comune, ci penso io a mettere un’etichettina a quella scultura lì. Ero già nell’esaltazione tipica che precede un’esperienza culinaria mistica. E ho preso il treno. Sulla punta del predellino, in bilico sul ribaltabile infingardo ho viaggiato con in mano la sediolina identificativa e gli occhi della vicina che guardavano di soppiatto, a turno, me e lei.

Mentre viaggiavo, ho perso il coraggio di fascettare un’opera d’arte. Che è vandalismo bello e buono. E magari mi arrestano pure. Ma soprattutto, non si fa. Allora ho pensato che un innesto sarebbe stato più che sufficiente, a dire al mondo (a Luca) che c’ero anche io a quell’inaugurazione (noi) e che noi sedioline s’era felicifelici di questa sua realizzazione. Ma poi viene il bello. Che vallo a spiegare. Cioè. Incontri una persona, seria, che lavora in una importante multinazionale e sebbene tu ci abbia scambiato maialini e cinghiali su whatsapp non la conosci ancora bene. Hai fissato un lampredotto, nella sua pausa pranzo, e quando arrivi gli dici senti si tratta di sedie e d’amore e di innesti, andiamo prima qui vicino a cercare un mondo che devo vandalizzare un’opera. Ne può seguire del surreale. O della violenza, se la persona, seria, è anche pallosa e ottusa. Ma io, i lampredotti, posso forse fissarli con gente pallosa e ottusa? No, io i compagni di lampredotto li annuso vispi.

Anche troppo, vispi, perché io, per me, ero già contenta di aver compicciato una cosa così, ma l’uomo serio, professionale, ha dato vita a un reportage documentario della cosa.

Con tanto di prove della stordita (in piena estasi prelampredottìca) che cerca un posto adeguato ad adagiare la sediolina, imbarazzata dal toccare il Nidomondo (non si cianciuca, l’arte!) e anche un po’ timorosa che qualcuno arrivasse a sgridarla, che aveva scavalcato le panchine e calpestava il prato. Su quelle panchine, e l’architettura del giardino, ce ne sarebbe da dire, ma restiamo sulla seggiolina. Che lì è rimasta, come prova la foto scattata dall’artista al pomeriggio, mentre il clima implacabile si faceva beffe del suo elegante completo di lino.

Courtesy Luca Matti 

I due sciagurati si sono invece immortalati col sole negli occhi, davanti all’impresa (si assicura che nessuna opera d’arte è stata offesa o maltrattata o danneggiata)…

… e soprattutto durante quell’atto intimo e godurioso che è il mangiarsi un buon panino al lampredotto.

il Betti,
la Catarzi,

… e soprattutto il lampredotto e il vino. E le molte chiacchiere di sedie che sono scaturite da questo pranzo con performance, e i ricordi anni ottanta di madonne e like a virgin, seduti in mezzo a un’umanità varia in pausa pranzo che più varia non si può, che anche solo guardando le sedie intorno a quei tavolini, era tutta una poesia e ci sarebbe da scrivere un romanzo. Mi sono accorta che di quelle sedie non ho neanche una fotografia, per cui appena mi fo un altro lampredotto con il Betti, scrivo di quel mondo scompagnato, vario e bellissimo.

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