Intervista a Anna Morchio

Verve, un talento naturale nel paragonarsi alle sedie, una bella fotografia di coppia e di famiglia. Il percorso per affrontare la labiopalatoschisi del secondogenito, il tema della sicurezza in auto, il lavoro. La magia delle favole, un libro appena pubblicato. La genovese Anna Morchio ha tanto da raccontare, verbo scelto non a caso perché qui molto ruota intorno alla narrazione. Non perdiamoci in ciance, la chiacchierata è lunga e va letta fino in fondo.
Siediti e dicci: Chi sei, che cosa fai?


Sono Anna Morchio e sono una donna-mamma, creativa di nascita e grafica per vocazione, ho scelto il linguaggio della comunicazione visiva per poter esplorare il mondo delle idee. Così faccio la grafica ma non so assolutamente disegnare… a molti sembra strano, a mio tempo ho dato molto filo da torcere al mio insegnante di illustrazione. Ho provato l’acquerello, il pastello, l’aerografo e alla fine l’unica cosa in cui sono riuscita è stata la carta strappata, lì oltre ad un’immagine avevo trovato un modo di esprimere un’idea.
Ho cominciato a fare questo lavoro sognando mega sedute di brainstorming come si vedeva nei film degli anni ottanta; ma sono di Genova, non di Manhattan, qui i brainstorming sono come gli All Bran (hai presente la crusca?) o almeno producono lo stesso risultato; così ho ripiegato in fretta e ho trovato la mia missione: rendere migliore, più bella, più intelligente la mia città realizzando una comunicazione pubblicitaria più saporita e ricca, con qualche valore aggiunto. Sono ormai più di vent’anni che ci provo, la lotta è dura… ma la forza scorre potente in me.

Nel nostro blog abbiamo parlato diverse volte di sedia come nido, culla… Che tipo di sedia-mamma sei? Dal momento che sei spiritosa, ti chiedo di trasformare tutta la tua famiglia in un gruppo di sedute. 

La sedia-mamma:

Mi piace questa metamorfosi, me la sento calzante! Come mamma mi sento molto sedia, sono sicuramente una SEDIA MAGICA, che si trasforma a seconda delle esigenze. Sono POLTRONA: quando a casa ci mettiamo a guardare un film tutti insieme, il mio invito per i cuccioli suona più o meno così: “Chi vuole venire qui su una bella poltrona morbida?” Il più delle volte poi durante il film io mi addormento annusando i profumini di bimbo con i miei due pargoli abbarbicati addosso, una gamba per uno, ed è bellissimo.
Sono PORTANTINA quando la mattina “presto” scaliamo a piedi le salite che ci separano dalla scuola elementare di mia figlia ed essendo sempre un po in ritardo, la soluzione più morbida per tutti è caricarmi in spalla il piccolo come se fossi uno sherpa tibetano, sfidando il vento di tramontana, la pioggia o il caldo cocente, con le sue manine morbide strette attorno al collo e cavalli, spade e supereroi spalmati negli orecchi. Sono TRESPOLO quando a cena c’è qualcuno che ha bisogno di contatto di mamma e alla fine del pasto mi ritrovo con il piccolo abbarbicato sulle spalle e la grande sulle ginocchia.

Lo sgabellame:

I miei bimbi sono entrambi SGABELLI, di quelli che ergonomici, monogamba con in fondo una calotta sferica che rende la posizione dinamica e fluida, sembra che facciano molto bene per la tonicità dei glutei! Quel che è certo è che non sono mai fermi, sono equilibristi abilissimi, funamboli spericolati che sfidano la gravità e le leggi della fisica.

La sedia-papà:

Giacomo, mio marito anche lui è un po’ una SEDIA MAGICA, ma con prerogative diverse dalle mie. Lui è poltrona di guarigione, quando c’è un cucciolo malato o con il mal di pancia lo accoglie sulla sua seduta, lo cinge con le sue mani sempre calde e riassesta le sue energie, una sorta di poltrona ad infrarossi. Ma è anche POLTRONA DI CAPSULA SPAZIALE, quando riesce ad isolarsi completamente per guardare il gran premio in TV nonostante in casa si scateni il carnevale di Rio, con balli, musica e stelle filanti. Infine diventa POLTRONA FAVOLIERA quando è il suo turno di mettere a nanna i piccoli e seduto ai piedi del letto legge le due fiabe di rito per la buona notte.

Il tuo secondo bimbo è nato con la labiopalatoschisi. Di cosa si tratta, quanto è diffusa, cosa comporta? Forse per te sono domande scontatissime, ma credo sia importante partire da una definizione per proseguire nel nostro racconto…

Prima del 23 febbraio 2010, non avevo idea di cosa fosse la labiopalatoschisi. Quando l’ostetrica ha visto il viso del bimbo e ci ha annunciato la cosa, non avevo idea di cosa stesse parlando, deve essersene accorta ed ha cercato di spiegarsi meglio parlando di “labbro leporino”. Ecco, decisamente questa definizione che è quella di cui si sente parlare più spesso non credo renda l’idea della cosa, proprio per nulla. La Labioplalatoschisi è una malformazione della bocca che coinvolge il labbro superiore, la gengiva ed il palato con differenti gradi di interessamento, e si presenta come una “scucitura” del viso più o meno accentuata, nel caso di mio figlio era doppia e in corrispondenza di ogni narice aveva un solco profondo che attraversava tutto fino all’ugola, il supporto del nasino sembrava essere inesistente e le narici erano tutt’uno con la boccuccia. Io mi aspettavo un bel bimbetto sano e tenerello, e così è stato. Solo che parecchio scucito.
In pratica studiando e leggendo ho imparato che nella nostra vita siamo stati tutti affetti dal labiopalatoschisi bilaterale e completa fino a circa le prime sei settimane di gestazione, poi il meraviglioso meccanismo che genera tutte le strutture e gli organi del feto invia un comando ai “tre foglietti” di cui è composto: “unitevi qui e qui e formate un tessuto di questo tipo, così e così”, a quel punto si formano le ossa della mascella, il palato, le labbra, i reni il cuore il cervello e un sacco di altre cose. Per qualche motivo piuttosto sconosciuto o al massimo solo presunto, tra la quinta e la settima settimana della mia gestazione e di quella di altre 800 mamme ogni anno in Italia, questo comando non è arrivato, o non è arrivato completo, così i tessuti sono rimasti scollegati, continuando a svilupparsi ma “scuciti”.
Quando la scucitura interessa la bocca è una bella scocciatura, perché per un neonato il mondo passa proprio da lì: il contatto con il seno materno, l’esperienza della suzione, il gusto del latte, l’odore della pelle, il nutrimento… per un neonato la bocca è il tramite verso il mondo.
Quando la scucitura interessa reni, cuore, e cervello è certamente peggio.

E tu che hai fatto?

Io dovevo solo trovare il modo di nutrire mio figlio, ma a parte questo è sempre stato sano e forte, siamo stati fortunati! Giacomo è stato un meraviglioso ricercatore. Federico era nato da poche e lui aveva già trovato fiumi di informazioni da vagliare ed assimilare, provenienti da fonti ufficiali e da genitori. Avevamo una sfilza di foto del prima e del dopo, come si vedono per le cure dimagranti, e la certezza che entro i 18 anni avremmo potuto veder terminata la nostra vicenda chirurgica… Siamo partiti da qui e dal grandissimo sostegno che abbiamo ricevuto in famiglia, siamo stati accuditi, coccolati, accompagnati con un amore meraviglioso e grandissimo che è stata la scoperta più grande della mia vita, l’avevo sempre avuto sotto il naso ma non lo avevo mai capito così bene.

Si può parlare di “comunità” o “rete” riguardo al tema della labiopalatoschisi o resta un fatto che le famiglie affrontano isolate?

Credo proprio che si possa cominciare a parlare di rete e di comunità e per questo dobbiamo ringraziare internet che permette in tempo reale di condividere le proprie esperienze con persone anche lontanissime.
C’è sicuramente ancora tanto da fare e il fatto che la labiopalatoschisi si manifesti in giro per l’Italia a macchia di leopardo, interessando tutta la superficie, rende ancora un po’ difficili le cose, a partire dalla preparazione del personale medico che si trova ad accogliere i nuovi casi. L’informazione è il primo obiettivo e riguarda tutti gli aspetti: dell’alimentazione alla correzione chirurgica. E’ vero che la “schisi” è in fondo solo una scucitura, ma non tutti i chirurghi sono in grado di ricucirla in modo ottimale. I tessuti della bocca sono molto particolari e oltre ad un fattore estetico non trascurabile, subentra con forza il fattore funzionale, anche in relazione alla verbalizzazione: avere naso e bocca in comunicazione per via di una schisi può rendere molto difficile parlare in modo comprensibile e questo è un problema enorme.
Noi siamo entrati a far parte di questa comunità grazie alle prime informazioni recuperate da Giacomo subito dopo l’arrivo di Federico. In quel plico di fogli che stringeva tra le mani la prima mattina della nostra esperienza di labiopalatoschisi, c’era la pagina di un sito scritto da un genitore come noi, il papà di “Scarolina”. Lì aveva riportato con precisione e logica da informatico tutte le principali realtà italiane mettendone a confronto le tecniche, le tempistiche, i pro e i contro, e accanto alla tabella c’era il suo numero telefonico e la fascia oraria in cui poterlo disturbare. Mamma mia quanto è stato difficile aspettare le 18,00!
Alle 18,05 siamo entrati a far parte della comunità LPS grazie a Luciano Albonetti, che con il suo accento romagnolo ci ha dato il suo benvenuto caloroso e fattivo, dandoci i numeri di telefono di un chirurgo plastico tra migliori in Italia, il dottor Gatti, e di una consulente della lega del latte con esperienza personale di LPS, Alice Farrow…oltre a fornirci una bella dose di coraggio. Io quella mezzora non credo che la scorderò mai.

Quando hai deciso di impegnarti personalmente riguardo al tema della labiopalatoschisi? Cosa ti ha spinto a passare da mamma-paziente a mamma-attiva?

Quando ricevi molto, non ti viene nemmeno da chiederti quando è il momento di cominciare a restituire. Credo di aver cominciato da subito, già durante le prime consulenze chirurgiche ci capitava di incontrare genitori con bimbi più piccoli del nostro con i quali condividere le nostre scoperte riguardo la nutrizione, i biberon, i tiralatte, le posizioni per far ingurgitare meno aria. Da una parte imparavamo, dall’altra eravamo già pronti a condividere.
E’ venuto il momento degli interventi chirurgici e lo scambio è proseguito con le famiglie con cui abbiamo percorso la medesima strada a distanza di pochissimi giorni, eravamo in contatto con la famiglia dimessa il giorno del nostro ricovero e con quella, entrata il giorno delle nostre dimissioni…
Poi, giorno dopo giorno, sono passati 7 mesi… e un mese dopo la chiusura del palato molle, Federico ha cominciato a poppare al seno come un bimbo normale, ce l’avevamo fatta! Dopo tutto quel lavoro avevo raggiunto l’obiettivo che mi ero posta dal primo giorno. Ho immediatamente inviato un messaggio alla mia consulente Alice per urlarle la mia gioia e ho scoperto per la prima volta che non era una cosa così scontata come avevo creduto, si era scordata di dirmi che a riuscire in questa impresa sono pochi, pochissimi. Così mi sono chiesta cosa sarebbe stato della mia determinazione, delle mie sedute con il tiralatte, dei miei mantra e della mia costanza se avessi saputo che praticamente nessuno riusciva ad allattare il proprio bimbo con LPS direttamente al seno, mantenendo la sua capacità innata di suzione fino oltre i sei mesi. Sono arrivata così alla personale certezza che se Alice si fosse ricordata di dirmelo io avrei probabilmente mollato tutto molto tempo prima, così ho sentito subito fortissima ed irrefrenabile l’esigenza di far sapere a tutte le mamme alle prese con il tiralatte che quello è un obiettivo raggiungibile, e sono diventata mamma-attiva a tutti gli effetti.
In seguito grazie ad un’idea e al lavoro di Luciano Albonetti è nato il progetto mammaAIUTAmamma di cui sono referente nazionale da poco più di un anno insieme ad un altra megamamma, Chiara Cavallero, mamma di una bimba con sequenza Pierre Robin. Insieme cerchiamo di realizzare proprio una rete che estendendosi sul territorio permetta ai neo genitori di non sentirsi soli in questa avventura; con un’ottantina di famiglie distribuite in tutte le province d’Italia siamo pronte a creare rapporti ed informazione.

Dalla tua esperienza e dalla tua creatività nasce la favola di Chicolo. 

Nata come diario personalissimo, non era destinata ad essere letta da altri all’infuori di me, ma nella vita le cose per fortuna cambiano. Nei due momenti in cui l’ho scritta, aveva il fondamentale obiettivo di trasformare qualcosa che avrebbe potuto essere un incubo in una favola! Ho cominciato la notte in cui è nato Federico per cercare di inquadrare il problema ed ho proseguito subito dopo il rientro a casa dal primo intervento di ricostruzione chirurgica, descrivendo per filo e per segno tutto ciò che era accaduto durante il nostro ricovero: la determinazione, il dolore e la ripresa fiduciosa.
Nella fiaba ad un tratto scoppia un acquazzone, ed è assolutamente vero… piove a dirotto ed è vero, la luce di un fulmine mi fa scoprire come il bimbo che piange disperato tra le mie braccia sia ancora il mio bimbo speciale, mia figlia Lucia a distanza di centinaia di chilometri avverte che qualcosa è cambiato, che la tempesta sta finendo e vede la casa dei nonni riempirsi di arcobaleni, e li vede per davvero, è tutto vero, la luce passando attraverso chissà quale prisma ha davvero disegnato moltissimi arcobaleni sulle pareti proprio nei minuti in cui presso l’ospedale di Pisa Federico tornava a fare i primi timidi sorrisi.
Scrivere la favola, leggerla e rileggerla, per settimane, tutte le notti con il mio bambino in braccio mentre lo nutrivo, ha lavato via dal mio cuore la paura, come un rito di Ho’oponopono ed ora tutto sembra lontano, lontanissimo, quasi appartenesse ad un’altra vita; nella mia è rimasto Chicolo con il suo contagiosissimo sorriso, nella favola sono rimaste incollate tutte le emozioni.
Insomma la magia ha funzionato benissimo e ora sono qui che spero che possa servire anche ad altri, ed eccomi a presentare la storia del piccolo Chicolo e del suo sorriso speciale, perché possa contagiare sempre più persone come una gioiosa epidemia!

Come state promuovendo Chicolo? Ho visto su facebook fotografie di bimbi coinvolti, partecipi: un pubblico più o meno seduto e più che attento al tema dell’accoglienza di un’eventuale diversità…

Questa è proprio una bella domanda, e la risposta potrebbe essere: Sai che non ne ho idea?!
La storia di Chicolo viaggia da anni sul web attraverso il sito di Luciano Albonetti, insieme a diversi altri racconti di famiglie come la mia, ed è grazie all’apprezzamento di tutti coloro che hanno letto la storia che mi sono decisa a cercare un editore che potesse crederci. Mi sono arrabattata per un annetto in ricerche infruttuose fino a che tutto si è sciolto praticamente per caso e ora Chicolo è un bel libricino illustrato dalla bravissima Sonia Cattaneo
Moltissime famiglie con LPS stanno già ordinando il volume per poter leggere ai loro bimbi la LORO storia, il LORO lieto fine. A questi poi si aggiungo ogni giorno persone con altre esperienze di vita magari assolutamente “normali”, ma che si riconoscono ugualmente nella vicenda di questo bimbo che impara a scoprire la sua essenza attraversando un momento di crisi. Per adesso che il libro è appena uscito, il motore della promozione è principalmente il passaparola.
Poi è buffo perché io sono a Genova e l’editore Coccole e Caccole è in Calabria, quindi le nostre azioni non sono ancora propriamente coordinate. Io viaggio sull’entusiasmo e loro sull’esperienza, chissà che le due cose insieme possano produrre qualche buon risultato attraverso tutta l’Italia.
Io per conto mio sto organizzando alcune presentazioni a Genova, i meravigliosi ragazzi del Dadoblù, presi anche loro dall’entusiasmo, mi stanno aiutando moltissimo a mettere un po di magia in questi eventi organizzando, oltre alla lettura animata della storia, alcuni laboratori artistici e creativi che vanno oltre…
Il bello è che ogni giorno ricevo inviti per presentare il libro in giro per l’Italia, e sono inviti di famiglie che vogliono coinvolgere le scuole dei loro figli, gli ospedali pediatrici delle loro città e così via. Insomma non c’è ancora un piano vero e proprio, ma stanno nascendo dei progetti didattici con un bellissimo potenziale e io sogno di prendere queste occasioni al volo! 

Torniamo in una dimensione privata. Se non sono troppo indiscreta, vorrei entrare in punta di piedi in casa vostra, sedermi in un angolo e osservare con discrezione i vostri momenti di narrazione…

Beh, mi sa che ti conviene prendere la tua sedia e metterti comoda, quando si parla di storie a casa Morchio Persia il tema è sconfinato ed ha radici antiche. Quando ero bambina io, i miei genitori appassionati di montagna e passeggiate nella natura portavano a zonzo anche me e mio fratello, che spesso diventavamo macigni brontolanti pesantissimi. Mia mamma allora aveva escogitato un sistema infallibile per farci inerpicare sulle vette più impervie senza che producessimo alcun brontolio o lamento: cominciava a raccontare storie! Dovendo salire ed essendo fisicamente impegnata, attingeva al suo repertorio di prof. di lettere e storia, così passo dopo passo io e Marcello scoprivamo l’avventura di un tal Dante Alighieri che attraversava l’inferno, il purgatorio ed il paradiso, mentre noi ci inerpicavamo sulle montagne del monregalese… vivevamo le vicende del barone Lamberto, costeggiando i nevai del Seirasso… ci emozionavamo delle mirabolanti peripezie del Barone Rampante, raggiungendo un laghetto alpino dalle gelide acque ricolme di girini e rane saltellanti. Insomma, raccontare storie era per mia mamma il modo di farsi seguire in capo al mondo.
Io ho acchiappato l’esperienza e provo ogni giorno a metterla al mio servizio in moltissime occasioni, dal lavaggio dei denti, al mettersi il pigiama, dal fare i compiti al rassettare la zona giochi, e il bello è che funziona! Basta che io cominci con: “C’era una volta…” e ohhhhh, entra in casa il silenzio, e la magia ha inizio.
Le volte che funziona meglio sono quelle in cui comincio senza avere la più pallida idea di dove arriverò a parare, inizio e la storia viene da sé; sono anni che mi propongo di girare con un registratore al collo, perché poi difficilmente le storie si riescono a trascrivere subito e perderle è un vero peccato, alcune ci lasciano un bellissimo alone di magia dal gusto pieno e gradevole.
Quando però si va a nanna le storie si leggono, abbiamo una libreria ultra fornita, c’è di tutto: da Roald Dahl ai Barbapapà, da Sepúlveda a Rodari, passando per Piumini, Nicoletta Costa e Italo Calvino. Il libro preferito da mia figlia è Fiore e Spina di Alberto Benevelli, che è proprio la sua storia archetipa; il preferito di mio figlio è Il Re è occupato di Mario Ramos. I giovani scelgono una storia per uno e si comincia con la lettura a luci spente con solo una lucina piccola piccola, una sera io e una Giacomo.
Un’altra situazione in cui raccontiamo storie è l’auto. “Mamma! Storia!”, a quel punto a seconda del mio grado di freschezza invento o metto su un bel cd di audiofiabe… OPS, mi correggo: mettevo, ora la macchina non l’ho più…

Ecco altre sedute fondamentali: i seggiolini per auto. Te la senti di raccontarci la tua testimonianza per la campagna di informazioni Noi viaggiamo sicuri 2013? Considereremo questo un regalo prezioso.

Circa un mese fa è bastato un istante di non so bene cosa e la mia auto si è arrampicata sullo spartitraffico di cemento che separa in alcuni tratti, la corsia dell’autobus dalla carreggiata e si è cappottata sulla strada di maggior traffico di Genova, nell’ora di punta, con me e i bambini a bordo. E’ stato un lampo e ci siamo trovati a testa in giù, auto distrutta e noi incolumi, completamente incolumi senza aver coinvolto nessuno!
A che cosa devo questo miracolo? Ad una schiera di angeli custodi di prim’ordine di sicuro, ad un’auto tedesca anche, ai seggiolini e alle cinture ben allacciate assolutamente!! Entrambi i miei figli viaggiavano sui seggiolini del gruppo 1-2-3, il piccolo ancora con le cinture incrociate davanti (da relly) e la grande con la cintura dell’auto ben inserita nelle apposite guide e con la giusta regolazione dello schienale. Io non saprei dire cosa sarebbe successo se la bimba fosse stata seduta solo sul rialzo privo di schienale, probabilmente sarebbe stata sbalzata di lato durante la rotazione con chissà quale risultato. Appena ci siamo ripresi dallo shock io ho “dovuto” postare la cosa su facebook, proprio per far sapere alle centinaia di famiglie che sono nella rete di cui faccio parte che quei seggiolini ci hanno salvato la vita! Dico “CI” perché se fosse successo qualcosa di diverso, non so immaginare cosa sarebbe stato anche della mia vita! Ogni giorno andando a scuola incrocio almeno quattro o cinque macchine con bambini caricati nei modi più assurdi ed insicuri e mi cedono le gambe. Se questa nostra esperienza a lieto fine potrà servire a far viaggiare in maggior sicurezza anche solo un bambino sarà una cosa meravigliosa.

La maternità e Chicolo non bastano a descriverti, Anna. O almeno non bastano a me, per cui – se ti va – vorrei farti parlare un po’ di te, più in generale… e le sedie sono un ottimo pretesto! Nella tua attività lavorativa che sedia usi? a partire da quella, ci descrivi l’ambiente in cui lavori?

Questo discorso delle sedie mi sa che è proprio azzeccato ed in qualche modo forse mi descrive davvero. Quando ho cominciato a fare la grafica non più presso le agenzie ma come freelance a casa mia, ho creato il mio studiolo ricavando scrivania e scaffali in un pezzettino di sala. Al momento di scegliere la sedia più adatta ho deciso che non avrei avuto una sedia con le ruote, ma proprio una sedia rotonda! Avevo infatti letto di alcuni studi sulle dinamiche posturali e corporee secondo cui stare seduti su un supporto statico sia alla lunga nocivo, così si suggeriva l’uso degli sgabelli in cui riconosco i miei figli o delle grosse palle da ginnastica dolce. E così mi sono comprata una bellissima palla blu dal diametro di 60 cm e l’ho portata in casa, l’ho gonfiata e provata immediatamente, solo che avendola gonfiata a bocca… non è che fosse proprio bella tesa e la posizione rispetto alla scrivania era troppo bassa. E mi sono detta: “Va bene, uno di questi giorni la porto dal gommista e me la faccio gonfiare come si deve!” Ecco, sono passati dieci anni e la palla è ancora lì che arreda morbidamente il mio salotto, e ogni volta che la guardo penso agli addominali di ferro che avrei adesso se dieci anni fa avessi fatto subito quel gesto!
Complice della stasi della palla da scrivania è Giacomo, che ha procurato delle belle sedie con le rotelle e lo schienale rosso, reclinabili, regolabili e stabili. Ora cominciano a dimostrare i segni del tempo, molto più della palla, mi sa che farò quel giro dal gommista…
Per il resto la mia porzione di casa è tutta sviluppata in verticale. La scrivania occupa circa 2 metri per 1 e 20, ed è appoggiata ad una parete su cui salgono scaffalature fino a oltre i 2 metri di altezza, realizzate in legno massiccio dal mio papà. Su queste ho disposto stampante multifunzione, docstation per ipod, lampada di sale, macchina fotografica, regoli e progetti di packaging vari. Negli altri ripiani raccoglitori gialli e cataloghi delle carte più belle della terra! Accanto al monitor c’è il mio ritratto fatto dal grande Osvaldo Cavandoli, il papà de “La Linea”. La scrivania compare a tratti sotto carte, foto, forbici e scatolette varie, giusto quanto basta per intuirne il colore. Dalla finestra entra una bella luce di mezzogiorno. Dietro le spalle, divano arancione e tappeto in nuance. Da una parte la mia beanbag, il mio FATBOY, il nostro “ragazzo grasso” ahahahah… fulcro di ogni cena tra amici con almeno un commensale sotto i 95 anni. Sulla parete dietro al divano mi scruta un po stufa una bionda affacciata da un Lichtenstein quasi originale, a cui anni fa ho corretto con le curve di Bezier la forma delle sopracciglia perché fosse più benevola…

Se tu fossi una seduta, saresti una sedia, una poltrona, uno sgabello, un divano o una sdraio?

Un’amaca si può dire?

Ti vedi più la sedia su cui gli altri possono sedere o alla ricerca della sedia su cui sederti?

Una bella pila di sedie di quelle che si usano alle sagre di paese, che ne dici?! Una sedia seduta su un altra sedia, pronta ad accoglierne una terza…

Nella tua vita hai mai incontrato persone che son state per te una sedia?

Urca! Son seduta ancora adesso su un bel gruppo di sedie!


Info:

Anna Morchio, la professionista:

> il sito di Anna Morchio

Chicolo, il libro:

> l’illustratrice Sonia Cattaneo
> la casa editrice Coccole e Caccole
> animazione (Genova): Dadoblù

Labiopalatoschisi:

> Lucaino Albonetti 
> AISMEL
> gruppo su fb: infolabiopalatoschisi

Sostegno all’allattamento: 

> Lega del Latte

Sicurezza in auto:

> Noi viaggiamo sicuri, campagna di sicurezza 2013, coordinamento Appuntamenti CreAttivi

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9 pensieri su “Intervista a Anna Morchio

  1. “Se questa nostra esperienza a lieto fine potrà servire a far viaggiare in maggior sicurezza anche solo un bambino sarà una cosa meravigliosa.”
    Sono una delle organizzatrici di “Noi viaggiamo sicuri! E tu?” ringrazio Anna per questa testimonianza, importantissima, ma anche per il suo esser mamma artista e per tutte le cose che fa.

    Silvia l'intervista è stupenda! 🙂

  2. Tantissimi temi, uno più importante dell'altro. Intervista da leggere in un fiato che regala un senso di forza e di serenità che rincuora.
    Davvero delle belle sedie, brave!

  3. sono contenta che vi sia piaciuta. avrei potuto tagliarla…o pubblicarla in due puntate… ma avrebbe perso efficacia e freschezza. Anna è bella tutta intera 🙂

  4. Ciao Stima, finalmente trovo il tempo per commentare questa lunghissima e bellissima intervista! Mi è piaciuta dall'inizio alla fine: grazie! Concordo con Marzia: davvero tanti temi interessanti e mi segno il libro di Anna Morchio. Grazie anche, sia a te che Anna, per il contributo alla campagna Noi viaggiamo sicuri!

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