Intervista a Matteo Gubellini

Incontro Matteo Gubellini di persona. Esterno giorno, finalmente un sole convinto, un parco-giochi, un caffè, un ghiacciolo, un tavolino, tre sedie, due bimbi sullo sfondo che saltano sulle reti elastiche.
Matteo è un talento riconosciuto, ha pubblicato diversi albi illustrati per bambini e per adulti, scrive racconti, è spesso in giro per l’Italia con i suoi laboratori, tiene corsi di illustrazione, suona. Tante cose, tantissimi capelli!

Potrei presentarvelo così:

Oppure così:
Ma preferisco così:

“Fottuto leone che strimpelli”
Siediti e dicci: Chi sei, che cosa fai?

Cerco di essere quello che faccio, e di fare quello che sono, quindi mi siedo e descrivo la mia faccia, ma se la faccia descritta non assomiglia abbastanza alla mia, allora vado allo specchio e mi sistemo.

I Mostrellini
Osservo le tue bellissime illustrazioni, un po’ mi perdo e un po’ resto concentrata sul tema di questo blog, cercando il taglio da dare all’intervista. E all’improvviso noto quella frase sotto il tuo nome: SCOMODE FASCINAZIONI. Tu non sei un tipo che sta seduto rilassato, almeno per quanto riguarda il tuo lavoro. E forse non intendi far stare comodo nemmeno il tuo pubblico… 
Ecco perché mi alzo continuamente per sistemare ciò che faccio e ciò che sono, perché le fascinazioni son tante, e così irresistibili, che in verità entrano, di solito senza bussare, si mischiano, mi contaminano e io le lascio passare, perché la scomodità è una delle condizioni necessarie per trovare nuove strade. 


I bambini sono un po’ come specchi. Nella mia esperienza di genitore, un figlio porta inevitabilmente a scavare dentro di sé; allo stesso modo mi immagino debba fare chi realizza opere per l’infanzia. Per te dunque, papà e creatore di storie, è un lavoro doppio! Come ne esci?

Non se ne esce naturalmente. Nel senso che diventando papà è stato poi inevitabile che i piani si intersecassero, e poi il piano è diventato unico e più ricco di sfumature, e di “fascinazioni”. Con questo non voglio dire che le cose siano state così naturali, anzi, la fatica di scavare dentro sé si è fatta più irta di ostacoli e “scomoda”, per tutta quella serie di confronti e scazzottate interiori che un figlio accende continuamente.

Nel cimitero (qui il booktrailer) affronta il tema della morte. Animi il teatro delle ombre. Illustri animali fantastici più o meno paurosi. Il tuo blog è pieno di mostri e Mostrellini. Ho avvistato anche un Ufo. Hai mai affrontato il tema della paura nei laboratori con i bambini? In tutto quello strisciar di sedie e vociare, che tipo di scambio c’è tra voi?

Un mio libro si chiama Che piacere, signor Babau! e affronta il tema delle paure di ciò che non si conosce.
Lo racconto ai bambini durante gli incontri, e cerco di farlo in modo divertente, ridicolizzando mostri e bambini protagonisti della storia.
In effetti mi accorgo che esiste un certo divario tra le atmosfere variegate ma definite dei vari momenti di una storia, e quel clima che si crea durante un incontro, generalmente comico, conseguenza delle diverse modalità narrative: nel libro attraverso parole e colori, negli incontri con pupazzi e chitarra.

Non sei solo un autore per bambini… Trovo particolarmente belle le tavole di Dancing. Come rappresenti il mondo degli adulti? 

Dancing mostra una mia personale metafora del mondo degli adulti. Il luogo nel quale è ambientata la situazione, la balera, è uno spaccato della società. Anche la strada con gli uomini-automobilisti è uno spaccato della società. Sono posti, la strada e la balera, in cui le persone sguinzagliano più o meno liberamente la propria animalità. Quanto meno la mostrano. Si vede serpeggiare sui ghigni, sta per traboccare dagli sguardi, spesso sfocia nelle azioni. Questo può far paura. A me fa molta paura. Però mi attira anche, come le altre scomode fascinazioni. Il mondo degli adulti può essere estremamente affascinante, con le sue derive, con gli scampoli di umanità che annaspa, con qualche barbaglio che certe volte ancora affiora. Però sono lampi che trovano fiato in certe situazioni, in certi luoghi.


Tu hai un segno grafico potente, sai raffigurare in modo molto efficace realtà oniriche inafferrabili. Non ti senti limitato quando usi la parola nella forma narrativa? Riesci a plasmarla per dare forma ai tuoi mondi?

La mia scrittura è densa e a volte molto descrittiva. Ecco perché mi sento un po’ in difficoltà quando scrivo il testo di un libro per bambini. Lì il testo è minimo, e deve accompagnarsi alle immagini in una danza il più possibile equilibrata, e questo non sempre mi riesce, anzi, divento legnoso e didascalico. Il più delle volte è provvidenziale l’intervento dell’editor.

Che tecniche usi? 

Per anni ho lavorato esclusivamente con i gessetti, oggi ho intrapreso altri percorsi, ho ricoperto gli acrilici che mi divertono molto, gli acquerelli, e con cautela l’uso del collage. Ora insomma mi piace mischiare un po’ le carte.
“Tenere corsi” è un’altra recente scoperta e una densa esperienza fatta di insegnamenti reciproci: trovarsi alle prese con le problematiche degli allievi mi pone davanti a nuove prospettive, mi aiuta ad essere più aperto. Ti mostro alcuni lavori recenti.

Torniamo un po’ al tema del nostro blog e parliamo delle sedie del pubblico. Tu hai una fortissima componente da performer, animi pupazzi, suoni… Cos’è per te la musica? 

La musica fa parte di me. Fino a poco tempo fa avevo un gruppo con cui portavo in giro il mio repertorio di cantautore. Ora vorrei continuare a farlo da solo, voce e chitarra, che è forse la dimensione a me più congeniale. Vedremo. Intanto mi concedo l’atto liberatorio, ehehheh, di fare una canzone al termine della lettura animata.

E’ arrivato il momento ludico anche per noi, giochiamo con le similitudini (tocca a tutti). Per immagine, se tu fossi una seduta, saresti una sedia, una poltrona, uno sgabello, un divano o una sdraio?

Una poltredia.

Ti vedi più la sedia su cui gli altri possono sedere o alla ricerca della sedia su cui sederti?

Tutte e due, a seconda della necessità.

Nella tua vita hai mai incontrato persone che son state per te una sedia?

Sì, come no, ma poi si scocciavano (ride).

Ci regali una sedia della tua vita?

Quando mi innamoravo, regolarmente non contraccambiato, oppure quando venivo preso d’assalto dalle mie solite paturnie, mi sistemavo trai morbidi braccioli di un mio caro amico, e lì ritrovavo un po’ di calma, insieme alle mille parole.


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