Intervista a Gianni Caverni (e insomma non gli dovete rompere i coglioni!)

In questa intervista che non è un’intervista c’entrano il sellino di una bici, i sedili blu di un treno (che ho perso), le sedie rosse del bar della stazione, e poi le sedie di molte aule, sedie e poltrone da spettatore, gli sgabelli di villa villacolle (il mio laboratorio), le sedie su cui l’autore crea, i sedili di una panda, uno scalino ghiaccio e una panchetta di legno sotto a una tettoia. Nessuno di loro verrà poi citato in questa intervista sulle sedie che non è un’intervista e non racconta sedie, ma ci sono tutti.

Mesi fa su fb leggo un articolo e commento, supponente, che in quella redazione ci vorrebbe un editor, convinta di esser di fronte al solito pischello wannabe che vorrebbe scrivere e si sente opinionleader perché lui fa il blogger stiloso col flusso di coscienza (acidità e invidia, che mix letale). Il giorno dopo ho una richiesta di amicizia. Accetto, non so chi sia quel Gianni Caverni lì. Poi in un messaggio privato mi chiede se voglio il posto da editor. Che figura. Che vergogna. Che cenciata. Tutta meritata. E un omo così, come si fa a non trovarlo subito meraviglioso? Io ci provo a raccontarlo ma non so mica se son capace di rendere l’idea di che personaggio lieve e surreale sia Gianni. Che nella vita, mi racconta, potrebbe svoltare in due modi. Il primo risolvendo i problemi degli altri. Come ci sa fare con quelle beghe lì, nessuno. I propri no, ma con quelli degli altri…. E poi va tanto di moda Avventure nel mondo. Ma lui è di un’altra pasta, macché avventura, lui metterebbe su Certezze sotto casa! Lui lo apprezzerebbe, il nostro Pino!

Gianni scrive, dipinge, fotografa ma mandargli le domande per email non ha funzionato. Vi racconto una serata surreale, un po’ con i miei occhi un po’ con le sue parole, forse riesco a farne un ritratto.

Appuntamento per un’intervista, piove. Non so che macchina abbia e comunque per me son tutte pari. Così inizio subito bene puntando dritta verso l’auto sbagliata. Per fortuna proprio mentre sto per allungare la mano verso la maniglia il guidatore parte e mi accorgo quindi che non è il Caverni. Vado a nascondermi dietro all’edicola. Quando sbuco di nuovo, ecco lì Gianni con la sua pandina verde acqua. Se questo è il cestino della sua bici immaginatevi la macchina:

Il cestino della bici del Caverni

Bene. Dove si va? Non si sa. In centro no, il pub no, i posti dove non c’è parcheggio no. Stiamo a sedere in macchina tutta la sera. Proviamo San Salvi, che magari il bar è aperto. Si va e manca poco ci travolgono. Nel parco è un gran buio. Ma buio eh. Siamo senza fari! Sarà mica il caso di non andare troppo in giro? Bene. Senti già che tu ti sei messa a sedere sulla mia multa, mica me la pagheresti? Eh? Vabbé, via lascia stare, farò da me.

Il bar è chiuso e i Chille de la Balanza stanno proiettando un film già iniziato da parecchio. Ci guardiamo intorno. Nemmeno un tavolino, nemmeno una sedia. Riprendere la macchina per vagare senza meta a fari spenti nella notte per vedere se è difficile morire, anche no. Caverni, improvvisiamo, non piove, passeggiamo un po’ per qui! Sie, Catarzi io c’ho la sciatica! Si va a finire rimpiattati sotto una tettoia, un bar tutto chiuso, tutto spento, le panche tutte fradice. Lui su una panca e io sullo scalino. Di bere insomma non se ne parla.

Caverni, t’ho mandato le domande via mail e mi hai risposto stitico. Non va bene. Vediamo se mi riesce di raccontarti meglio di come tu hai fatto. Intanto, per non sbagliare, ho curiosato in rete. Vien fuori che verso gli anni ’80 hai ricominciato a dipingere occupandoti di segni, di alfabeti (presunti) dimenticati, di terra e delle tracce del lavoro umano su di essa. Da anni usi la fotografia collezionando segni, rari, di amore e responsabilità, in senso lato. Scrivi da 15 anni di arte e cultura su “L’Unità”, nel 2007 hai pubblicato “When I’m Sixtyfour di Lennon McCartney”, epistolario dal futuro (ed. Gli Ori), e poi “Firenze casa mia – Ospiti celebri e cittadini illustri: luoghi e memorie”, scritto a 4 mani con Raffaella Marcucci, edito da Polistampa.

Ma raccontami qualcosa di più! E il Caverni: Ma che vuoi che ti dica, questa è la notorietà, uno poi diventa così, te le fa cascare dall’alto, capisci? E ride, che di prendersi sul serio mi sa che con lui non c’è mai verso. Bene, è partito, ora non lo ferma più nessuno: Ho insegnato nella scuola statale, quasi sempre alle medie e poi un paio d’anni al liceo artistico. Poi son riuscito a scappare in pensione anticipata e ho fatto il giornalista, il fotografo, ho scritto, adesso mi è ricapitato l’occasione di insegnare. A settembre ho fatto la mostra “Tribale”.
Appunto, capisci che io quando ti ho chiesto di parlarmi delle sedie nel tuo campo professionale ero già volata in mille declinazioni? tu mi potresti raccontare la sedia dello scrittore, quella dell’insegnante, il rapporto con gli studenti, dello spettatore, del critico… Lui ride, ci pensa: La sedia dello spettatore… Ti mandai la foto! Certo, eccola!

La sedia del critico e dello spettatore.
Peccato che lo spettacolo fosse sbagliato.

Ma a pensarci, come fo a farmi raccontare seriamente la sedia del critico e dello spettatore quando mi racconti che sei andato al concerto sbagliato perché volevi saltare la fila all’ingresso e sei finito in una sala vicina e non era lo spettacolo di cui avresti dovuto scrivere?? 

E ride. Sta pensando ad altre sedie, a quelle degli studenti. Mi racconta che è andato a una cena di una classe dell’84, era una terza media. Si son ritrovati su fb e l’unico professore era Gianni. Una di loro gli ha detto: “lo sai professore mi ricordo cosa facesti il primo giorno”. Gianni mi dice: Io mi sono entusiasmato pensando Sarà stata una cosa ganza! Invece lei continua: “Tu entrasti in classe ti mettesti a sedere sulla seggiola, i piedi sulla cattedra con degli zoccoli bianchi da infermiere e tu dicesti: Ragazzi non mi rompete i coglioni. E questo fu l’inizio”. Gianni è stupito, non ricorda, non vuole crederci, altri confermano. Si chiede e mi chiede: Chissà, questa provocazione di cominciare dicendo non mi rompete i coglioni… Che facevo? Cercavo lo scontro? Volevo stupirli? Mi girava davvero i coglioni? E’ buffo sentirsi raccontare, ci son cose che non ti ricordi e l’altro invece è tutta la vita che se lo ricorda e per lui è fondamentale, per lui tu sei quella persona lì. Tu sei quello lì per gli altri, che sia vero o no poi non ha importanza. Però la stessa ragazza e anche gli altri mi hanno detto: “Lo sai che pur non seguendo più l’arte come studi vado sempre a vedere le mostre perché tu mi hai trasmesso questo amore per l’arte che per me è rimasto fondamentale nella vita?… quindi a quanto pare non ero solo quello che diceva non mi rompete i coglioni… E’ stata una bella esperienza questa cena… tantevvero che si rifarà e mi hanno chiesto Ce la fai una lezione di storia dell’arte? Volentieri! 
Caverni, ma che ci vai con gli zoccoli? Ahahaha eh bisogna che ritrovi gli zoccoli ahhaha. 
Chiacchieriamo, ridiamo, parliamo del lavoro, del dover tirare a campare in questo momento difficile per tutti… Insomma, per tirà su tre lire… riuscire a far quadrare i conti non è semplice. Io accetto praticamente tutto quello che mi propongono e poi mi metto in condizione di saperlo fare, capito? Quando un amico mi disse “All’Unità hanno bisogno di uno che scriva di arte, ho fatto il tuo nome se vuoi telefona a questo numero”. Chiamai e questo mi disse “Sì va bene, ce l’hai il computer?” Io dissi Sì. E andai a comprarlo. Non ce l’avevo mica. E così ora. Insegno pedagogia dell’arte, mi è toccato rimettermi a studiare su questa cosa perché io da quel punto di vista non c’avevo mai pensato molto. Ma studio e lo so fare, e poi mi baso anche sulle mie doti un po’ istrioniche che ho sempre avuto…
Quando insegnavo discipline pittoriche al liceo artistico gli insegnanti di discipline pittoriche vennero chiamati anche per anatomia artistica. Considera che io anatomia artistica sia al liceo artistico che all’accademia l’ho evitata come la peste. Mi rompeva i coglioni, non me ne importava nulla delle ossa, i muscoli, poi non ho memoria per i nomi! Però mi chiamarono e dovevo insegnare anche quella. Usavo il sabato e la domenica per studiare le cose che dovevo insegnare durante la settimana. Se un ragazzo mi chiedeva la cosa che veniva la settimana dopo io non la sapevo bene insomma, o a dire il vero forse non la sapevo proprio, gli dicevo “No, ma questo ci si penserà quando viene, ora concentriamoci su questo”. Ahahahhahaha… Per dire, altri insegnanti non la facevano anatomia, perché non la sapevano e si rompevano i coglioni a studiarla, gli facevan fare altre cose. Io no, pur nella mia cialtronaggine e sebbene dicessi “Non mi rompete i coglioni” con gli zoccoli sulla cattedra, però sempre stato ligio alle cose da fare. Se c’è da fare una cosa va fatta. 

Ormai il Caverni non si tiene più, un fiume in piena di ricordi e risate da cui emerge la sua capacità di adattamento: Un anno che insegnavo c’era un bidello simpatico che faceva anche il giardiniere. Siccome era un periodo nerissimo sul piano economico e non c’avevo i soldi per fare l’assicurazione della motocicletta, andavo a fare il manovale giardiniere con lui. Il sabato e la domenica andavo a farmi un culo come una casa.lui era quello che sapeva cosa doveva fare e a me mi diceva: “Fai una buca lì” e io facevo la buca lì. Sistemato questo giardino mi disse “Mi trovo bene con te, te non fai storie. ti dicono fai una cosa e tu la fai”. E credo che questa capacità di adattarmi alle situazioni l’ho sempre manifestata. Forse è anche uno dei motivi per cui non ho mai avuto grandi aspirazioni che mi hanno fatto diventare che ne so… uno che si impegna per la carriera. A me non me ne importa un granché, insomma, ti dico la verità. Ma se è previsto che io sappia o faccia una cosa io mi metto lì e cerco di farla. E credo che sia una qualità in qualche modo.

Si ride e si riflette con Gianni, che un po’ artista lo è:
Poi, avrei voluto fare l’artista… avrei voluto… diventare importante? mmmh non ho ancora ben capito se non avevo le qualità, come penso che sia, o se non avevo poi la voglia di ammazzarmi per farlo… questa non è una giustificazione, perché onestamente credo che non avevo poi queste qualità così straordinarie. Però magari le buone medie qualità le avevo. Le avrei potute sfruttare meglio, ecco. Ma mi rompeva i coglioni.

E eccolo qui il Caverni, col dovere, con la pigrizia, la sensibilità e il giramento di coglioni.
Ormai ho spento il registratore, si chiacchiera, passa il metronotte, fa anche un po’ freddo, a tratti piove più forte, e poi ci siamo messi a parlare di Jannacci, con entusiasmo e anche di Califano, senza entusiasmo, e di biciclette, abbiamo un po’ riso un po’ cazzeggiato, e questo scrivilo questo magari no, e il tempo passa e a un certo punto riguardo le domande un po’ marzulle… le scorro velocemente, indecisa. Che sedia saresti, sei la sedia su cui possono sedersi o cerchi una sedia? E hai mai trovato persone che son state una sedia per te?


E riaccendo il trabiccolo, ma più che altro ascolto, che le domande marzulle danno la stura a risposte che non son marzulle per niente: Per molti anni della mia vita io ho cercato genitori. I genitori dei miei amici, quando ero piccolo, molto più giovane. Restavo per studiare a casa di amici e arrivati all’ora di cena i genitori mi dicevano “Resti a mangiare?” e io dicevo sempre di sì. Perché i miei genitori… e fa una faccia eloquente, ma poi aggiunge con dolcezza Ora son morti poveretti… ma gli torna la faccia eloquente e stronfia Pfffffff… la mia mamma era sempre nervosa! Taglia corto, riassume tutto in Non c’era una bella aria in casa mia. Invece nelle case dei miei amici mi sembrava che fosse sempre più divertente… c’era la mamma che aveva studiato da soprano e mentre cucinava cantava un pezzo d’opera… io la trovavo bellina questa faccenda. no? quindi ho usato i genitori altrui. Quando son diventato più grande, che i genitori altrui non li frequentavo più ho avuto bisogno di altri genitori. Certi amici, i compagni quando facevo politica, erano un po’ dei genitori elettivi che io mi sceglievo. Poi seddiovole è finito il percorso di crescita, son diventato in qualche modo figlio e genitore di me stesso. Non sempre con grande successo, però posso constatare che non ho sentito più il bisogno di appoggiarmi a qualcuno. Mi piace ancora essere apprezzato per un discorso, per qualcosa, ma ci son stati momenti della mia vita che l’apprezzamento di questi genitori elettivi era fondamentale per me. Ma non ero un bambino eh, ero un uomo fatto. Poi l’ho superato. Non credo questo mi renda particolarmente straordinario, però sono stato a suo tempo marxista leninista, sono stato comunistissimo, poi è finita quell’illusione e io non ho a differenza di molti altri avuto il bisogno di diventare che ne so… hare krishna… vegetariano… cattolico oltranzista… buddista… non per criticare gli altri, facciano come vogliano, ma ecco io finita con quella chiesa ho finito con le chiese, ecco. Anzi mi danno anche un po’ noia i discorsi sui fiori di bach, sulla medicina alternativa. Io amo la chimica, piglio gli antibiotici, non mi sto a preoccupare se un mi fanno bene. C’ho 66 anni, cosa cazzo vuoi che mi facciano gli antibiotici! Ahahahahahhaha! 

Caverni e le donne, che capitolo! Ho incontrato molte persone che son state per me una sedia, e non finirò mai di ringraziarle. Molte donne. Cioè, molte nel senso che la donna, quando vuole o sa, è davvero molto accogliente. Alcune donne. E quindi forse me ne sono un po’ approfittato perché ho avuto la fortuna di essere…. mah… diciamo esteticamente piacevole, intellettualmente non proprio stupido né banalissimo, e quindi superati i problemi di insicurezza mi son reso conto che piacevo e non me ne sono proprio approfittato o almeno non troppo però insomma diciamo che a volte me ne sono avvalso, ecco.
Se mi chiedono cosa vuoi da una donna (e questa non è una cosa nemmeno bella, forse è un po’ maschilista) a parte i fattori estetici, che deve essere stimolante, divertente, per me però, ecco, io voglio che… insomma: la non mi deve rompere i coglioni, ecco, ahahahahahha! questo è fondamentale per me. Infatti con mia moglie credo che tutto sommato non ci si lascerà mai perché ormai s’è trovato, dopo tante burrasche, questo modo di… sì insomma, a volte si letica, per dire, noi siamo capaci di leticare su Prodi. Una volta si leticò su Prodi, allora si stava nella stessa casa, lei prese la macchina e andò a dormire in campagna perché s’era leticato per Prodi! Capito? Però poi tutto sommato si sa stare zitti. Che è una grande qualità quando tu convivi con una persona da tanto tempo, perché sai all’inizio tu hai da raccontarti tutto, ma dopo un pochino le son sempre le stesse cose! E allora capirlo, senza rimanerci male e apprezzare quella volta che invece una cosa te la dico perché è davvero diversa, di qualità. E nel silenzio ti rispetto perché almeno tu puoi pensare quello che vuoi, non ti sto sempre a riempire il cervello a dirti “Io faccio Io penso Io sono”…. Eccheppalle! E’ fondamentale questo nel rapporto con gli altri, quelli che parlan sempre di sè io…
pfffffffff (stronfia, poi ride)… oddio .. lo sto facendo in questo momento anche io ma c’ho la scusa dell’intervista…

Panchetto di infanzia su sfondo di basilico

Ma insomma Caverni, dopo tutta questa serata, che sedia ci regali? Uno sgabello ambientato nella mia terrazza. Mi ha seguito per tutta la mia vita, non è stato intenzionale ma a questo punto è parte di me, se l’è conquistato!

Di quel panchetto, non chiedo altro. Storie di sedie alla fine sembra non ce ne siano e ce ne sono tante. Ritorniamo alla macchina, tutto è spento, sbarrato. Nel piazzale deserto la macchina non parte. Non accelera, o icché sarà, o ora guarda un po’ te, non accelera, o come mai? Io sghignazzo ma mi dispiace, che per me poco male, sto vicino, ma lui non lo so, forse no, sai che camminata. Altro che sciatica. E prova e armeggia e briga a un certo punto mette in moto e mi fa, serafico: Oh ma lo sai icché era successo?. Avevo sbagliato pedale, acceleravo sulla frizione. Che fava che sono! Se lo dice da solo, e ride. Si va senza fari, con le quattro frecce giusto per dire Oh, ci siamo. Ma non è certo che funzionino. Quando scendo controllo. Funzionano. Oh ma questa multa insomma un tu me la paghi eh? Va bé. Buonanotte Catarzi, poi ti mando le foto. E io ho pensato Sì, probabilmente tra qualche mese me le manda. Che il Caverni è così, penso si sia capito. Non ha voglia di sbattersi tanto e non gli si deve rompere i coglioni.

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