Patrick Gomme: il progetto Chair Corps e alcune domande

Mi sono ritrovata ad osservare su Tumblr un’immagine scattata da Patrick Gomme.
Non vedo un nudo ma un corpo. Cambia tutto, vero? Il nudo è materia bidimensionale, rapidamente consumabile, senza pensiero. Il corpo si rivela in 3D, plastico, chiede tempo, spazio e attenzione. La pelle di questa donna racconta, ne diventa la storia, cattura.
La posizione è fetale. La donna è immersa – non posso che dire così – nella poltrona. Una poltrona-ventre, una poltrona-utero. Femminilità al quadrato. Una donna in totale abbandono, con le sue pieghe, le smagliature e le cicatrici, libera di essere quella che è, in una condizione di quiete. Naturalezza e complessità. Verità?

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L’immagine appartiene alla serie Chair corps.
Patrick Gomme, fotografo francese, si inserisce nel filone di ricerca concentrato sulla rappresentazione del corpo reale, in opposizione alle immagini patinate e fotoritoccate a cui la società è assuefatta.
Gomme agisce attraverso uno “smantellamento estetico”. Utilizzando la serialità, disgrega l’abitudine che abbiamo ad aspirare a modelli perfetti, levigati ed irreali, e propone corpi di persone comuni e di ogni età.  Persone sedute, senza filtri e correzioni, per mettere in risalto – attraverso l’esplorazione della superficie – un’identità fragile e talvolta sofferente, ma anche autentica e forte. Unica.

Una ricerca che si colloca all’intersezione tra l’indagine sociale, la riflessione sui concetti di bellezza e salute, l’arte. Nell’insieme, un lavoro molto poetico e per niente disturbante, a dispetto di come alcune volte viene letto.

Le sedute, tra tutti gli elementi di scena, sono elementi fondamentali. Appaiono come un bozzolo rispetto ai protagonisti dell’immagine e sono scelte in dimensioni e stili proporzionati ai corpi. Corpi che non vengono giudicati secondo le categorie del bello e del brutto, corpi che raccontano disagi, inaspettate tenerezze o una sensualità non cercata e non ovvia.  

Sul sito di Patrick Gomme il progetto è ben spiegato (anche in inglese) e c’è una bella intervista (in francese), vi invitiamo perciò ad approfondire. Quando ho contattato il fotografo per chiedere il permesso di pubblicazione di queste immagini, naturalmente ho approfittato per proporre qualcuna delle nostre domande-gioco. Ringraziamo la nostra preziosa amica Elena per la traduzione e Patrick per la sua gentilezza e diponibilità.

Per immagine, se tu fossi una seduta, saresti una sedia, una poltrona, uno sgabello, un divano o una sdraio?


Scelgo innanzitutto una poltrona per la sensazione di protezione e di comodità che trasmette. Poi rapidamente passo allo sgabello che è più minimalista, mobile e libero.

Nella tua vita hai mai incontrato persone che son state per te una sedia?

Siii, mi è capitato di incontrare persone che mi facessero pensare ad una sedia! Poco nel mio progetto artistico, direi soprattutto nell’ambito personale! Persone che non hanno alcuna risposta, sono come un oggetto che sposti a seconda del tuo umore senza che vi sia alcuna reazione, ti ci potresti sedere sopra senza il minimo sussulto da parte loro. Questa cosa in alcuni casi potrebbe pure essere comoda, ma questa è un’altra storia!! Mi viene in mente che un artista aveva creato dei mobili con le persone, non mi ricordo più il nome.

Con riferimento al tuo progetto, c’è uno scatto al quale sei più legato? Ci racconti la storia di quello scatto?

Difficile fare una selezione! ne ho diverse,quindi scelgo quella che presento più spesso durante le esposizioni, questa:

Per me è una delle più rappresentative per la mia ricerca sul corpo. Vi si legge, come prima impressione, l’immagine del vissuto, della vita con tutti i suoi simbolismi, un corpo che racconta la storia di una donna in un ambiente atemporale. Io trovo in quest’immagine bellezza, sensualità, estetismo e dolcezza. Quando ci siamo sentiti al telefono e durante il nostro incontro, ho percepito in questa donna una difficoltà del vissuto. Lei si è mostrata sensibile alla mia ricerca artistica ed al fatto che io potessi fotografarla. Ha accettato di essere messa in difficoltà. Lei non pensava che un giorno avrebbe potuto posare nuda, proprio con quel corpo al quale non è granché affezionata, e che se ne potesse creare un opera d’arte. Ha scoperto che la sua immagine poteva diventare esteticamente molto interessante, che si poteva uscire dai codici della società dell’immagine.

Info:

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8 pensieri su “Patrick Gomme: il progetto Chair Corps e alcune domande

  1. Ciao, queste foto mi hanno colpito molto e credo che sia perché non siamo più abituati ad una rappresentazione realistica del corpo, con i suoi segni, la grana della pelle, le sfumature. La troppa perfezione che ci circonda fa apparire queste immagini iper-realistiche.

  2. Non avevo mai pensato al diverso spessore di nudo e corpo, molto profondo …
    Un progetto interessante che coinvolge da vicino perché in quei corpi ci si può riconoscere.

  3. Sento il mio corpo che sta cambiando, sotto l'inarrestabile passare del tempo. È la sensazione di non poterlo fermare, afferrare, si riflette nelle forme che si plasmano senza controllo. È essere umani, e accettare la mediocrità, la bellezza, forse, di una vita che scorre. Ho chiesto molto al mio corpo, non sempre mi ha risposto, anzi spesso mi ha tradito, ma è l'invio lucro che fa di me quella che sono.
    Molto belle le foto, molto interessante questo spazio.
    Grazie
    Raffaella

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