Intervista: Quadricromia nel piatto

Sediamoci e parliamo di cibo, di food design, di un libro di ricette in fieri.
Lo fanno tutti, è vero, viviamo in un mondo in cui immagini di manicaretti e cuochi più o meno glamour saturano ogni spazio dell’informazione e dell’intrattenimento, rendendo questi argomenti il più delle volte indigesti.
Ma non preoccupatevi, qui ci si diverte e si mangia leggero. Cosa propone il menù del giorno? Quadricromie!


Sedetevi e ditemi, chi siete, che cosa fate?

Alessandra C.: Sono Alessandra Carbone. Tempo fa ritrovai un vecchio diario, avevo nove anni e avevo scritto che da grande avrei voluto fare il grafico, probabilmente non sapevo nemmeno cosa significasse. Oggi faccio proprio questo. Il resto te lo racconto un’altra volta, promesso.


Ale Tosto: sono Alessandra e nella vita faccio l’arredatrice d’interni, la dog sitter sovrappensiero e scrivo racconti che di solito pubblico sul mio blog. 

Gaetano: Sono Gaetano Giordano, un po’ fotografo un po’ alieno. Mi occupo principalmente di moda e pubblicità, perché fa fico dirlo. La passione per la fotografia è nata durante gli studi universitari (Conservazione dei Beni Culturali), che di fotografico non hanno nulla, ma che volete… è la vita.

Nicola Difino: E’ già la seconda volta che mi presento su questo blog, quindi cambio versione: sono uno scrittore che scrive male, un musicista che non suona, un pittore che dipinge di rado, un dj che non possiede dischi, un cuoco che cucina preferibilmente solo per amici, ma di mattina mi occupo di marketing e media. Va bene così? In questo progetto metto tutto insieme come in un minestrone. Mi passi il sale?


Dove siamo ora? Brindiamo con bicchiere di plastica in libreria, mangiamo un panino distrattamente chattando davanti al pc, siamo in un ristorante concettuale in un quartiere fighetto, sbocconcelliamo finger food in discoteca con la musica di Nicola in sottofondo, siamo seduti ad un tavolone rustico all’ombra di un ulivo?


Alessandra C.: Con una parte del cervello e una mano sul mouse scrivo a te, con un’altra parte del cervello ma senza mano penso al volume sui frantoi che devo ultimare quanto prima assiemeallemilletrecentoaltrecose.

Ale Tosto: ingurgito carboidrati sgranocchiabili scrivendo al pc mentre mi teletrasporterei volentieri sotto quel famoso ulivo.

Gaetano: Mi accarezzo e strappo delicatamente il ciuffo di capelli che ormai mi chiede pietà. Ma io credo in lui, quindi persevero. Il tutto nel mio studio/laboratorio, dove guardando il monitor del mac, penso: “ma mi sarà passata l’influenza?”… e continuo a fare post produzione.

Nicola: sono nel giardino/orto del trullo di amici e sto mettendo musica mentre gusto chiaconi (fichi secchi) con le mandorle tostate. Il sole del pomeriggio ci sta per salutare, arriva il primo fresco della sera, gli amici stanno terminando l’ultima bottiglia di passito, qualcuno ha già acceso il camino all’interno, le verdure sono nella cesta sul tavolo e pronte ad essere elaborate in una casseruola. La Puglia bucolica, insomma.
Domani andiamo al mare, sì a marzo in Puglia si va al mare, anche se solo a passeggiare, siamo un tantino giamaicani noi.

Siamo qui per parlare del progetto Quadricromia nel piatto. Diteci tutto.

Alessandra C.: Quadricromia nel piatto è parte di una mia ricerca iniziata almeno quattro o cinque anni fa. Nasce dal progetto Perfecta, uno studio dei colori presenti in natura da cui emerge un perfetto equilibrio, tanto che se ne possono ricavare tavolozze applicabili a tanti campi del design. E anche al cibo!

Da qui, da Perfecta, nasce tutto. Magari un giorno ci troviamo io e te e ne parliamo in dettaglio, che dici? Tornando a Quadricromia, per dare un seguito a questa divertente e spiritosa ricerca ho pensato di farci un libro di food design, un ricettario, un libro giocoso, creativo. Ho chiamato subito Alessandra Tosto perché tutto ciò che scrive mi fa ridere, è ironica, buffa, è simpatica! Poi ho chiesto a Gaetano Giordano di curare la fotografia. Lui ha un occhio molto sensibile e poi è glamour, è trendy ed è un mio grande amico. E infine non poteva mancare la mente brillante di Nick. Uno dei nostri primissimi incontri risale ad una cena da lui organizzata, a casa sua, perfetti sconosciuti che condividevano una cena sublime. Ovviamente lui era il cuoco! Una serata divertentissima. Una persona capace di fare una cosa così divertente non poteva mancare in questo progetto! Nasce così la condivisione della Quadricromia nel piatto.
Abbiamo pensato di trascorrere giornate insieme, cucinando, chiacchierando, prendendo appunti su ciò che accade, fotografando e fotografandoci, filmando, ospitando di volta in volta amici e passanti, raccontare in modo diverso e originale la storia e il modo di cucinare questi piatti associati ai colori.

Ale Tosto: sono stata contattata da Alessandra, mia amica da qualche anno, che aveva già sviluppato il suo progetto grafico. Il suo desiderio era quello di pubblicarlo ma leggendo uno dei miei post idioti sulla mia delirante esistenza su facebook, ha avuto l’idea di completarlo con dei testi scritti da me. Poi la faccenda si è ulteriormente articolata coinvolgendo Gaetano e Nick. Ora è stato partorito un progetto tutto nuovo ovvero una sorta di libro di ricette che si fonda sulla ricerca grafico/cromatica di Ale ma che ingloba le competenze nel settore gastronomico di Nick, il linguaggio fotografico di Gaetano e il mio modo di raccontare le cose.

Gaetano: Conosco Alessandra Carbone dai tempi del liceo, quindi da una ventina d’anni circa. Lei faceva da tramite tra me e le ragazze per farmele conoscere. Lei è sempre stata così, intraprendente e dinamica, “la mia pallina di fuoco”, così la chiamo da sempre. Lei ci tiene all’aggiunta del termine fuoco, perché poi sarebbe solo pallina. Un’idea così innovativa quindi poteva essere partorita solo da lei, poi ha deciso di creare un team composto dal sottoscritto per la fotografia, Nicola per la sua grande esperienza nel food, Alessandra Tosto per i suoi testi originali e infine da Alessandra stessa, che si occuperà della veste grafica e della direzione del progetto.

Nicola: Ho conosciuto Alina (A. Carbone) in un posto che frequentiamo un po’ tutti a Bari. Amici in comune e voglia di conoscersi (io conoscevo la sua fama e lei la mia), è bastato il tempo di un bicchiere di vino ed è nato un amore artistico reciproco.
Lavoro tanto con le immagini. Mi piace la grammatica del colore e penso ci siano delle fondate correlazioni con la grammatica del sapore. E’ una parte della neuroestetica che, se ce la facciamo, cercheremo di tradurre nel progetto.
Io mi occupo della ricerca dei piatti e faccio approfondimenti storici, oltre che realizzare le delizie che poi assaggiamo tutti. Casa di Ale è diventato il quartier generale. Il mio spazzolino riposa allegramente sulla mensola del suo bagno e il suo divano ha preso la forma della mia silhouette. Adoro le sue colazioni, ricche, colorate, coreografate, felici (aspettatevi anche un cartello colorato con su scritto: buongiorno! E tante faccine che ti sorridono disegnate coi pennarelli). Penso che questo progetto lo farò durare il più a lungo possibile, per questo motivo.

Su cosa si siede, pardon, si fonda il progetto? 

Alessandra C.: Si fonda sulla curiosità e sulla meraviglia nell’osservare bene ciò che guardiamo probabilmente tutti i giorni, ma si fonda anche su conoscenze storiche dei cibi e sull’imprevedibilità di ciò che può accadere quando 4 creativi si mettono insieme per scrivere un libro non tradizionale.

Nicola: i piatti sono quelli della traduzione pugliese, destrutturati e ricostruiti senza alcun riferimento a quelle ricette leccate e plasticose da nouvelle cuisine che ci fanno orrore. Avremo solo cura nel rendere la bontà di ciò che raccontiamo.
La salute è importante, credo sia inutile cucinare qualcosa che poi si riveli nocivo, e molti alimenti oggi lo sono.

Oggi il cibo è sempre rappresentato, in qualunque contesto, è continuamente messo in scena come se fosse un elemento importantissimo da comunicare. “Ti racconto cosa mangio per raccontarti chi sono”. Il cibo è un’ossessione o un linguaggio? 

Alessandra C.: Il cibo racconta e basta. Le ossessioni, le manie, le mode, le epoche, le culture. Consoli un amico e la cena a due ha un certo sapore; inviti una ventina di persone a casa, ognuno porta qualcosa da mangiare e da bere e quel tipo di condivisone ha un altro sapore; il tuo uomo mette sulla brace il pesce per te e ha un altro sapore ancora; apri il frigo e mangi in piedi la prima cosa e ne ha un altro ancora; i pranzi domenicali, il profumo del ragù d’inverno (non sono vegetariana), il purè di fave della mia mamma che la mia amica italobrasiliana adora. Il cibo racconta le giornate, racconta la vita.

Ale Tosto: Dipende dal periodo storico che sto vivendo. Se manca qualcosa nella mia vita diventa un’ossessione; se sono a dieta diventa un’ossessione anche perché mia madre boicotta tutte le mie diete… tipo… “mamma da oggi sono a dieta!” e poi a pranzo mi fa trovare i panzerotti… e che faccio, non li mangio? Se, invece, sono tranquilla lo apprezzo per quello che è: indispensabile. Ma chi voglio prendere in giro… sì, è un’ossessione. Di notte sogno molto spesso di mangiare!

Gaetano: Per molti è un’ossessione, per ciò che riguarda me no, nella maniera più assoluta. Io sono il tipo che vivrebbe con la pillola del cibo. Nello stesso tempo però lo trovo argomento molto affascinante, e di grande attualità. Cercherò di illustrare le nostre ricette a modo mio, secondo quello che è il mio stile creativo.

Nicola: per me è diventata quasi un’ossessione. Non sono affetto da ortoressia ma siamo vicini. No, non instagrammo tutto ciò che preparo in cucina, questo no, li chiamo cuocominkia, quelli.

Quello che ho visto del vostro progetto mi ha catturato immediatamente perché va in controtendenza rispetto al gusto dominante, il cosiddetto foodporn, ovvero l’aspetto immediatamente attrattivo del cibo. Al contrario voi ne fate una rappresentazione astratta e riuscite (finalmente!) a creare curiosità. Non so niente di food design, ci sono anche in questo settore delle tendenze?

Alessandra C.: Ci sono e noi le stiamo interpretando in pieno!

Ale Tosto: non ne sapevo assolutamente niente. Se qualcuno sei mesi fa mi avesse detto che avrei scritto un libro di ricette, gli avrei riso in faccia. Ora mi sto documentando…

Gaetano: Ah ma non sei l’unica. Nemmeno io so niente di food design 🙂

Nicola: Il foodonanismo non fa al nostro caso, ci limitiamo a scoprire altre frontiere in maniera giocosa e golosa. No food design, no finger food, no cup cake, no presentazioni mastercheffate, andiamo al sodo, raccontiamo la verità di fondo con occhio contemporaneo.

Che ruolo hanno le parole nel vostro progetto? Quanto è importante raccontare il cibo?

Alessandra C.: Nel progetto è importante tanto la parte visiva, per esempio è divertente è osservare un rosso chiaro+rosso scuro+giallo+bianco opaco e una punta di verde associati ad una foto di riso patate e cozze ritrovando gli stessi colori quanto le parole. Ale gioca con le parole e Nick è un catalizzatore di gente.

Ale Tosto: come diceva Nanni Moretti “le parole sono importanti!”. Nel libro le parole supportano ogni singolo piatto con lo scopo di raccontare le storie ad esso legate e il modo di realizzarlo (la ricetta vera e propria)… e alla fine ne esce un racconto nuovo, personale.

Nicola: Il cibo racconta storie nascoste in ogni julienne, il rito del cibo unisce le persone ed è segno di festa. Se pensi ad una celebrazione troverai sempre del cibo e del vino, delle musiche e forse anche delle danze. Il cibo è il simbolo del bel vivere, è segno di abbondanza, fa sorridere.
Il colore è una forte componente che stimola le endorfine. Noi abbiamo semplicemente associato gli elementi.

Come veicolate Quadricromia nel piatto? Immagino mostre, rete, eventi… 

Nicola: Stiamo pensando a qualcosa che sveleremo solo al momento opportuno. Comunque sì, mostre, rete e eventi sono alcuni degli strumenti a cui abbiamo pensato.
Stop mi fermo qui.

In via del tutto eccezionale vi evito quasi tutte le nostre domandine classiche tipo “che sedia sei?” e vado al sodo… cosa mi offrite?

Alessandra C.: Ti offro diverse tonalità di marrone con diverse tonalità di gialli (ti piace il tiramisù???)

Nicola: vorrei affondare le mie magre chiappe su un babà gigante.

Ehm, ho trovato solo bignè…


Puff di Diego Maria Gugliermetto

Ora che siamo al nocino (c’è Nicola, il nocino me lo aspetto) vi chiedo di regalarmi una sedia della vostra vita. Nicola tu ci hai già regalato una storia bellissima (alla fine di questa intervista qui), sei esentato. E molla qui la bottiglia di nocino. 
Alessandra C.: Ti regalo una sedia a dondolo. Di vimini. L’ho comprata in un mercatino vintage a Roma quasi dieci anni fa e non ci crederai ma arrivò a casa a cavallo della mia (all’epoca) vespa rossa.

Ale Tosto: Di sedie ce ne sono state tante ma se me lo chiedi così su due piedi mi viene in mente una panchetta che mio nonno falegname costruì per me quando ero piccolissima. All’età di un anno e mezzo i miei genitori si resero conto che ero praticamente una talpa e, per farla breve, cominciai a portare gli occhiali. Correva l’anno 1980, le montature erano enormi e le lenti tanto spesse. Ero uno sputo di bambina con degli occhi giganteschi. Quando tornai a casa con gli occhiali vedevo tutto distorto, mi girava la testa e non sapevo più camminare. Mi sentivo in acido. Andai nella mia stanzetta, mi sedetti sulla panchetta e abbracciai Chicco, il mio orsacchiotto. Questo episodio è molto significativo per me perché l’astigmatismo ha condizionato tutta la mia vita: dagli sfottò ai tempi delle elementari, dall’Ugly Bettismo alle medie, alla decisione di non portare più occhiali fuori casa dalle superiori in poi. Fin qui niente di strano, mi potrai dire. Ma non è così perché siccome, a modo mio, vivo pericolosamente, spesso sono anche senza lenti a contatto e vedo solo i colori. Questo ha favorito, nel bene e nel male, il processo di “autistizzazione” che mi è utile negli sviluppi creativi, che di progettazione o scrittura si tratti.

Gaetano: io ti regalo un’immagine, una delle mie fotografie a cui sono più legato. Il progetto, un dittico, si chiama “transit” e l’ho realizzato cinque anni fa circa… Come location ho utilizzato una vecchia soffitta di famiglia, che da bambino vedevo come luogo incantato perché ricco di mille cianfrusaglie, tra cui però padroneggiavano libri antichi bruciacchiati e quadri con cornici consumate dalla muffa. Si tratta di un autoritratto, molto semplice, costituito da un telefono giocattolo rubato al mio adorato nipotino, una finestrella luminosissima e me stesso in trasparenza. Il significato non chiedermelo però. Sono timido.

Per altre informazioni e aggiornamenti sul progetto editoriale Quadricromia nel piatto contattate quel vulcano di Alessandra Carbone… Noi restiamo qui, in attesa e curiose di vedere il lavoro pubblicato.

Info:

> Alessandra Carbone.:
 su facebook (sito in costruzione)
> Ale Tosto: alessandrachi.wordpress.com 
> Gaetano Giordano: www.gaetanogiordano.com
Nicola Difino: www.foodingsocialclub.it e la precedente intervista qui su Measachair

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