Intervista a Michele D’Ignazio

Questo benedetto storytelling, uh come va di moda! Si leggiucchia, si teorizza, si resta affascinati dalla riscoperta delle storie.
Poi si incrocia un tipo così, classe 1984, riccioluto e con tanto entusiasmo, e lo capisci da come risponde ad una mail, dal ricordo che ha lasciato ad amiche comuni, dai sui video… lo capisci che sulle storie c’è chi teorizza e chi sa essere affabulatore per vocazione naturale.
Michele D’Ignazio è ora un autore molto popolare. C’è molto materiale in rete su di lui e sul suo libro La storia della matita (Rizzoli), speriamo di aver aggiunto con questa intervista qualche sfumatura in più sull’uomo, oltre che sullo scrittore.

Siediti e dicci: chi sei? cosa fai?

Eccomi! Mi sono seduto. Mi chiamo Michele e scrivo racconti per ragazzi, ma non solo. Dal 2007, durante il periodo estivo, gestisco una piccola locanda a San Nicola Arcella, un bellissimo paesino sull’alto tirreno calabrese. Un’esperienza che mi diverte e mi dà tante soddisfazioni. E infine sono anche documentarista e video-maker. Tante vite in una, come celebrava Bontempelli, che è la lettura del momento. Ma non è stato l’unico. E, infine, mi piace camminare. Sono appena tornato da un’escursione nel cuore dell’Aspromonte, piena di suggestioni e panorami incantati. So che questo del camminare farà ingelosire un po’ le sedie, ma voglio essere sincero fin da subito, mi piace camminare e per lo più stare in piedi, insomma non riesco proprio a fermarmi, care sedie!

Il tuo libro Storia di una matita è una riflessione giocosa sulla professione dell’illustratore. Quanto è autobiografico?

Non è autobiografico nella storia. Non sono un illustratore, anzi, disegnare mi riesce difficilissimo, non riesco neanche a fare un bozzetto! Ma questo si è rivelato un punto di forza. Nel momento in cui scrivevo la Storia di una matita ogni aspetto legato al disegno mi si rivelava come una scoperta. Il non sapere mi incoraggiava a soffermarmi su dettagli, osservarli con curiosità, svilupparli in maniera giocosa. Niente era banale ed è stato più semplice mantenere uno sguardo oggettivo sulla vicenda, un certo distacco.
È autobiografico nella riflessione, sul sogno, sulle passioni e sulle controindicazioni racchiuse in esse.

Vedo molte sedie nella tua vita! Partiamo dalla sedia che usi quando lavori come autore. Ne hai una preferita? Hai dei riti legati a questo tipo di lavoro?

No, non ne ho una preferita. Anzi, non ci ho mai fatto troppo caso. Solo adesso mi interrogo, grazie a te e al tuo blog. La sedia su cui scrivo in questo momento è di legno, ha uno schienale molto comodo. Quando abitavo a Torino era diversa, una sedia a buon mercato, ma sempre di legno. A San Nicola, anche quella di legno e paglia. Mi piace il legno. Riti legati alla scrittura? In realtà no, a parte tutti i foglietti pieni di appunti sparsi sulla scrivania (i “pizzini”, li chiamo scherzosamente).

Stai lavorando a qualche nuovo progetto?

Sì. In realtà ho già risposto a questa domanda in una intervista di qualche giorno fa. Cercherò di non fare un copia e incolla e ti parlerò, più che delle nuove storie che ho in cantiere, dei progetti che sto portando avanti con alcune scuole della mia città. Si tratta di esperimenti di esplorazione del quartiere: camminare con una classe e parlare con i commercianti, le persone che lo abitano, scoprendo la sua storia, ma soprattutto (la cosa più divertente) animare l’inanimato: far parlare una statua, ad esempio. O una cabina telefonica, che di questi tempi sono un po’ depresse, nessuno più ci parla dentro. E anche una sedia, perché no?
Inoltre, sto realizzando un video di animazione stop-motion tratto dalla Storia di una matita, dove racconterò l’inizio della storia, con la speranza di suscitare sempre maggiore interesse e trovare supporto finanziario per continuare. Sarà pronto per metà aprile.

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Continuando a parlare (pretestuosamente) di sedie, c’è il sedile della macchina, quando porti la matita in tour… Dagli occhi a cuore delle amiche libraie che mi hanno parlato di te, direi che non è una mera strategia promozionale, bensì una vera passione contagiosa. Sembra quasi che il tour sia parte integrante del libro… Che valore dai a questo viaggio?

Sì, il tour è diventato importante, un pezzo di vita. È nato per caso, poco alla volta. Nessuna strategia prima che uscisse il libro. I primi incontri in Calabria andavano molto bene e vedevo che i bambini erano presi dalla storia di Lapo che si trasforma in Matita, allora ho pensato che dovevo iniziare a viaggiare, non potevo limitare gli incontri alla mia provincia. In alcuni casi, sono stato io a propormi alle librerie, in altri casi venivo invitato, perché dopo qualche mese il libro aveva avuto già una buona diffusione. È così è nato “Il tour della matita” e adesso gli inviti sembrano non finire mai. Mi è sempre piaciuto viaggiare. E il tour è una perfetta scusa per conoscere posti d’Italia che non avevo mai visto, come Cesenatico, le Marche, alcuni angoli della Toscana, Termoli… ed andare nelle scuole è fantastico, dà grande carica, entusiasmo e positività. E c’è sempre molto da imparare. Esattamente il contrario che accendere la tv. Più bambini, zero tv.

Vedo anche tanti piccoli culetti seduti su seggioline o per terra, bocca aperta per la meraviglia o mani alzate per interagire nelle tue performance… Raccontaci qualche esperienza che ti ha particolarmente sorpreso.

Giocare per i vicoli di Termoli, subito dopo le letture. Alcuni di loro avevano uno sguardo profondo, che non riesco a dimenticare. E poi c’era un senso di libertà e di anarchia nel loro modo di giocare che (purtroppo) si sta un po’ perdendo.
Un bambino di origini africane che leggeva le filastrocche (per la prima volta) reppando con grande senso del ritmo e della rima. Un vero talento!

Una bambina a Cesenatico dalla risposta mai banale: “Anch’io sto scrivendo un romanzo, da otto anni”, mi ha detto. “E quanti anni hai adesso?”, le ho chiesto e mi ha risposto: “Otto, l’ho pensato quando ero nella pancia di mia madre”. Geniale.
E poi la passeggiata con la classe di Trequanda nello scenario delle terme di Bagno Vignoni.
E l’accoglienza alla scuola dell’infanzia di Porto Recanati, dove avevano preparato una versione della “Storia di una matita” per i più piccolini (3 e 4 anni) e dove ho trovato sul palco da dove avrei parlato una versione di me cartonata, una specie di poster disegnato e fatto a mano. Quella è stata un gran sorpresa!
Mi fermo qui, potrei riempire pagine intere…

Non dimentichiamoci delle sedie della tua locanda! Immagino sedie solide, con radici profonde nel tuo territorio. Come si concilia questa attività con quella di autore e “viaggiatore”?

Si concilia per il semplice fatto che è limitata al periodo estivo. Altrimenti, sarebbe molto difficile. Sì, ci sono degli sgabelli di legno massello. Bellissimi, ma pesanti, molto pesanti. Il peso della tradizione, del passato, di tutto quello che è connesso al territorio. Sudo, ogni volta che li sposto. Ma è una fatica carica di soddisfazione. Mi fa sentire vivo!

Si fa un gran parlare di storytelling. Tu hai indubbiamente grandi capacità di affabulazione. E sei giovanissimo (argh!). Per te è un talento innato ed istintivo o il frutto di riflessione e studio?

Né l’uno né l’altro, direi. Ho fatto radio per tanti anni a Cosenza. Mi ha aiutato molto! E mi ha dato fiducia. Parlare in pubblico mi piace. Non c’è studio o riflessione. Semplicemente esperienza, quella è sempre importante.

Se ti va di giocare con le parole, ti sottopongo alle nostre domande un po’ demenziali…
Per immagine, se tu fossi una seduta, saresti una sedia, una poltrona, uno sgabello, un divano o una sdraio?

Mi piacciono i divani. Li trovo terribilmente comodi. E mi piace più dormire sui divani che sui letti. E forse ha a che fare con la mia indole di viaggiatore. Le sdraio non mi piacciono, forse perché mi sanno di “turista”, che è un po’ il contrario del viaggiatore, ma devo ammettere che riescono a infondere una piacevole sensazione di flemma, quasi mistica.
Però, alla fine, scartando il resto, mi viene in mente un’altalena. Sì, mi dà un po’ la nausea, ma riesce a farmi muovere e cambiare prospettiva, rimanendo seduto (come detto prima, non riesco a stare fermo). Vai su e giù. E più vai in avanti, più torni indietro, aumentando l’ampiezza del movimento. Mi sembra una buona metafora.

Ti vedi più la sedia su cui gli altri possono sedere o alla ricerca della sedia su cui sederti?

No, nessuna delle due, direi. Vedo solo tante persone, una grande, immensa famiglia, vicini, a guardare un bel panorama. Qualcuno seduto, qualcuno in piedi.

Nella tua vita hai mai incontrato persone che son state per te una sedia?

Sì, le persone che mi hanno supportato negli anni sono tante, ma direi che sono state una mano tesa, un ponte di legno per superare un ostacolo. La sedia, di primo acchito, mi trasmette l’idea di supporto totale e di staticità, e questo non mi piace. Però è anche simbolo di accoglienza. E le persone che mi hanno accolto nelle loro case sono state tante.

Ci regali una sedia della tua vita? (un’immagine, un ricordo…)

L’altalena sotto le fitte buganvillee piantate da mia nonna, al mare.
La sedia della scuola: bellissima, eterna.
Le sedie di paglia dei pescatori anziani, sulla spiaggia di Scilla, tra le loro barche. Il modo in cui affondano, lentamente, nella sabbia. Mentre i pescatori chiacchierano in dialetto stretto, con lo sguardo profondo e innamorato, rivolto verso il mare. La loro vera casa.

***

E a proposito di narrazione, di mare e di storie…

Info:

> il sito 
> la pagina fb
> i documentari
> il Vicolo Vineria, San Nicola Arcella (CS)

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4 pensieri su “Intervista a Michele D’Ignazio

  1. Sai che ha incrociato anche noi. Lo abbiamo conosciuto al Bradipo poco prima che chiudesse, abbiamo il suo libro e una delle sue matite di legno.
    Però però a me la storia della matita non mi ha preso molto, non so …. credo che sia il tipo di scrittura che non mi ha colpito.

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