Intervista a Christian Tagliavini

Guardare. Guardare meglio. Guardare più a lungo, c’è un segreto da svelare. Soprattutto i volti di quelle figure austere che fissano lo spettatore negli occhi e un po’ raccontano e un po’ si fanno raccontare.
Osservare tutti i dettagli “fino a che reggono le gambe”. Questo ho imparato intervistando Christian Tagliavini e studiandomi da giorni il suo lavoro. No, con lui proprio non basta la prima impressione.

Siediti e dicci: Chi sei, che cosa fai?

Faccio molta fatica a sedermi, sono molto irrequieto.
Fino ad un anno fa gestivo uno studio grafico, ho lavorato per importanti agenzie e poi come professionista autonomo qui in Ticino. Lo studio è stato attivo fino ad un anno fa, avevo il contatto diretto con i clienti e sperimentavo ciò che avviene di solito: il progetto da me presentato nel suo evolversi non assomigliava mai all’idea di partenza.
Poi nel 2000 mi hanno portato a vedere una mostra del fotografo di moda Patrick Demarchelier e sono rimasto folgorato. Da lì ho incominciato a sperimentare l’integrazione tra la fotografia, che all’inizio commissionavo, e la grafica. Poi ho incominciato a fotografare. Nel 2005 ho studiato a fondo il lavoro di Erwin Olaf e, esplicitamente sulle sue orme, ho realizzato i primi due lavori, Aspettando Freud e Cromofobia. Sono seguiti altri progetti e, via via, il mio linguaggio è diventato più personale e, mi auguro tra un po’, riconoscibile. Da un anno a questa parte mi occupo solo di questo, tuttavia fatico a trovare una definizione per me e mi sento a disagio se mi si chiama fotografo. Secondo me i fotografi sono altri, i grandi maestri: Ghirri, Doiesneau… tutti quelli che usano la macchina fotografica senza artifici e per cogliere il momento. La mia idea di fotografo è ben lontana da quello che sono io. In questo senso un fotografo di matrimoni è più fotografo di me!
La mia è una fotografia totalmente costruita, inscenata, studiata fino all’ultimo dettaglio. Dovrei rientrare nella definizione di “fotografo di progetti artistici” ma in italiano suona malissimo… io forse mi sento più vicino alla definizione di artigiano, ora, magari un giorno accetterò di essere chiamato fotografo. Certamente ogni mattina quando entro nel mio studio mi dico che sono fortunatissimo perché ho la libertà di realizzare quello che ho pensato. Senza clienti, senza vincoli. Naturalmente c’è anche il rovescio della medaglia, ma capisco il valore di tutto questo.
Quindi cosa faccio ancora non lo so, te lo dirò quando sarò grande (ride). Ora sono completamente immerso in questa avventura, curioso di vederne i risultati.


Dove lavori? In che orizzonte ti muovi?

Sono basato qui in Ticino, vicino a Lugano, e ho due gallerie che mi rappresentano. Ho venduto fotografie in tutto il mondo tranne che in Italia, non so perché. Il genere di fotografie che realizzo viene distribuito in circuiti internazionali, dove è difficile entrare e difficilissimo rimanere. Per questo mi sto dedicando ormai totalmente a questa attività, cercando di godermi il momento e coglierne le sfide. Per esempio tra poco ci sarà una mostra del nuovo progetto Carte a Parigi e presto esporrò anche oltreoceano, al Paris Photo L.A.

Capisco anche di avere un linguaggio che può piacere al mondo della moda e della pubblicità, ho anche avuto richieste prestigiose persino dal Giappone. Purtroppo spesso non ci si rende conto che questo tipo di fotografia si può realizzare solo con budget adeguati e in questo momento di crisi economica generale diventa difficile lavorare su commissione. Per non parlare delle riviste prestigiose che mi hanno contattato per farmi fare una copertina, stupendosi di fronte alla mia richiesta di retribuzione. Ma ho fatto una scelta, a quarant’anni non sono disposto a lavorare gratis.

Nel tuo caso, la sedia mi fa pensare alla lunga fase di preparazione dei tuoi progetti, ad un approccio estremamente razionale, ad una creatività molto meditata, che si prende tutto il tempo necessario. E’ così? Ci spieghi un po’ il tuo metodo di lavoro?

E’ vero, sono estremamente preciso, pignolo, alla ricerca della perfezione e, nello stesso tempo, mai soddisfatto fino in fondo dei risultati che ottengo. Ed è forse questa insoddisfazione finale che mi porta a terminare i progetti ritrovandomi in condizioni di saturazione.
Per questo preferisco non restare fermo su un unico filone, scelta questa tipica di altri autori. In questo senso cambio continuamente sedia! O, meglio, non riesco a stare seduto, in realtà. Ad ogni progetto mi devo inventare qualcosa, ho bisogno di sfidarmi, rimettermi in discussione e imparare qualcosa di nuovo… anche se poi, quando ci sono dentro, magari mi maledico, mi dico “ma chi me lo ha fatto fare!”. Ora, per esempio, ho già la testa su di un nuovo progetto che sarà realizzato con una tecnica ancora diversa. Del resto, se non faccio così non mi diverto.

Hai usato sedie nel tuo progetto “Aspettando Freud”. Scenografia fissa, personaggi in attesa, effetto straniante. Cosa ci raccontano i protagonisti di queste storie?

Questo lavoro è stato il primo esperimento sulle orme di Olaf. E’ un’ipotetica sala d’aspetto anglosassone dove i pazienti mettono in scena l’attesa e i desideri. Sai perché i personaggi sono seduti? Perché l’ho realizzato in casa, avevo poco spazio a disposizione e potevo illuminare i soggetti solo dall’alto. E’ stata la prima mise en scene, era tutto nuovo per me…

C’è un gelido divano anche in “Cromofobia”… 

Amo quel divano, se potessi lo comprerei per casa mia ma costa una cifra proibitiva! Quello e tutti i mobili utilizzati sono pezzi di design noleggiati da un collezionista. Cromofobia nasce dal confronto con un mio cliente al quale presentavo proposte creative piene di colori, mentre il suo gusto si orientava all’uso di toni neutri, grigi, tinte spente che non dovevano disturbare…
Il progetto è un po’ una mia reazione ironica a questo ed è lo sviluppo di una storia in cui c’è una sorta di resa finale ai colori, all’esternazione delle emozioni, alla vita.

Parliamo di Dame di Cartone. E’ un bellissimo progetto ibrido, c’è fotografia, storia del costume, storia dell’arte. Mi incanta, tra i molti elementi, l’aspetto anche artigianale del tuo lavoro.

Il riferimento principale qui è la storia dell’arte e della moda. Ci sono riferimenti precisi ad opere di Picasso, ad esempio…

Ecco, da questo lavoro in poi credo di aver incominciato ad elaborare il mio linguaggio. Che può piacere o meno, ma è originale.

Mi sono trovato per caso a pensare ai vestiti di cartone. Mentre lavoravo a Cromofobia, per cui avevo disegnato i vestiti anni cinquanta, la sarta che li ha realizzati aveva notato la rigidità di alcune stoffe che le avevo procurato. “Sembrano di cartone”, mi ha detto in dialetto, e da lì mi è nata l’idea. Tutti i vestiti che vedi sono realizzati in cartone, a mano, con la tecnica del papercut.

Quanto conta l’arte per te?

L’ho scoperta tardi questa passione, ma credo di averla sempre avuta dentro. Quando arrivo in una città, la prima cosa che faccio è tuffarmi in un museo e ci sto finché le gambe mi reggono. Parto sapendo già cosa voglio andare a vedere e non visito mai tutte le sale, ma mi concentro unicamente sulle opere che voglio studiare. Il mio livello di attenzione ai dettagli è tale che quando guardo qualcosa che mi interessa, quando guardo davvero, mi stanco molto, sono completamente assorbito.

In 1503 affronti il tema del ritratto con un riferimento storico-artistico molto preciso, il Bronzino, pittore rinascimentale non esattamente popolare presso il grande pubblico. Perché lui? 

Sono rimasto ore e ore al Louvre a vedere Ritratto di giovane uomo con statua. Credo anche che qualcuno si si insospettito! Ritratto bellissimo, c’è tutta l’ambiguità, la presunta omosessualità dell’autore, non si sa con precisione chi sia questo personaggio… Bronzino è un pittore forse sottovalutato, o comunque non notissimo, e molte delle sue opere più belle sono esposte in musei strani, fuori dai normali circuiti del turismo culturale. Nella mostra fiorentina del 2011, ad esempio, credo siano stati esposti pochi ritratti proprio per questo motivo, è un autore un po’ “disperso”. Nei ritratti è un Maestro, è davvero incredibile, ed ho voluto omaggiarlo in questa serie con riferimenti molto simili nelle immagini e nelle pose.

Le bellezze non canoniche che hai scelto per 1503 sono perfette per restituire l’atmosfera rinascimentale. Come realizzi i tuoi casting?

Per realizzare 1503 avevo un’unica soluzione: reclutare persone per strada. E così ho fatto. Lo faccio nella gran parte dei casi, solo in Carte ho utilizzato modelli. Proprio per 1503 ho reclutato una ragazza in un museo a Milano, lavorava al desk di una mostra sui costumi rinascimentali.

Io nelle persone vedo oltre quelli che sono i canoni del velinismo, dell’estetica che prevale al giorno d’oggi. Sono un osservatore, pratico il people watching, a volte sono discreto, a volte mi faccio proprio beccare…
All’inizio non è semplice, bisogna superare un po’ di paure.

E’ una piccola sfida anche per me, ti assicuro che non è facile anche perché mi devo giocare subito l’occasione e, se il contesto è sfavorevole, devo rinunciare con rammarico. Funziona così: avvicino la gente presentandomi, facendo vedere un flyer del progetto e chiedendo “vuoi fare una foto?”. Non chiedo numeri di telefono, aspetto che siano loro a contattarmi. Già dalla prima reazione capisco chi mi contatterà. Ho avuto anche qualche esperienza spiacevole, c’è chi si è spaventato, tuttavia insisto perché credo che sia davvero una delle mie caratteristiche.
Devo dire che ora che ho alcuni progetti realizzati e pubblicati è diventato un po’ più semplice spiegare e coinvolgere. Con il prossimo progetto tornerò a girare per le strade, anche se adesso ho anche una sezione casting call sul sito.

E ora il tuo ultimo progetto, le Carte. Dicci tutto.

E’ un progetto complesso iniziato nel 2009, interrotto nel 2010, ripreso nel 2012 e uscito qualche settimana fa! La parte più impegnativa ha riguardato la creazione di tutti i vestiti, disegnati in computergrafica, stampati su carta vegetale curvabile, tagliati al laser, assemblati, rifiniti con inserti anche in tessuto. E’ un lavoro molto più impegnativo, raffinato e preciso rispetto a Dame di cartone, e solo per quello ci ho messo un anno. Mi sono proprio divertito e sbizzarrito.

Anche il casting non è stato facile, in questo caso ho fotografato modelli professionisti e semiprofessionisti di vari paesi, volendo consapevolmente ricreare un melting pot per non rischiare di essere sempre legato ad una configurazione di visi molto precisa.
C’è anche un intervento di fotoritocco, poiché i corpi dei modelli “eccedevano” dai vestiti.

Ogni fotografia ha richiesto ore di posa ai modelli, che dovevano stare immobili indossando questi vestiti rigidi fissati con cinghiette, interagendo con essi attraverso un gioco di maniche intagliate o tridimensionali. Nella visione un po’ frettolosa sul web questi dettagli si perdono, queste sono fotografie che vanno viste ingrandite e con una buona attenzione. Nella mostra personale che sto preparando a Parigi realizzerò anche una teca per esporre un vestito e far intuire il lavoro che c’è dietro ad ogni immagine.

Carte è un lavoro che forse fa l’occhiolino al mondo della moda, anche se i vestiti hanno solo alcuni spunti, alcuni dettagli riconoscibili – l’art nouveau, per esempio, o alcune armature che richiamano il medioevo… – e i soggetti non si rifanno a nessun modello iconografico particolare. Tutto nasce dalla mia creatività, intendevo proprio “fare le mie carte” (anche se non gioco a carte) perché mi hanno sempre affascinato.
Grafica e fotografia qui si incontrano, volevo far intersecare la bidimensionalità dei vestiti e la tridimensionalità delle persone, dei corpi.
Ora sono in attesa, il lavoro è appena uscito e mi chiedo che riscontro avrà. Non è semplice da capire, non sarà facile farne percepire il valore creativo.

Ora riportiamo il discorso sulle sedie per il giochino a cui sottoponiamo tutti. 
Su che sedia lavori? è scelta o casuale? influisce su quello che fai?

Nella fase progettale uso una sedia banalissima da ufficio dove mi siedo tutto storto, dritto proprio non riesco a concentrarmi. La posizione è scomodissima e il mal di schiena che mi provoca, poi, mi ricorda di rimettermi composto.

In casa, che sedie hai? E perché?

Ho le stesse sedie che ho in studio, sedie in legno dell’Ikea, anzi sgabelli, i Benjamin. Li adoro, ma Ikea non li produce più. Hanno un design un po’ retrò, sono comodi, impilabili.

Per immagine, se tu fossi una seduta, che sedia saresti?

In generale mi piacciono le sedie di legno, una delle mie preferite è la zig zag di Rietveld perché mi assomiglia: sono spigoloso, rigido, faccio fatica ad essere una chaise longue…
Però potrei essere anche una sedia di Robin Day, anni cinquanta: anche questa in legno, semplice, seduta larga, sempre molto rigida (ride)

Ti vedi più la sedia su cui gli altri possono sedere o alla ricerca della sedia su cui sederti?

In pratica mi chiedi se sono un po’ egoista? Dipende. Nel lavoro sì, ora. Mi spiego. Quando facevo il grafico prevaleva la volontà del cliente, ora con i miei progetti “impongo” la mia creatività, che non è più sindacabile, è immodificabile. Più in generale, nei rapporti, sono piuttosto generoso. Faccio accomodare, ma non mi devono mettere i piedi in testa.

Nella tua vita hai mai incontrato persone che son state per te una sedia?

Oh sì. Paola, che è anche la mia assistente e collabora attivamente ai miei progetti, è più di una sedia in questo senso, è una poltrona! Lei mi capisce, e guarda che non sono una persona molto facile.. E soprattutto, non sono molto bravo in genere con le parole… Non è un caso che abbia scelto di esprimermi prevalentemente attraverso l’immagine.

Ci regali una sedia della tua vita? 

Ora che ci penso, credo di associare la sedia e il gesto di sedersi al riposo e al “non fare niente”. Poi sono conscio che io stesso, come la maggior parte delle persone, nella fase di progettazione lavoro seduto per lunghe ore. Tuttavia mi viene automatico vivere la sedia come momento di pigrizia e questa cosa mi disturba. Probabilmente non ho ricordi legati alle sedie per questo, rimuovo il non far niente. Te l’ho detto, sono un irrequieto!


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