Occhi e sedili e cambiamenti

Quando è bel tempo capita spesso di vederli lì per mano, sul binario di fronte. Ormai dopo un anno li riconosco. Sono una nonna con il nipotino, immagino. No, non sono mai seduti, non credo di averli visti mai seduti sulle panche in metallo e cemento della stazione, stan sempre in piedi. E lui, piccolo, attento, vede le locomotive arrivare quando ancora noi tutti ciondoliamo fissando un punto imprecisato. Frecciarossa! Frecciargento! Regionale. Lui, così piccolo, sa la differenza e li riconosce. La nonna ride, chiacchiera, ripete ed approva mentre lui compitissimo e rapito guarda i treni passare. Allora penso. Penso a come possa vederli grossi, veloci, travolgenti. Macchine. A quell’età i treni sono enormi macchine, meccanica, ferraglia, velocità e potenza. Chi lo sa se da piccola subivo lo stesso fascino, se il nonno mi ha mai portato a vedere i treni. Chi lo sa quando è successo che ho cominciato a vedere i treni come contenitori di sedili, di storie, di unità in viaggio.

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