Intervista a Happi ideas (Massimo Canuti)

Sto seduta a guardare, placida.
Davanti a me persone che si muovono al passo veloce della tecnologia che si evolve. Chi se ne sta seduto sfuma uno schermo con i rapidi polpastrelli, swishhhhhhhhh, occhi e pensieri guizzanti.
Non ne so niente, voglio capire. Per un po’ mi limito ad osservare.
Poi mi succede di essere invitata a rispondere ad un questionario e comprendo che io studio loro (la comunità dei Digitaliavanzati), ma loro studiano me (come lettrice, come consumatrice, come mamma, come blogger).
Nel mentre sta succedendo qualcosa: la storia del libro sta cambiando. E messa così, in prospettiva storica, sfrondata da tutti i luoghi comuni su vuoi mettere l’odore della carta (i nostalgici) e in un cosino così ci stanno migliaia di volumi (gli accumulatori compulsivi 2.0) e ora ho la casa vuota (gli ordinatissimi e gli abitanti di monolocali), ecco, messa così l’avventura dell’editoria digitale diventa appassionante. Oggi ne parliamo con chi quest’avventura la vive per lavoro.

Il team Happi ideas:

Gianluca Belmonte, Delia Laviola, Anna Pisapia and Massimo Canuti.

Siediti e dicci: Chi sei, che cosa fai?

Sono Massimo Canuti, ho una laurea in architettura e ho sempre amato giocare con le parole e con l’immaginazione. La creatività è il sale della vita e alla base dei progetti di Happi ideas, la società che produce applicazioni per bambini di cui sono socio fondatore.

Nel caso di questa intervista le sedie c’entrano soprattutto in quanto simbolo di dialogo. Assisto all’incontro di tre mondi: l’editoria tradizionale per l’infanzia, l’editoria digitale, la comunità delle mamme sul web. Come sta andando questo confronto? 

In base all’esperienza che abbiamo avuto con Bookcity Milano, mi pare di poter dire che l’editoria tradizionale per l’infanzia se ne stia affacciata alla finestra (seduta su una sedia non troppo comoda) a guardare quello che succede, aspettando un segno. Chi si muove è sicuramente più la comunità del web che l’editore, il quale forse almeno per il momento pensa che dalla rivoluzione digitale abbia più da perderci che da guadagnarci. Il mondo dell’editoria digitale è, soprattutto in Italia, ancora molto indietro. Non è facile raccogliere dati oggettivi, dati di vendita, che possano costituire uno stimolo a grossi investimenti. Tutti procedono per piccoli passi, lungo la strada della nuova editoria. Un po’ alla volta, per timore di infilare il piede in qualche buca e ritrovarsi con qualche osso rotto.

Anche i genitori procedono a tentoni, spesso timorosi, indecisi. Non sanno neanche loro che strada prendere. Proprio per questo, insieme a Filastrocche.it, Mamamò e Nati per Leggere abbiamo lanciato un questionario in rete che ci aiuterà, ci auguriamo, a fare un po’ di chiarezza sull’argomento. Invitiamo tutti a compilarlo, anche chi non ha mai letto un libro digitale.

Giulia Orecchia (illustratrice),
Martina Fuga (ArtKids)
e Massimo Canuti (Happi ideas)
al convegno del 18/11/2012

Esista già in Italia una letteratura che sfrutti tutte le potenzialità del digitale, una letteratura nata esclusivamente per quel tipo di fruizione? Siamo preparati alla rivoluzione?

No, non esiste. E credo che forse passerà del tempo prima che possa esistere. Siamo pronti alla rivoluzione? Non so. Forse qualcuno si poneva la stessa domanda ai tempi di Gutenberg. Per quel che ci riguarda, siamo pronto a cimentarci con questi nuovi mezzi e a viverli più come una opportunità che come un ostacolo.

La letteratura per l’infanzia e il picture book sembrano il terreno di sperimentazione ideale. Mi ha molto colpito la prospettiva storica con cui Giulia Orecchia ha inquadrato la questione dei “nuovi cosi” che si stanno studiando. E mi affascina molto questa terra di nessuno da conquistare e questo vostro essere pionieri… Ci parli della vostra idea di libro per l’infanzia digitale e di quello che avete realizzato fino ad ora?

Quello che ha raccontato Giulia Orecchia è affascinante. Con il termine libro digitale si può intendere diverse cose. Così come per il suo fratello cartaceo. Un libro può essere un gioco, una storia, uno strumento educativo, e altro ancora. Lo stesso si può dire di un’app, come del resto abbiamo tentato di spiegare nel nostro intervento al convegno che abbiamo organizzato insieme a Babalibri in occasione di Bookcity. La nostra idea di libro per l’infanzia è molto semplice, e al tempo stesso molto ambiziosa: quella di realizzare un prodotto che appassioni, che crei empatia fra lettore e autore, che emozioni. Partendo dalla storia e dall’idea. Senza una buona storia e una buona idea, non ci può essere libro.
Anche se non abbiamo ancora creato un primo vero libro digitale ci siamo cimentati e divertiti a sfruttare le potenzialità dell’iPad, il tablet preferito dei bambini, creando la nostra prima applicazione che propone un approccio diverso e innovativo all’alfabeto, invitando i bambini a creare animali inventati a partire dalle lettere, che possono essere ribaltate, ingrandite, rimpicciolite.

 

Come cambierà l’idea di narrazione? 

Continueremo a leggere con due occhi e a parlare con la bocca. Ma magari impareremo anche a leggere con le orecchie e a disegnare con un polpastrello, chi lo sa. Il che può essere molto divertente. Purché a pensare sia sempre il cervello e a emozionarsi il cuore.
A parte gli scherzi, se cambiamenti ci saranno, i primi a riuscire a intercettarli e a comprenderli saranno i bambini, naturalmente predisposti e più preparati di noi all’evoluzione tecnologica.

Penso all’interattività e al fatto che il lettore potrà, in qualche misura, diventare autore della storia. Questo fatto è destabilizzante per alcuni adulti abituati a delegare al libro, come simbolo di cultura, l’idea stessa di certezza e autorevolezza. Non sarà questa la radice di tutte le resistenze? 

Negli anni 70 Munari inventò un libro composto di una settantina di tavole che i bambini potevano assemblare in modo da creare la loro personale storia. L’interattività non è stata certo inventata adesso. E non mi pare proprio che questo sia destabilizzante. Comunque avremo sempre bisogno di buone storie e di buoni autori. Da dove arrivino poco interessa. L’importante è che ci siano.

Nel dialogo che si va via via creando sull’argomento, non mi è ancora capitato di ascoltare la voce di librai ed educatori. Avete qualche esperienza da raccontarci?

C’è molta curiosità. Mi ricorda l’immagine di due cagnolini che si odorano a vicenda nel tentativo di conoscersi meglio. Sembra che tutti aspettino di vedere cosa succede. Il fatto è che se aspettiamo tutti, è difficile che succeda qualcosa.
Sicuramente l’immagine del libraio di una volta è destinata a trasformarsi e già ora si fanno avanti delle figure aperte alle novità, che puntano su idee e progetti di qualità. Mi viene in mente a questo proposito il nuovo spazio B**K che ha da poco aperto a Milano.

Ora entriamo nel vivo del vostro lavoro. Ci parli un po’ della storia della vostra azienda?  

Happi ideas è nata nel 2011 da quattro soci che lavorano nel mondo della comunicazione, del giornalismo e dell’educazione ambientale. Come genitori ci rendiamo conto di quanto sia difficile e al tempo stesso stimolante lavorare per e con i bambini ed è per questo che abbiamo deciso di rivolgerci in primis a loro.

E tu, all’interno della Società, che tipo di sedia sei? Ti vedi più la sedia su cui gli altri possono sedere o alla ricerca della sedia su cui sederti?

Forse una di quelle sedie portatili, leggere ma anche resistenti. E con un tocco di design.

Su che sedia lavori? è scelta o casuale? influisce su quello che fai? Mi incuriosisce sempre molto l’ambiente di lavoro di un creativo, specie per il fatto che la mente creativa lavora sempre e che oggi, grazie alla tecnologia, l’idea stessa di ufficio è mutata.

Sono sempre alla ricerca della sedia perfetta. Ho idea che se ne trovassi una veramente comoda riuscirei a farmi venire idee migliori. Quella che ho al momento nel mio ufficio non è male. È di legno verniciato di verde. Ha i braccioli, il tessuto in velluto a strisce colorato. Ed è molto comoda. Per quanto riguarda l’ambiente di un creativo, purtroppo ti devo deludere: spesso è tutt’altro che creativo. Ma come diceva un vecchio detto, si può essere liberi anche in una prigione. E a volte per essere creativi basta anche un garage. Vedi alla voce Steve Jobs.

In casa, che sedie hai? E perché?

Colorate, di metallo. Piuttosto scomode, se usate senza cuscino.

Tornando a te, nella tua vita hai mai incontrato persone che son state per te una sedia?

Sì. E la cosa più bella è poter sedersi senza sentirsi seduti.

Ci regali una sedia della tua vita?

Sì, ma poi io dove mi siedo?



Info:


Happi ideas

> il questionario sui libri digitali (che vi invitiamo a compilare)

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