Intervista a Peppo Bianchessi

Illustrazione, dialettica tra letteratura e immagine, editoria per l’infanzia, scuola. E inoltre una riflessione sul senso della narrazione e, implicitamente, della memoria e della storia. E sedie, ovviamente. Quanti temi abbiamo toccato in questa lunga chiacchierata con Peppo Bianchessi!
Gli spunti sono moltissimi e contiamo di riprendere e intrecciare alcuni temi che ci sono affini prossimamente, qui su Measachair.
Ma Peppo, oh! Peppo questo non lo sa. Lui è solamente stato invitato ad accomodarsi ed ha risposto generoso… e voi, cari lettori, siete invitati a scoprire questo artista che definire poliedrico è scontato. Aprite ogni link, affondate comodi in questo divano. Prendetevi il tempo necessario perché non sarà tempo sprecato. Buona lettura.

Siediti e dicci…

Grazie ma già che ci sono mi sdraio.

Va benissimo! mettiti comodo. Chi sei? Che cosa fai? 

Sulla mia carta d’identità c’è scritto artista. Quindi genericamente potrei dire Artista senza sembrare presuntuoso: lo dice la mia carta.
Per andare nello specifico – a costo di sembrare maleducato – rimanderei al mio sito.
Dove sei seduto in questo momento, in Italia o in Giappone? Chissà se la seduta (come oggetto) e il gesto del “sedersi” hanno lo stesso valore nelle due culture, ci hai mai pensato?

Sono seduto scomodamente in Italia, grazie.
Riguardo all’altra domanda: No, non ci ho mai pensato. In Giappone, tradizionalmente, non ci si siede sulle sedie. Si può dire che il concetto di sedia prima non esisteva quindi “Tu come sedia” avresti avuto qualche problema.
Le gambe dei tavolini, nel tempo (per la pioggia? le radiazioni?), hanno cominciato a crescere anche là, quindi la gente ha cominciato ad avere necessità di sedie. Sì, credo sia andata proprio così.

Quest’anno sei stato selezionato dalla prestigiosa Bologna Children’s Book Fair. Prima di tutto moltissimi complimenti! Cosa porterai? 

Ok, spiego la coda in tutto il suo splendore pavonico!
I disegni che ho mandato sono 5 e si intitolano: “The Kafka Notebook: The Geotrupe Kafkae”. A sketchbook Study of Human Brain Enthomology Metamorphosis.
Pressapoco: “Il Taccuino di Kafka: il Geotrupe Kafkae, Appunti per uno studio entomologico della metamorfosi del cervello umano”.

Il titolo ricalca volutamente il linguaggio medico delle pubblicazioni scientifiche.
Sono le pagine di un taccuino che raccoglie gli schizzi e la ricerca scientifica di Kafka che sta alla base del suo libro: schizzi e disegni che un po’ sembrano stampe d’epoca e un po’ si rifanno allo stile enciclopedico di Aldrovandi che fu il primo a disegnare sistematicamente animali, piante e mostri. Rispettando filologicamente la tassonomia delle specie di alcuni insetti scopre una specie che appartiene alla famiglia degli scarafaggi e da lui prende il nome.
In altre pagine veri insetti scompigliano il testo originale in ceco della “Metamorfosi”.

Insomma, un gioco a più livelli che mi sono divertito a fare e che secondo me può funzionare anche per chi non conosce tutti i riferimenti.
La complessità di solito non viene premiata e trovo insopportabili le risposte di alcuni editori quando ti dicono “È un progetto un po’ troppo intelligente per il nostro target” oppure “È troppo bello per i nostri standard” (mi è capitato spesso!): è come se ti dicessero: “I nostri lettori sono stupidi e non si meritano di meglio delle schifezze che pubblichiamo”.

Non è quello che pensano veramente; è una risposta confezionata che ti dicono pensando di farti un complimento. Invece è una banalità che però mi ferisce: stanno dicendo che i loro lettori sono degli idioti e che io non posso lavorare perché faccio cose troppo belle o intelligenti!
Per cui questa volta li ho presi in parola e ho deciso di fare una cosa estrema: intelligente, spiritosa, con riferimenti “alti” a livello letterario e iconografico e il fatto di essere stato selezionato per la Mostra degli Illustratori della 50ma Fiera del libro per ragazzi quindi, mi ha riempito di gioia/orgoglio/emozione per questo e altri motivi: 

A) C’erano 3200 partecipanti e ne sono stati selezionati una settantina.
B) Non potrei volere una visibilità migliore, essendo una delle occasioni più importanti per gli addetti al settore.
C) Sono almeno 13 anni che vado alla fiera e che provo a partecipare alla mostra. Ormai mi sembrava di farlo più per abitudine e per ricevere l’entrata omaggio…
D) Ho partecipato con dei disegni recenti nei quali credo e mi sono divertito a fare senza tenere conto di nessuna esigenza o compromesso editoriale (in molte delle cose che ho illustrato e pubblicato non mi riconosco completamente, avendole dovute rimaneggiare fino allo sfinimento). Insomma, mi rappresentano appieno e sono state apprezzate da una giuria di 5 grandi professionisti. Mica male!
E) La mostra degli illustratori girerà in tutto il mondo, in particolare in Giappone.

L’altra cosa che ci sarà è lo Stand di Uovonero con quattro miei libri, uno dei quali è stato selezionato da IBBY – International Board on Books for Young People – per la mostra internazionale itinerante Outstanding Books for Young People with Disabilities 2013 che verrà presentata in fiera.

Riccioli d’oro e i tre orsi
a cura di Enza Crivelli
illustrazioni di Peppo Bianchessi
ed. Uovonero

Qual è il tuo approccio al libro per l’infanzia? 

In teoria ho un approccio professionale. In pratica mi piace davvero scoprirli e leggerli.
E’ uno dei pochi settori che “tirano” nell’editoria: i genitori investono in libri finché i figli vanno alle elementari e glieli chiedono. Poi cominciano ad interessarsi ad altro.
Forse i genitori pensano che i libri siano una cosa da relegare all’infanzia o non vogliono affrontare la minima discussione proponendo ai ragazzi un libro. Con un gioco per playstation vanno sul sicuro.
O forse non capiscono perché dovrebbero proporre ai loro figli qualcosa che non interessa neppure loro. Al massimo gli passano la Gazzetta o la guida tv.
I ragazzi, dal canto loro, cominciano a leggersi controvoglia i libri che gli impongono i professori e vengono educati a diventare non-lettori. Ma c’è gente che potrebbe tediarti su queste cose molto meglio di me…
Se poi me lo chiedi come autore… cerco storie che ribaltino le regole, cerco di ricordare cosa mi colpiva da piccolo e cosa avrei voluto leggere e capire. Mi facevo un sacco di domande tuttora senza risposta. Se proprio voglio trasmettere qualche messaggio “profondo”, mi scervello per non sembrare moralista o banalizzare il tutto.

immagine da qui


Si parla molto di editoria digitale per l’infanzia, ultimamente. Tu sei un artista multimediale, come ti poni su questo argomento?

Ci sono dei primi esperimenti interessanti e le possibilità creative ed educative sono davvero moltissime. Pur amando gli oggetti-libri, sono curioso di vedere dove ci porteranno le nuove tecnologie. Un libro di carta sarà sempre meglio della semplice trasposizione in e-book. Ma quando gli autori impareranno a sfruttare le potenzialità dei mezzi (e gli editori investiranno sul serio), allora sì che vedremo cose interessanti.

immagine da qui

Ora in Italia gli illustratori e gli autori sono spesso coinvolti in letture pubbliche e – in alcuni casi – in laboratori, soprattutto nel caso di albi illustrati per l’infanzia. Nell’epoca della rete e del virtuale la distanza tra autore e pubblico è sempre più corta e l’autore si trova ad essere anche performer, personaggio pubblico. Riflettevo sulla cosa e pensavo che non è scontato avere questa vocazione. Vedi questo fenomeno come stimolante o come strategia di mercato dell’industria editoriale che gli autori subiscono? 

Una riflessione che mi è capitato di fare è che con internet e il peer-to-peer le case discografiche elefantiache, quelle editrici dinosauriche e l’industria culturale in genere si sono messe le mani nei capelli: il non poter mantenere il controllo (quindi i soldi) legati a degli oggetti fisici li ha mandati in crisi, mettendo a nudo la loro avidità, lentezza e mancanza di idee. Non l’ho trovata una cosa così tremenda a livello artistico: gli artisti hanno ricominciato a farsi vivi con il loro pubblico e gli eventi live sono tornati ad essere essenziali. Il fatto di bypassare tutto questo (e la tecnologia ci dà questa opportunità) non credo sia un male. Per ora, nonostante gli sforzi, internet rimane uno strumento che offre opportunità di visibilità più “democratiche” degli altri mezzi di comunicazione.
È bello che i cantanti tornino a fare una cosa antica e bella come il loro lavoro, cioè cantare, i musicisti a musicare e gli autori a raccontare… insomma a fare il loro lavoro.
L’industria ha capito – con tutti i festival che ci sono – che gli autori possono diventare delle star che si auto-promuovono. Spesso si suppone che un autore abbia qualcosa da dire di interessante, oltre ai suoi libri. Spesso sono (siamo) dei Narcisi e fa bene al loro (nostro) ego. E spesso è meglio non conoscere i propri idoli.

Piccolo tsunami, immagine da qui


Nel blog il Viaggio Emotivo hai parlato della tua esperienza con il kamishibai, un affascinante strumento di narrazione orale. Com’è il tuo rapporto con la narrazione?

Il Kamishibai, come ogni cosa giapponese, ha delle regole, questo aiuta a raccontare. L’improvvisazione è un’altra cosa.
Per quanto riguarda la capacità di raccontare: sono sempre stato affascinato dagli affabulatori; in primis da mia nonna austriaca, che sapeva raccontare benissimo (oltre che fare torte e suonare la chitarra). Anche mio nonno scriveva storie. È “colpa” loro quindi.
Uno scrittore che sa anche raccontare dal vivo è Roberto Piumini: un istrione. Anche Daverio e Camilleri mi piacciono dal vivo.

A me piace mantenere il controllo, limare e rivedere quello che scrivo o disegno a tavolino. Poi mi piace anche lavorare nelle scuole: è stimolante condividere il proprio sapere e avere bambini o ragazzi che ti smontano.
Io da un po’ di anni a questa parte ho perso la capacità di improvvisare delle storie dal vivo. Questione di allenamento credo. Preferisco scriverle o lavorarci con i bambini: loro sì che mi costringono a improvvisare!
Mi è capitato di fare teatro: è un buonissimo allenamento, oltre che un’esperienza utile ed emozionante.
Chi “nasce” raccontatore o affabulatore di solito è un bugiardo che può applicare la sua dote al commercio, alla truffa, alla politica o all’intrattenimento (il confine tra queste attività è davvero sottile).
Io, purtroppo, sono incapace di improvvisare grandi bugie interessanti e portarle avanti guardando il pubblico in faccia… ma mi sto attrezzando: magari mi butterò in politica.

Ci parli della tua esperienza di insegnante? La classe è il regno delle sedie!

Ho fatto diverse cose nelle scuole, dall’asilo alle superiori. Per spiegarti meglio i diversi lavori ti allego i link dove scaricare i libri in formato pdf.
Indicativamente lavoro sul “Come” si creano le storie, andando a solleticare/scardinare quelli che sono i “pensieri lineari”, giocando al “E SE…” perché, al contrario di quello che dicono, le storie migliori si fanno con i SE ed i MA. Diciamo che insegno ginnastica per le parti creative, pensiero laterale, “strategie oblique”, pilates narrativo, yoga stilografico, kickboxing inchiostrata…

immqgine da qui

Quello che tento di spiegare, sull’importanza della narrazione, della scrittura (e lettura) in una società strabordante di immagini come la nostra è questo: sarà vero che un’immagine vale 1000 parole, ma se queste parole non si conoscono, si potranno creare e vedere solo immagini limitate.
Faccio un esempio: “La storia infinita” di Ende parla del nulla che avanza per colpa del vuoto di fantasia della gente. Paradossalmente, il film, al contrario del romanzo, rischia di sortire proprio questo effetto. Spiego: Se nel libro si parla di un drago con la testa di cane, un lettore si immagina uno dei draghi nella sua memoria e la faccia del suo cane o di un altro… insomma, si crea una sua idea di cane-drago; nel film il regista ci mostra la sua idea di canedrago e da allora sarà difficile immaginarcene un altro.
Paradossalmente (perché lavoro più nelle arti visive) considero più interessante la letteratura che – grazie all’assenza di troppe informazioni immediate rispetto all’illustrazione – evoca nel lettore immagini più profonde e intense.
La letteratura è evocativa, ecco. Scrivere bene qualcosa di interessante è davvero difficile e per questo intrigante.
Mi muovo più agilmente con le immagini, è vero: mi piacerebbe riuscire con un mio quadro ad essere evocativo tanto quanto una buona storia.
Ti rimando a 3 libri che si possono scaricare dal mio sito che ho fatto con ragazzini delle elementari dei quali vado particolarmente orgoglioso:

Bambini Pazientiperché i bambini si facevano un sacco di domande sensate sulla malattia alle quali qualsiasi risposta “adulta” sarebbe sembrata banale.

> Il frullastorie: una macchina combinatoria per creare miliardi di storie.

> Annunci favolosi: come sintetizzare una fiaba in un annuncio di due righe.

Ora cerchiamo di entrare un po’ nel tuo processo creativo. Come alimenti e sviluppi la tua creatività? Sei calmo, metodico, studioso, legato ad un posto fisico, a riti, abitudini? oppure sei “liquido”, iperconnesso, puntino che si muove veloce nella rete e nel mondo ipertecnologico e wireless?

Sono assolutamente caotico per quanto riguarda il mio spazio esterno, purtroppo. Sono un po’ accumulatore compulsivo.
Se si tratta di strutturare un progetto complesso che coinvolge altri, riesco a farlo con un certo ordine. Se riguarda me, ogni tanto mi perdo. Sono multi-tasking o rinascimentale, come mi ha definito un mio amico. Spesso faccio 4 cose insieme. Se leggo, leggo molto velocemente 2 o 3 libri alla volta.
Se lavoro al computer, tengo aperte almeno 4 applicazioni più una televisione. Se dipingo, magari tengo musica molto dura ad alto volume. Credo mi obblighi a concentrarmi, infatti ad un certo punto non la sento proprio. Mi isolo completamente.
Se scrivo è diverso: per riuscire a scrivere si ha bisogno di una disciplina estrema: devo alzarmi presto e dedicare la mattina a questo senza distrazioni. Scrivere una cosa lunga (e sono anni che mi scappa!) richiederebbe una condizione di serenità continuata che è difficile trovare se non si hanno i mezzi; la quotidianità, quella fatta di conti da pagare, quella della vita “normale” che vorresti chiudere fuori dalla porta dello studio rientra dalla finestra e ti obbliga a fare tutt’altro. Se interrompo il “flusso di lavoro” faccio una fatica enorme a riprendere il filo, per cui ho un cassetto pieno di libri lasciati a metà…

Nel tuo studio e in casa che sedie hai? E perché?
Forse questa è la domanda più difficile, perché in questo momento ho problemi di postura legati alla scomodità delle sedie che ho. Non ho ancora trovato la mia sedia. Davvero. Le mie vertebre cominciano a lamentarsi sul serio. Forse mi puoi suggerire tu qualcosa. Forse non dovrei aspettarmi le sedie altrui.

Non solo non sono in grado di consigliarti una sedia comoda, ma ti sottopongo anche alle domande demenziali che toccano a tutti coloro che passano di qui!
Per immagine, se tu fossi una seduta, saresti una sedia, una poltrona, uno sgabello, un divano o una sdraio?
Mi hanno definito comodo e avvolgente, quindi penso a una poltrona/divano morbido. Forse un mucchio di grandi cuscini per terra.

Ti vedi più la sedia su cui gli altri possono sedere o alla ricerca della sedia su cui sederti?

La seconda, ho già risposto prima.

Nella tua vita hai mai incontrato persone che son state per te una sedia?

Ho incontrato persone avvolgenti e rassicuranti ma non riesco ad immaginare di sedermi su qualcuno: ho una mole e un peso che causerebbero danni irreversibili… sai che temo che la sedia come metafora non funzioni molto bene con me? Scusa…

Perdonatissimo. Un’ultima cosa. Ci regali una sedia della tua vita? 

Mi è venuto in mente che ho realizzato dodici grandi pannelli per un negozio di design con sedie “storiche” e relative didascalie. Ma non è questo il ricordo che vorrei regalarti.
Ti racconto invece questa storia perché è legata a una sedia e alla mia prima idea di rapporto tra immagini e evocatività della scrittura. Dunque: anni fa feci un’installazione intitolata “La zia resistente”. Era una mostra collettiva sulla resistenza e mi spaventava un po’ l’idea di affrontare il tema in modo retorico. Me ne stavo da giorni di fronte ad una tela enorme immaginandomi questa o quell’altra cosa. Accanto c’era una vecchia sedia scrostata che usavo per appoggiare i colori. Un giorno mi cadde l’occhio su una pagina di giornale che avevo messo “per non sporcare” il pavimento. C’era un articolo su un bastardo che regalava bambole esplosive a delle bambine zingare e ne aveva ferita una.

Ebbi un’illuminazione e cominciai a scrivere quello che stava succedendo: io stavo cercando un’immagine che celebrasse la resistenza al nazifascismo. Mi venne in mente Zia Mary, la zia di mia madre (ancora viva, lucida, combattiva e 101enne)…

…e i suoi racconti: il mio prozio, comandante partigiano, venne ucciso sull’Altopiano di Asiago. Mio nonno e l’altro zio andarono di notte, di nascosto, a prendere il corpo per poterlo seppellire. Zia Mary era una staffetta che portava soldati inglesi e americani al di là della frontiera, a piedi o con la sua bicicletta…

Io avevo i suoi racconti e, sotto i miei piedi, un articolo che mi ricordava che in quel momento, attorno a noi, succedevano cose orribili che richiedevano consapevolezza e resistenza da parte di tutti.
La mia installazione fu questa, una sedia bianca con sopra un pennello e un manifesto incollato al muro sul quale scrissi una lettera che spiegava quello che ho scritto sopra sulla Resistenza.

Molti passarono davanti senza fermarsi (“che palle… c’è troppo da leggere…”). Altri no, si fermarono e si sentirono toccati dal lavoro.
La lettura richiede una scelta. Prendersi il proprio tempo per riflettere e capire. Fare una scelta attiva che difficilmente facciamo di fronte ad una immagine.


***

C’è ancora molto da scoprire riguardo a Peppo Bianchessi. D’istinto partirei da qui, dall’ Arte contemporanea per bambini ricchi.  E poi, e poi…
Peppo, quand’è che ci risentiamo?


Info:


> il sito di Peppo Bianchessi: www.peppo.net
> l’intervista su Il viaggio emotivo: Lo tsunami e il camaleonte in bicicletta

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6 pensieri su “Intervista a Peppo Bianchessi

  1. Finalmente ho trovato il tempo necessario per leggere tutto, o quasi vista la vastità degli argomenti. Lo scorcio sulla politica quale lavoro “misterioso” è geniale ma che dire delle tavole per la Bologna Children's Book Fair, meravigliose!
    Che peccato che gli editori usino la solita scusa (applicabile in mille altri settori) del “è troppo per il nostro pubblico” … ma questo pubblico – ammesso che sia ancora impreparato – come può evolvere? Specialmente se si parla di bambini ciò è semplicemente illogico.
    Speriamo che si superino certe barriere, come fate voi con le vostre illuminanti interviste.

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