Un’altalena di Saramago

La bambina e l’altalena

Accompagnarono la bambina all’altalena e la lasciarono sola. Non era
uno di quei comuni giochi da giardino, dalla solida armatura di ferro e dalla
breve oscillazione pendolare. Aveva due corde altissime che si perdevano
nelle nuvole e su di esse si avviluppavano rampicanti fioriti.
C’erano sempre fiori che si aprivano e altri che appassivano, sicché le corde sembravano
vivere. Il sedile era una tavola d’oro e poiché era alto vi si saliva per
quaranta gradini di spuma. Intorno, c’era molto silenzio e un cerchio
ininterrotto di uccelli bianchi.
La bambina cominciò a salire la scala, gradino dopo gradino, e quando
arrivò all’ultimo e afferrò le corde, vi fu una grande vibrazione musicale. Si
sedette sulla tavola d’oro, e nel medesimo istante i gradini scomparvero in
grandi fiocchi che un vento spinse lontano, mentre gli uccelli scendevano a
terra trasformandosi in parole di commiato. La bambina si guardò attorno:
l’orizzonte era, come al solito, circolare, e a distanza si vedevano vaghe città
che crescevano lentamente e a volte scomparivano: perché il tempo, lassù
sull’altalena, aveva un’altra dimensione e i secoli duravano minuti. È un
grande mistero inspiegabile.
Le altalene sono fatte per dondolare. Piano piano la bambina cominciò
a oscillare, un po’ stordita a causa dell’altezza. Era sospesa tra cielo e terra,
appena con una tavola d’oro e due corde che nessuno sapeva dove si
agganciassero. Lentamente, l’arco si fece più grande, e la bambina
contribuiva con quei movimenti che tutti i bambini apprendono, o già sanno,
quando salgono su un’altalena. Ora la vertigine dell’altezza era scomparsa,
sostituita dalla confusa sensazione di paura e di vittoria che accompagna il
corpo proiettato in aria. Quando la bambina era lanciata in alto, vedeva solo
il cielo, profondo e azzurro: gridava di allegria e di stupore, anche di paura.
Poi, arrivata alla fine della spinta, cadeva dall’alto, descriveva una lunga
curva, ed era la terra ad apparire ai suoi occhi, verde e gialla, e nera, e
azzurra, perché da lassù si vedeva molto bene il mare. E in quell’andare e
venire la tavola d’oro sfavillava, e i capelli della bambina, sciolti e fulvi,
erano come una bandiera o una fiaccola. E la bambina rideva perché erano
suoi il cielo e la terra, ora l’uno, ora l’altra, e perché era seduta su
un’altalena con le corde fiorite, sebbene, come si è detto, alcuni fiori
appassissero e si staccassero: cadevano in spirale come se scendessero una
lunga scala verso le profondità del suolo. E ogni volta ne cadevano di più,
tanto che alla fine le corde restarono nude e lisce. Al tempo stesso, il
movimento dell’altalena andò facendosi più breve, finché le corde divennero
due colonne rigide, verticali, definitivamente immobili. La bambina tentò
ancora di muoverle, fece tutti i gesti necessari: impossibile.
Una densa nebbia cominciò a salire dal suolo. Dietro di essa, si
nascosero le città, e i campi, e il mare. Non c’era più cielo azzurro, tutto era
una spessa e umida nuvola attraversata da mormorii e antiche voci. La
bambina tremava di freddo. Non aveva paura, solo freddo. Tese i piedi in
cerca dei gradini, e non c’erano gradini. Allora si lasciò scivolare dalla sua
tavola d’oro e cadde. Cadde lentamente, come nei sogni, un po’ triste e
stanca.
Quando arrivò a terra, rimase raggomitolata come un animaletto o il
guscio di un frutto. La nebbia cominciò piano piano a dissiparsi, rotolando in volute sfrangiate, attraversate da raggi di sole. E d’improvviso scomparve.
La bambina guardò in su. L’altalena era lì, molto più in alto di prima, con la
sua tavola d’oro e le corde fiorite. Ma non c’erano scalini.
Allora la bambina si sedette e attese. Accanto a lei una rosa si apriva
con la pazienza del tempo ritrovato. La bambina accostò il viso al fiore
terrestre e così restò, aspettando che venissero a cercarla: perché era
bambina e aveva nostalgia di un’altra mano nella sua.

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