Intervista a Nick Nicola Difino

Non ho mai pranzato con un foodDj.
Interno giorno. Locale vuoto, tavolaccio sulla pista, tovaglia da trattoria, sedie impagliate. Toh, c’è un cactus fluorescente. Mah. Ho portato qualcosa, roba veloce, salame, formaggio, tutto molto locale e padano, roba che mi spacciano da una vita per genuina. Nick Nicola Difino è un chiacchierone. Lo lascio parlare, occhieggiando il formaggio. E’ un tipo che si appassiona: “Piu’ che di cibo, io scrivo di democrazia alimentare, diciamo che le mie ricette parlano più di politica che di melanzane, anzi parlano di politica delle melanzane. Parlano di sottrazioni di terre ai popoli, di sale ai mari, di mare alle vele, di vele spiegate e di vele inspiegabili, di ve le spiego io, di tavoli di sedie di culi seduti, di teste in piedi che era meglio averle sul collo”. Gli allungo il piatto e comincio a chiedere.

Aspetta Nick, cerchiamo di andare con ordine. Siediti e dicci: Chi sei, che cosa fai? 

fbhgdcbghdbbhh, sbufami, sho che mom fi pavla colla bocca piena ma… ho visto un paio di cosine sul tavolo che mi hanno incuriosito. Comunque tu sai che io non mangio più né salame, né tanto meno formaggio.
Ecco, sono già partita male. 

Non sono prodotti salutari e non sono rispettosi né dell’animale, né dell’uomo che li consuma, né del pianeta che viene messo in pericolo per la sua produzione. Faccio uno strappo alla regola, mi limito tantissimo, anche se l’occasione era ottima per assaggiare qualcosa che non conoscevo e quindi ho onorato la tavola che è sempre buona regola. Parto dalle regole antiche della buona educazione a tavola, specie se ospite. Non faccio storie.

Fiuuu.

Se fosse per me non li consumerei. A casa mia non troverai mai prodotti di origine animale come latte uova, formaggi, e carne, non troverai prodotti raffinati come farina 00, zucchero bianco, riso bianco, pasta industriale. No, no.

Ho operato per anni nel campo del marketing, specie di prodotti alimentari e packaging alimentare e sono venuto a termini con una scelta maturata dopo aver approfondito i temi della scienza alimentare, i meccanismi di produzione, le dinamiche di distribuzione e abitudini al consumo. Siamo al limite della decenza per quando riguarda le mistificazioni alimentari e siamo sottoposti ad avvelenamento quotidiano, non solo del corpo e dello spirito ma anche e soprattutto del pianeta. Ci sono piu’ veleni in ciò che mangiamo che nei veleni stessi! Sandamadonna!

Nick è pugliese, s’è capito?

Senza passare per un individuo affetto da Ortoressia, non ti sembra un pochino strano che sugli scaffali dei supermercati trovi la sezione dedicata ai Prodotti Salutistici? Che cavolo significa? Che gli altri prodotti non lo sono? Cioè sto mangiando qualcosa che NON FA BENE ALLA SALUTE? Ma allora non sono alimenti! eh sì perché, gli alimenti intesi come tali, dovrebbero far bene alla salute, dovrebbero essere la nostra medicina naturale, invece sono solo marketing.
Hai visto quanti integratori ci sono sul mercato? Che cosa dovrei integrare secondo te se non la mancanza di nutrienti che questo tipo di (finti) alimenti mi propongono?
Io nel marketing ci lavoro e non mi voglio nutrire di esso. Io mi voglio nutrire di cibo, buono, sano e sostenibile. Quello che proviene dalla terra, coltivata con l’acqua e il sole. E’ tutto.

Mentre il mio DNA riconosce con piacere il gusto del suino stagionato, penso alle contaminazioni della terra; non ne so niente in realtà, approfondirò.

Diciamo che è questo che mi ha fatto passare dall’altra parte della barricata. Prima con performaces situazioniste, come quella in cui ho invitato a cena dei giornalisti, medici, produttori alimentari, ristoratori, biologi e opinion leaders, li ho seduti a tavola e gli ho offerto una cena con prodotti rigorosamente scaduti. Apriti cielo! Qui abbiamo messo l’accento sull’obsolescenza programmata anche negli alimenti, e siamo andati a ruota libera fino ad aprire un tavolo di discussione sull’eventualità di istituire un supermercato sociale che offra prodotti in scadenza o addirittura, scaduti (ma commestibili).
Da qui sono iniziate le conferenze per l’Università di Bari, per le scuole, i gruppi d’azione locali, le associazioni ecc…
Insomma si è creato il movimento Fooding Social Club, che oggi è impegnato nella rivoluzione fatta a tavola, mangiando, come stiamo facendo adesso.

Un altro bicchiere di vino? Questo è quello pugliese, di Sava. 14 gradi di sole e terra e sorriso.

Versa qua, ho bisogno di energia, il salame mi stava riportando tra le nebbie…

La fase perdita dei freni inibitori inizia di solito dopo il secondo bicchiere. Certo che pure tu, salame e formaggio alle 11 di mattino! Santa donna!

Ti piace questo quadro? Gli altri sono qui. … I miei vecchi lavori su Calvino, Le città invisibili, ho passato quindici anni ad illustrare quel libro, lo adoro. Poi sono passato alla scoperta di quei luoghi dal vivo e me ne sono andato in giro per il mondo a scovarli, a volte la fantasia supera la realtà. 49 nazioni in 5 anni. Non ho fotografato tanto ma alcune cose le trovi qui. Non sono male no?

Sono già mezza ubriaca e siamo solo alla prima domanda. Chiedo di passarmi il pane, voglio tagliarlo mentre mi parla di democrazia alimentare. Che poi sarebbe la seconda domanda…

Aspetta, non lo tagliare! Il pane, specie se fatto con il lievito madre va spezzato, aperto come un cuore, con le mani e gli occhi, è così che si sparge l’amore trattenuto dalla crosta, i coltelli lo violentano. Lo senti l’odore?

Oh ma non ne faccio una giusta!

Scusami ma, io sono di matrice contadina, ho mangiato nello stesso piatto coi miei cugini e il pane lo spezzavamo per condividerlo. Sono nato nella periferia di Bari, nelle campagne di Rutigliano, la città dell’uva, e sono andato via da giovanissimo perché ad un certo punto ho deciso di guardare il mondo da vicino.
Adoro quella sensazione di sentirmi straniero in ogni luogo, aumenta il mio senso critico e la mia curiosità.
Nei miei viaggi prima di aprire la mente, ho aperto le papille gustative, mi sono fatto il giro del mondo sul mio palato. Quando ero in Puglia, i miei parenti coltivavano l’orto e, a quei tempi esisteva la rotazione di colture, e le piante erano complementari perché l’agricoltura era un modo sapiente e rispettoso di trarre frutti dalla terra. Mangiavo la salsa fatta in casa, le mandorla le raccoglievo dal sotto l’albero, vendemmiavo l’uva e raccoglievo tutti gli ortaggi freschi dall’orto.

Da qualche decennio invece, i contadini ingannati dall’idea di progresso, persuasi dal profitto e invogliati dal commercio, si sono specializzati in una sola coltura.

L’eliminazione della diversità e del ciclo della terra ha favorito l’insorgere di parassiti che possono essere combattuti solo con potenti veleni. Quei veleni distruggono i parassiti ma restano per sempre dentro il frutto, nel pomodoro, nella melanzana, nel basilico, nel foraggio che serve ad alimentare la mucca che farà il latte impiegato per fare la mozzarella. Poi noi compriamo gli ingredienti, torniamo a casa e facciamo una bella parmigiana (n1 nella lista dei miei personal cranks) pensando che sia genuina perché l’abbiamo fatta noi. Invece è avvelenata.

“Se si vuole controllare un popolo basterà controllare il loro cibo” diceva Kissinger.

E’ il cibo l’ingranaggio cardine dell’economia, dell’ecosistema, della salute e della cultura.
La sottrazione di conoscenza e libertà alimentare avviene in ogni parte del mondo sia per i vegetali che per le carni e i pesci, da est ad ovest, da nord a sud, e non ci si cura della vita degli animali e non si tiene conto che quelle sostanze finiranno direttamente nel nostro piatto. E non illudiamoci del fatto che vivendo in piccoli centri urbani decentrati, dove presumibilmente tutto è prodotto da piccoli allevamenti, siamo esonerati dal consumo di alimenti contaminati.

Penso alla campagna antigraziosa da cui provengo, alle colture intensive, alle stalle affollate di frisone. No, no, non mi illudo stai tranquillo. Da mo’ ho sospetti.

Siamo tutte vittime del marketing, della comunicazione persuasiva, dell’idea di benessere che in verità è benessere economico per chi ce la somministra. Siamo ubriachi di televisione. E’ qui che si è operato il passaggio dalla natura – democrazia alimentare – all’industria – dittatura delle multinazionali.
Fooding cerca di ristabilire l’ordine della Democrazia Alimentare, cioè della libertà di potersi nutrire con alimenti sani e buoni e di non foraggiare le industrie che producono malessere. E’ ormai conclamato  come l’industria alimentare sia ancor più spietata di quella delle armi. Chi produce armi è esplicito nel suo intento, crudele, incivile, ma chiaro e aperto e chi non gradisce può prendere la sua posizione a riguardo. Quella alimentare invece no, uccide facendo finta di nutrire, dice di portare felicità invece porta morte, dice di sfamare il pianeta invece invoca il genocidio. L’uomo e le sue esigenze reali sono completamente staccate dal cibo che mangia.

Non lo dirò mai, a Nick, che sono entrata più di una volta da McDonald. Mai. Cambio argomento per stemperare.

Che musica stiamo ascoltando mentre parliamo?

Guarda che se la sonata per violino di Alfred Schnittke non ti va bene possiamo sempre passare a Dead Mou5e o a Charlie Parker. Aspetta, mi è venuta in mente un’idea, apro la selezione che mi porto dietro durante le serate: un canto della terra che si chiama Mayan Ganim di Ya Elah, un’orchestrale Basin Street Blues di Jimmy Smith, Gypsy Reggae di Goran Bragovich giusto per giocare un pochino, Strange Fruit Billie Holiday (remix di Tricky) una delle piu’ belle versioni che abbia mai sentito, Strawberry Fields dei Beatles che racconta del loro periodo “nostalgia”, di quando si era giovani e inconsapevoli e bastava vivere con gli occhi chiusi perché non ci si doveva preoccupare dei problemi del mondo, l’inno alla leggerezza insomma, e poi Expensive Shit del maestro Fela Kuti, uno straziante What is this thing called Love di Keely Smith con cui apro lo show, Stango e Sbronzo di Monsieur Caparezza che è giusto giusto il pezzo che cercavo per sottolineare certi momenti, Cirte di Bejay (pezzo introvabile in rete), Avila & Tequila di Art Blakey and Jazz Messengers in un Live at Cafè Bohemia che è sempre gioia a portata di mano, e per finire Where’re on the move di (mi inchino) Maceo Parker.

Penso che ci sia un qualcosa di ancestrale nel piacere che sia il cibo che la musica producono, non trovi? Questi due elementi fondamentali ce li portiamo dentro dalla nascita: una è la necessità primaria di una persona: la nutrizione, la costruzione del proprio corpo fisico; l’altra è il suono, il ritmo della terra, la musica dell’universo. Se l’arte figurativa definisce il DNA del nostro immaginario, il cibo e la musica costituiscono la struttura del nostro DNA fisico ed emozionale.
Quando vieni a sentirmi?

Eh, magari quest’estate… Posso resistere qualche giorno senza colesterolo insaccato, credo.

No, per me basta salame, ne riconosco la bontà e genuinità ma non ne sono ghiotto.
Pensavi fossi un fondamentalista? Certo che no, per mestiere io assaggio tutto, ma non mi nutro di certe cose. Quando fai il giro del mondo perché vuoi conoscere le culture dall’interno ti ritrovi a mangiare l’alligatore alle Bahamas, la tartaruga alle Cayman, una cosa che non posso dire, in Vietnam, una cosa che manco so che cosa è perché non me l’hanno mai voluto dire, in Cina, pesci crudi dal sinistro aspetto ma ottimo sapore, in Giappone, insomma, assaggio, conosco, sono un curioso.

Dove vai a fare Fooding Social Club? Voglio sapere tutto su Showcooking, Food Events, Workshops, Foodtelling, Social Eating…

Il Fooding Social Club all’inizio era solo un gruppo di persone che mettevo insieme, per lo più sconosciuti, e che invitavo a cena con l’unico intento di condividere un pasto sostenibile, pretesto di quello che gli anglosassoni chiamano Sobremesa, cioè del convivio post pasto, il momento della chiacchiera mentre si gusta il nocino. Poi è diventato un vero movimento, scambio di idee e opinioni.
Siamo stati chiamati a tenere corsi di Cooking Therapy in due istituti di riabilitazione psichiatrica e ad ottobre ho concluso un corso sulla dieta mediterranea per un noto istituto pugliese.
E’ stato tutto un divenire, anche l’attività politica che portiamo avanti, perché mangiare è, oltre che un atto sociale, un atto politico in quanto fare la spesa significa votare, è oggi un’attività a tempo pieno. Abbiamo appena terminato un progetto che si occuperà di didattica legata all’alimentazione naturale e all’anti-spreco in cucina. Lo sapevi che in Italia buttiamo nella spazzatura 1/3 della roba che compriamo? Cibo commestibile pari a 8,9 milioni di tonnellate di derrate alimentari. Oltre ad essere un costo per le famiglie, circa 500 euro all’anno, è un costo sociale e ambientale per il suo smaltimento. Roba da pazzi!
L’attività di FooDJ con l’Action Cooking è il mezzo che abbiamo per comunicare tutto questo in modo creativo, divertente, spensierato. Intanto facciamo informazione, anzi, infotainment.

La comunità che ruota intorno al cibo è varia e ampia, oggi soprattutto sul web. Come ti rapporti con la rete? 

Sia Nick Nicola Difino che Fooding Social Club vivono di rete, anche mentre parlo con te, ho sempre un occhio a facebook e a gmail. Noi siamo nati in rete ed è quella che usiamo per promuoverci. E’ un mezzo gratuito, che raggiunge tutti, ed è, fino ad oggi, più o meno democratico.

Che sedie… ehm… che pubblico hai? C’è interazione o sono solo spettatori? Ma soprattutto, che riscontri hai dopo gli incontri che organizzi?

Quando facciamo incontri a scuola con Fooding, ma anche quando faccio lezione come Il Prof Difino, odio fare il professorino frontale. Chiedo sempre interazione ed evito di essere io di fronte a loro, preferisco essere uno di loro. Insegno col metodo Open Source Technology o World Cafè, preferisco essere un facilitatore, lancio un argomento che poi viene sviluppato dagli studenti e insieme si trovano soluzioni nuove a problemi che magari non ci eravamo ancora posti.
Negli show, per via delle dinamiche e tempistiche, si preferisce tenere le redini di tutto in maniera più accurata, ciononostante il pubblico è sempre chiamato in causa.
I pubblici sono sempre diversi, pensa che a volte trovo anche gente a cui non gliene frega un fico secco di quello che sto dicendo, loro vogliono ascoltare la musica ma poi si ritrovano al centro di tutto.

Sei molto legato al tuo territorio e, allo stesso tempo, internazionale. Il tuo approccio alla cultura alimentare che radici ha? in che orizzonte si muove?

Le mie radici sono ovunque, la Terra è mia madre e non necessariamente la mia regione, o la mia città, anche se ci tengo a sottolineare la mia terronità, mi piace definirmi Pugliese.
Ho vissuto gli anni migliori della mia vita, quelli della formazione dell’uomo, a Londra a cui sono legato profondamente fino alla commozione quando non la visito per tanto, ho passato molto tempo tra Miami, Hong Kong e Tokyo, ho amato la Scandinavia, adoro la Francia e Parigi, sento la Spagna mia amica, ho ricordi indelebili del Vietnam e della Tailandia, molte delle mie emozioni sono legate all’India e a New York sono di casa, per cui, come faccio ad essere solo terrone?

Ora le domande assurde e più personali… In casa, che sedie hai? E perché?

In casa ho sedie bianche, poltrone bianche, sgabelli bianchi, divano bianco, cuscini bianchi. Tutto bianco, riflette la luce e non restringe il campo ottico, non direziona la creatività. Mi piace pensare alla mia casa come ad una tela ancora da dipingere, un piatto vuoto, una fotografia non scattata. Sono le cose e le persone a fare il mio colore.

Per immagine, se tu fossi una seduta, saresti una sedia, una poltrona, uno sgabello, un divano o una sdraio?

Sono un divano comodo e caldo d’inverno e un’amaca d’estate (che porto sempre con me in macchina e appendo ovunque vada).

Ti vedi più la sedia su cui gli altri possono sedere o alla ricerca della sedia su cui sederti?

La chaise c’est moi! Ma anche le sedie vorrebbero appoggiarsi ogni tanto ad un altro bracciolo, poggia testa o un cuscino di velluto.

Nella tua vita hai mai incontrato persone che son state per te una sedia?

Credevo di sì, ma poi invece…

Ci regali una sedia della tua vita? 

Lo sgabellino basso su cui sedeva mia nonna paterna, Maddalena, fatto in legno trovato in campagna e chiodi arrugginiti, lei ci ha passato la vita su quello sgabello. Lei era piccolina e minuta come uno schizzo a matita fatto su un foglio di carta velina immerso nell’acqua, coi capelli lunghi raccolti in uno chignon perfetto che non ha mai sciolto davanti a nessuno. A sera, quando tornava dalla campagna, si sedeva a quello sgabello dietro il suo banchetto ed insegnava a leggere e scrivere agli analfabeti del paese. Ha pure sposato un suo studente!
Faceva la scrivana (come Totò in Miseria e Nobiltà) anche, e fino a qualche anno prima della sua scomparsa avvenuta nel 1989 all’età di 99 anni e 9 mesi, prestava servizio per strada nel centro storico di Rutigliano. Praticamente, le signore che non sapevano scrivere (e ce n’erano tante), le mamme che avevano il figlio emigrato in America, o il marito in Germania, oppure il fratello al nord a cercar fortuna, andavano a farsi scrivere le lettere da mia nonna. Quello sgabellino e quel desco hanno sentito piu’ storie di quante ne possiamo raccontare noi nella nostra vita.
Subito dopo la sua scomparsa, la casa di mia nonna crollò per un problema strutturale, e tutta quella letteratura umana fu seppellita e successivamente portata in discarica (in mia assenza). Non so che darei per quello sgabello.Vi voglio regalare la sua immagine.

Nooooo, Nick, non ho portato il dolce… dimmi che l’hai portato tu…

Pere Abate marinate nello zenzero fresco e limone, due chiodi di garofano (non di più), cioccolato 85% fuso a bagnomaria, graniglia di mandorle tostate, foglia di mentuccia fresca.
Mezzo bicchierino di Nocino fatto in casa.
GastrOrgasmo!

Ormai ciucca penso al cugino Gianfranco, vegetariano quando ancora i vegetariani erano considerati eccentrici, mentre mangia la lepre in salmì di sua madre, irresistibile… 

GastrOrgasmo anche a te, Nick. Prosit!
Info:

Fooding Social Club
> il sito: www.foodingsocialclub.it
> su facebook

Annunci

6 pensieri su “Intervista a Nick Nicola Difino

  1. Vabbé, vado d'istinto, che la Geroldi mi sa troppo bene. L'altro giorno tra me e il mio facebook dicevo che il marketing era il male assoluto.
    Mò mi viene da pensare leggendo questo articolo che potrebbe esistere, e magari già esiste, un marketing etico e buono. Catà, fammi sapere, se è già così, e se è stato codificato.
    Poi vedo il foodingsocialclub, e mi domando, ma sembra che si rivolgano solo ai consumatori, e i produttori? chi insegna il marketing agli agricoltori? Ne approfitto del fatto che la Gerò mi ha ordinato di scrivere senza approfondire, e quindi la butto qui. E ci metto anche un'altra idea che mi frulla in testa da un po'. Crowdfunding, e la associo agli agricoltori. Come dire, fare una campagna per il raccolto, io utente foodingsocialclub te lo finanzio così, il raccolto bio, e tu hai i fondi per pagarti tutto, e magari anche una assicurazione per le grandinate.

    In tutto questo pasticcio parto per la tangente e divago, e ci metto dentro anche una delle cose che potrebbe funzionare, nella costituzione di un decalogo del marketing etico, dire la verità, sempre e comunque, come questo articolo che ho letto l'altro giorno dimostra: http://www.ninjamarketing.it/2012/12/16/il-peggiore-hotel-del-mondo-lhans-brinker-ad-amsterdam/

    E poi finisco le divagazioni con questo video, che mi fa pensare ancora, e ricollego anche qui al tutto. Se questo fantomatico marketing buono è un'idea valida, e se un'idea è anche un virus, come sfruttare il meccanismo di cui si parla nel video per far diffondere idee che meritino la riproduzione non tanto per il bene dell'uomo, ma della terra? http://www.youtube.com/watch?v=NwEZK-WOYio

    Certo di aver detto un monte di banalità e cavolate, il vostro Carlo

  2. ps: il crowdfunding per gli agricoltori in parte lo fanno già i GAS, ma molto in parte, e non bene, almeno dalle mie parti (ci sono passato). Meglio al nord, con gli orti condivisi, ma anche là non attraverso piattaforme di crowdfunding, che io sappia.

  3. tempo fa avevo letto di una specie di pacchetto…tu pagavi per il tuo appezzamento di orto, lo davi in gestione, e ti arrivava la cassetta con le tue cose

    io so che i servizi di consegna della verdura bio a casa non consegnano in orari a me favorevoli. quindi non se può fa. e di impiegare il sabato e la domenica a cercarmi il contadino, scusa ma sono troppo urbanizzata per farlo. ma la mia realtà è milano, quella di nick è più favorevole.

  4. il di più è che le piattaforme di crowdfunding sfruttano al massimo due cose che i gas di solito non hanno troppo nel DNA: l'attitudine alla viralità e al marketing e lo sviluppo di progetti ben organizzati e modulari, che sono gli unici che funzionano sulle dette piattaforme. Molti dei GAS che ho frequentato erano disorganizzati e non venivano incontro alle esigenze dei consumatori cittadini, come hai detto tu

I commenti sono chiusi.