Intervista a Dario Scarpati

Dunque, vediamo. Tracce di Dario Scarpati in rete… si trovano alcuni filmati buffi ma, soprattutto, il suo nome è presente in siti serissimi che parlano di archeologia e accessibilità museale. E viene il dubbio: quanti Dario Scarpati ci sono? Chi ci ha dato la dritta aveva ragione, il metodo che si è inventato questo archeologo romano è davvero innovativo e anche un po’ visionario. Che tipo è questo Dario? Lo rincorriamo tra sedie d’ufficio e poltrone di treno, no, non è decisamente un contemplativo. E i sui progetti vanno raccontati, divulgati, condivisi. Eccoci perciò, divertite, a fare il nostro dovere.

Siediti e dicci: Chi sei, che cosa fai?


Cominciamo subito con una domanda difficilissima!!! Definirsi è sempre un po’ riduttivo e si scrive solo quello che ci piace di più. Comunque, direi: sono un archeologo che ha avuto la fortuna di coniugare la propria attività di ricerca con il sociale. Ho sempre ritenuto che i nostri “datori di lavoro” siano gli abitanti di questa terra (cui i beni pubblici appartengono!!!) e quindi, di conseguenza, provo a restituire loro almeno il gusto che provo a lavorare in questo campo.

Se penso all’archeologia, penso ad un’attività sedentaria, ad un lavoro paziente di studio, di scavo, di ricostruzione. Tu dici: “L’archeologia usa le mani, la testa, la pancia”. Mi spieghi in che modo, quali sono le potenzialità di questa scienza?

Sedentario… quando sei in fase di studio. Ma mica tanto quando scavi, d’estate, sotto il sole, quella decina d’ore. A me gli scavi all’ombra non sono mai capitati!
Paziente, sì… ci vuole sempre una bella concentrazione ed attenzione. Ma ti potrei raccontare anche un sacco di scherzi: tipo una ranocchietta infilata nella vasca dove le nostre colleghe stavano lavando i cocci, mai fidarsi degli archeologi!
Si, l’archeologia usa mani, testa e pancia; può rivolgersi a tutti usando i loro linguaggi. In un certo senso è un quotidiano antico che si attualizza ogni volta. Per semplificare: cerchiamo di conoscere la quotidianità del mondo antico e cerchiamo di capirla con la nostra esperienza. Ma non sempre gli archeologi sono bravi a comunicare!

Parlaci delle iniziative che organizzi con i disabili nei campi archeologici. Tieni conto che io sono impreparata sulla disabilità, per me è un’etichetta generica. Immagino che i tuoi progetti non raggruppino persone con disabilità diverse. Come strutturi i progetti? Quali sono i benefici per queste persone?

Oggi ho fatto una specie di lezione ad un gruppo di psicologi che lavorano con le disabilità… è durata 4 ore. E’ vero, disabilità è un termine molto generico; ad esempio un ingegnere nucleare di fronte ad una classica didascalia dei nostri musei ha una disabilità cognitiva grave (talvolta, dicono, anche comportamentale perché ha picchiato chi l’ha scritta. Secondo me ha fatto bene!!!).
Nei laboratori che abbiamo aperto lavoriamo principalmente con ragazzi con disabilità cognitivo-comportamentali, preparando un progetto individuale per ciascuno di loro, all’interno di un progetto complessivo che li (ci) riguarda tutti. L’archeologia è uno strumento (mai una cura!!!) che può risultare utile per implementare le abilità manuali, relazionali, cognitive. E’ un lavoro che implica la fisicità del contatto con la terra e con i materiali; il lavoro in un team (il gruppo) in cui ognuno ha il proprio ruolo (l’individuo). Bisogna conoscere e ri-conoscere. Insomma, ognuno ha sufficiente pane per i suoi denti.

Da quanto lavori con i disabili? Che progetti hai in corso, ora?

Dal 1990, quando sono stato mandato come Obiettore di Coscienza in Croce Rossa. E, da allora, non ho più smesso, anche se sono spesso cambiate le forme del lavoro. Ho iniziato con una ragazza su carrozzina che mi ha aperto la porta e non ho capito nulla di quel che mi ha detto… e che poi mi ha insegnato come capirla al telefono.
I progetti che sto seguendo seguono principalmente due strade: da una parte continuo le attività di laboratorio, che sono uno stimolo continuo e necessario; dall’altra sto lavorando sempre di più nel campo dell’accessibilità museale. Posso invitarvi a vedere la pagina facebook di ICOM Italia – Commissione Accessibilità Museale?

Ho in programma un post su un fotografo che ha pubblicato un progetto sui custodi dei musei russi: delle sfingi, in pratica. Anche il museo, a parte qualche eccezione, è un luogo tradizionale di calma e riflessione. Qual è la situazione in Italia riguardo all’accessibilità dei luoghi della cultura? Quali sono le eccellenze e quali le situazioni peggiori?

L’Italia ha ottime leggi e pessime realizzazioni, in tutti i campi. Il nostro non sfugge a questa regola. C’è qualche attenzione all’accessibilità “fisica”, poca a quella sensoriale, quasi nulla a quella cognitiva. Voglio dire, si riesce ad entrare nei musei, ma troppo spesso non vi è motivo di entrarvi. Non ci facciamo mai la domanda: perché qualcuno dovrebbe entrare qui; preferiamo consolarci con il “ma perché non entrano?”.
Comunque ci sono anche delle belle realtà. Nella pagina facebook di  ICOM Italia stiamo provando a raccontarle e a metterle in rete. Se chi legge conosce musei “virtuosi” o che almeno ci provano – anche questo è importante! – ce li segnali!

Se ho googolato sulla persona giusta (pensa che figura, magari non sei tu!), mi risulta che tu sia coinvolto anche in progetti teatrali. Anche qui ci sono sedie: sulla scena e in platea. Che ci fa un archeologo su un palcoscenico? Che riscontri hai da parte del pubblico?

Beccato! Si, sono io, anche se dell’attore… ho solo il cognome. Il teatro mi piace tantissimo, sia da spettatore sia provando a recitare. Sono un vero dilettante: mi diletto proprio tanto! Già, ci sono sedie… anzi, una volta ho fatto anche un arzillo e rimbambito vecchietto munito di sedia a rotelle che imperversava sul palco rompendo assai le scatole a tutti… Non si chiede all’oste se il vino è buono… e, siate bravi, non chiedetelo neanche in giro…

Ma tu fermo calmo e tranquillo ci stai mai? Su che sedia lavori? è scelta o casuale? influisce su quello che fai?

Fermo… proprio non ci riesco! Calmo e tranquillo direi che lo sono abbastanza. Lavoro su una poltroncina da ufficio, comoda ma non eccessivamente; non lo so se l’ho scelta io o se mi ha scelto lei. Però mi piace! E’ accogliente ma non avvolgente. Va benissimo per un tipo un tantino irrequieto come me.

Adesso le domande assurde che toccano a tutti. In casa, che sedie hai? E perché?

Ho delle sedie bianche, di legno, direi classiche. Ho cambiato casa e sedie un sacco di volte; forse stavolta mi fermo un po’ di più, ed anche le sedie sono meno “garibaldine” di tutte quelle che ho avuto.

Per immagine, se tu fossi una seduta, saresti una sedia, una poltrona, uno sgabello, un divano o una sdraio?

Uno sgabello, senza dubbio! Con le ruote e pure girevole.

Ti vedi più la sedia su cui gli altri possono sedere o alla ricerca della sedia su cui sederti?

Non lo so; sicuramente qualche volta sono o sono stato sedia. Ma il desiderio di trovare una qualche sedia giusta giusta per me è comunque sempre presente.

Nella tua vita hai mai incontrato persone che son state per te una sedia?

Caspita, si! Direi tutte le persone con cui condivido ed ho condiviso pezzi della mia storia. Ognuno è quel che è anche in relazione con quanto gli è capitato nella vita. Tante volte qualcuno si è seduto su di me, ed almeno altrettante mi sono seduto io su qualcuno. E tutto questo, ti dico, mi piace!

Ci regali una sedia della tua vita? 

Oggi sembra proprio cominciato l’inverno, ed allora la sedia che ti “regalo” è questa: estate, mare, SDRAIO!!!, tolgo gli occhiali e comincio a immaginare…


Info:

ICOM Italia – Commissione Accessibilità Museale

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