Intervista a Daniele Devoti

Design e narrazione, che strano binomio. Di solito siamo abbagliati dalle forme, dai colori, dalla fama dei prodotti e dei personaggi.
Con Daniele Devoti riportiamo il design alla storia, alle storie. Lui ci incanta così:

“Oggi vi racconto la storia di una sedia. C’era una volta un architetto amante dei sigari, nato nel 1886 ad Aquisgrana in Germania. Era talmente bravo che venne nominato direttore della più bella scuola di design degli ultimi 200 anni. Era un architetto particolare, non amava le decorazioni e gli stucchi, il suo motto era “Less is more” ovvero “meno è meglio”. Le sue case erano minimaliste, prive di fronzoli. In esse i volumi e i materiali regnavano incontrastati nello spazio compositivo: tutto era funzione, nulla era superfluo. Nel 1929 la Germania decise di affidare la costruzione del suo padiglione per l’Expo di quell’anno a Barcellona proprio al nostro architetto. Prima d’accettare l’incarico si sedette e fumò un intero sigaro, poi iniziò a disegnare. Era la sfida più esaltante di tutta la sua carriera, doveva costruire un padiglione che rappresentasse la sua Nazione. Quello che costruì fu qualcosa di incredibilmente originale per il 1929, un edificio che non era un’abitazione, né un magazzino, né uno spazio espositivo.

Era un fabbricato senza finestre e senza porte, non aveva mattoni né tegole, era sprovvisto di funzione, non aveva un bagno ed era privo di stanze. Era un volume delimitato da lastre di marmo, vetro e acciaio con accanto una vasca d’acqua, uno spazio proporzionato e sorprendente.
La fama del suo edificio si diffuse ancor prima che fosse costruito, raggiunse perfino i reali spagnoli che espressero la volontà di visitarlo. Quando comunicarono questa notizia all’architetto fece un sobbalzo facendo cadere la cenere sul tavolo da disegno, si narra che abbia esclamato “Cazzo, no!”. Sapeva che il protocollo reale imponeva che i reali si potessero sedere e ovviamente non erano previste delle sedie in quello spazio così perfetto da pareggiare per bellezza con il Partenone. Non era possibile inserire delle sedie esistenti, era necessario creare dei modelli altrettanto perfetti che non stonassero all’interno del padiglione.
Non si perse d’animo e iniziò a progettare due sedie per le reali chiappe. “

Se siete curiosi di conoscere la storia completa della sedia per le reali chiappe, andate a leggerla su devoti.it. Ma prima, se vi va, conosciamo insieme Daniele.

Siediti e dicci: Chi sei, che cosa fai? 

Mi chiamo Daniele Devoti sono architetto e mi piace raccontare storie legate al design e all’architettura.

Nel tuo campo professionale le sedie hanno un ruolo importantissimo. Scommetto che quando entri in una casa ti fai un’idea di chi la abita ad una prima occhiata…

Le sedie hanno un ruolo importante non solo nella vita professionale, ma nella vita di ogni persona. Penso che appena l’uomo raggiunse la statura eretta sentì il bisogno di sedersi.
Nulla è più antico del concetto di “sedia”, poi con la successiva invenzione della ruota sono state create le sedie da ufficio.
Le sedie e più in generale i pezzi di design non definiscono le tipologie di persone, ma la loro aspirazione.
La gente comprando certe sedie prodotte da un designer piuttosto che da un altro non lo fa perché queste
rispecchiano la loro personalità o i loro interessi, ma perché il progettista incarna le loro aspirazioni ad una vita diversa, migliore. Il prodotto di design incarna questa aspirazione.

Questa intervista nasce dalla lettura di un tuo post, in cui racconti la storia di una sedia. Ci racconti qualche altra storia relativa alle sedie di design, qualche fatto curioso legato a questo oggetto?

Ogni sedia, ma più in generale ogni prodotto di design, ha una storia alle spalle. Ritengo queste storie molto più divertenti di una classica descrizione dell’oggetto in sé.
La sedia Thonet, per esempio, è la storia di una piega. La Sedia Barcelona di Mies van der Rohe è la storia di due sederi reali. La Navy Chair 1006 è la storia di un volo dal sesto piano.
Potrei andare avanti all’infinito, ma mi fermo qui per non annoiarvi troppo.

Nelle interviste pubblicate su questo blog si parla a volte di sedie di design, ma a farla da padrone in realtà sono le sedie-memoria: quelle ereditate, quelle ricordate, quelle restaurate, quelle acquistate nei mercatini. Cosa pensi del recupero degli oggetti? è solo moda?

Ogni sedia è una sedia-memoria, la differenza è che esistono due tipi di memorie: quella condivisa e quella personale. Quest’ultima è più forte e quindi è più facile avere un rapporto empatico. La prima, quella condivisa, è una memoria tipica del design. Faccio un esempio sempre sulla sedia Barcelona: la sua forma richiama immediatamente la sedia utilizzata dagli antichi egizi, per poter comprendere la memoria condivisa serve una certa cultura e sensibilità, mentre la memoria personale è naturale in noi.
Ogni oggetto riutilizzato implica l’uscita dalla logica del consumo e questo è sempre un bene
indipendentemente che sia una moda o meno.

Tempo fa leggevo su facebook: “ha ancora senso progettare una sedia, oggi”? Riciclo la domanda.

Certo che sì. Progettare una sedia significa anche rappresentare la personalità di chi si siederà e ci sono circa 7 miliardi di personalità nel mondo.

Tu su che sedia lavori? è scelta o casuale? influisce su quello che fai?

Quando lavoro sono abbastanza liquido, ovvero mi adeguo al contesto in cui mi trovo, spesso è la poltrona di un treno, altre volte una banalissima sedia da cucina, altre ancora una panchina in un parco o uno sgabello di un bar rumoroso. Ma la mia sedia di lavoro preferita rimane sempre la sdraio in spiaggia.

In casa che sedie hai? Con che criterio le hai scelte?

In casa non ho sedie, ma solo divani.

Per immagine, se tu fossi una seduta, saresti una sedia, una poltrona, uno sgabello, un divano o una sdraio?

Sarei uno sgabello, perché per sorreggere una seduta bastano tre gambe e io odio il superfluo.

Ti vedi più la sedia su cui gli altri possono sedere o alla ricerca della sedia su cui sederti?

Sono sempre alla ricerca, la curiosità mi spinge ad essere in continuo movimento verso nuove esperienze.

Nella tua vita hai mai incontrato persone che son state per te una sedia?

Fortunatamente ho incontrato solo persone/poltrone e ogni volta è stata un’esperienza comodissima.

Ci regali una sedia della tua vita? 

La prima sedia che ho utilizzato, per la precisione era un seggiolino per bambini. Era progettata male e mi ha danneggiato la colonna vertebrale. In quei anni in Svizzera (dove sono nato) non c’era molta attenzione all’ergonomia degli infanti.

Continueremo a seguire Daniele Devoti, specialmente quando racconterà storie di sedie. Per esempio…

“Sono poche le sedie che lanciate da una finestra al sesto piano non si rompono e nel 1940 c’era solo una capace di resistere a quell’impatto. Questa sedia ha una storia particolare che l’ha trasformata in un’icona americana. C’era una volta la seconda guerra mondiale e le forze navali americane erano impegnate in un conflitto epico dove perfino Superman lottava contro le dittature dell’Asse. La Marina americana era impegnata in un imponente organizzazione logistica…”

La storia della Navy Chair 1006 continua qui, andate a leggere!

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2 pensieri su “Intervista a Daniele Devoti

  1. Mi piace pensare che tu in casa abbia solo divani e poltrone e non sedie come dici, per cui chi passa da te non viene per una visita veloce, ma viene per parlare con te o meglio per sapere di te: interessante

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