F come Filtro

Due uomini. Due uomini impegnati in quello che dovrebbe essere una specie di dialogo. Uno dei due sta in posizione scomoda. Talmente scomoda da risultare dolorosa, se la faccenda dovesse prolungarsi troppo. Racconta pezzi di vita pescando con fatica parole adatte, locuzioni misurate eppure bastanti. Perché è della propria vita che parla, del suo mondo interiore e intimo e in questa esposizione si trova ad esser lui per primo censore di se stesso, inquisitore e giudice di questo agire scellerato, da esibire suo malgrado.
Il secondo uomo ascolta, o almeno dovrebbe. La sua postura è retta, anche se quanto non è dato sapere, e certamente comoda rispetto all’altro. Gli potranno tuttalpiù dolere le chiappe, certo non sentirà sgranocchiare i menischi. La sonnolenza, quella sì che lo insidia. Fa di tutto per mantenersi sveglio, annoiato dal susseguirsi di tormenti altrui, la mente altrove, forse nelle proprie tempeste o in un limbo insoddisfatto, chissà. E’ lontana ormai quella prostrazione giovanile, quando partecipe di cotante pene si appesantiva di fardelli indesiderati e inutili. Vien da pensare che se quei due si guardassero negli occhi la condivisione della mimica facciale e dei gesti aiuterebbe. Di certo il primo uomo renderebbe il racconto più interessante, meno esitante e balbettato, forse gesticolerebbe e addirittura cercherebbe un contatto con l’altro, gli toccherebbe un braccio, proverebbe a stringergli una mano. Sicuramente costringerebbe il secondo ad esprimersi in un’attenzione reale o in un sincero e liberatorio menefreghismo. Sarebbe almeno un incontro, uno scambio umano. Invece uno sta con la faccia rivolta verso una grata, che non nasconde gli occhi, ma l’orecchio del secondo uomo e che anche se non esistesse, quindi, sarebbe lo stesso. Tra uomini così è, si parla, si cerca un aiuto, comprensione, una risposta. Ci si svela e ci si avvicina. Ma quando la sedia è strumento di potere e stabilisce ruoli codificati conferendo autorità, i dialoghi si filtrano e le parole corrispondono meno del solito ai pensieri. Tutte le sedie, ma proprio tutte, hanno bisogno di un lungo lavoro per modulare la propria voce libera. Non basta una vita, e (che beffa) abbiamo solo questa!

Annunci