E come Extracontesto

E’ un barista ruvido. Se ne sta lì taciturno e peloso. I suoi clienti gli somigliano: esigono poche parole, possibilmente soltanto una (“cacao?”), velocità e brioche decenti, surgelate ma commestibili. 
La russa ex bella, ormai ammogliata e annoiata in Italia, occupa il suo angolino abituale sbadigliando, accavallando le gambe stivalate e chiedendo un caffè d’orzo dietro l’altro. Si capisce che ha familiarità con il tenero scimmione ma non pare esserci niente di elettrico tra i due. Potrebbe esserci un codice d’onore di mezzo, amicizie maschili e patti virili e possessivi (“me la controlli?”) ma lei perché non va altrove viene da chiedersi; qualche spiegazione in quella anomala presenza fissa c’è di sicuro, ma inutile chiedere al tozzo sopraccigliuto, non sgancerebbe un dettaglio, quindi si resta in dubbio e si fanno ipotesi sorseggiando il cappuccino per poi liberarsi del pensiero come con il fazzolettino nel gettacarta, già lontani non appena usciti di lì. Ma si rinnova, la domanda, ogni mattina, quando lei ancora sta là e lui tace, peloso. Ogni mattina un’ipotesi diversa, a meno che non entrino avventori che distraggono e rubano la scena. Quando entra, il tizio che fa colazione con il camparino non ha neppur bisogno di chiedere, si avvicina al banco, emette aria dalle narici ed è subito servito. Con lui, nemmen quell’unica parola. Stessa intesa con la maestra d’asilo che guai! non le parlate quando è fuori dalla classe! Tutti lo sanno e non si è scortesi fingendo di non vederla mentre legge il giornale e si sbrodola. Poi c’è la vecchia. Non importa quale, sono tutte uguali. Quelle altro che monosillabi, altro che economia della ciarla, quelle vogliono conversare e allora il Pino soffre – che Pino si chiama l’irsuto barista, un nome da buono – e allora si affatica e si sforza e distribuisce sconforto ad ogni frase basica, soggetto, verbo, complemento oggetto, nulla di troppo articolato.
Il Pino sta bene a tutto il quartiere, fa parte dei lussi piccoli commisurati alla crisi, è succursale di casa quel baretto dozzinale di semiperiferia, in quella parte di città che non ha l’obbligo di farsi set di evento ed è perciò rilassata, ingrugnita fino almeno alle dieci ma tutto sommato autentica. 
C’è una sola nota stonata nel bar del Pino, anzi sedici: sedici seggioline di legno laccate in colori vivaci, acquistate tempo fa con la probabile missione di vivacizzare l’ambiente. Quando l’argomento russa è esaurito e non entra nessuno cade l’occhio su quelle e la domanda ritorna insistente, quella davvero sì senza risposta: Pino, tu non sei il tipo, perché questo sforzo se nessuno te lo chiede?  

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