Intervista alle Mad Emoiselle Sarabande

Queste belledonne possiamo presentarvele in prova…

…si ma vogliamo vederle in faccia!

…o all’opera (con doppia seduta, qui non si lesina)…

No, reset.
Prima le facciamo un po’ parlare, poi ve le facciamo anche vedere e ascoltare. Perché sono brave, belle e un po’ teatrali. E pure tanto simpatiche, chiacchierone e di certo sedute. Ecco a voi le Mad Emoiselle Sarabande. Che Donne.

Accomodatevi sul vostro sgabello doppio e diteci: chi siete? che cosa fate?

Eccoci belle accoccolate sul nostro trespolino: siamo due bambine cresciute, con qualche rughetta sotto gli occhi (sarà il troppo ridere!) e troppa …ops… pardon, tanta voglia di giocare! Ebbene si, a noi piace giocare e abbiamo trovato nella musica a quattro mani il balocco più versatile e divertente che esista per due amichette del cuore come noi.
Siamo cresciute insieme. Fin da piccole abbiamo frequentato la stessa insegnante di piano, abbiamo affrontato unite in simbiosi esami, concorsi, competizioni, gioie e dolori musicali.

Con il tempo ci siamo accorte di essere legate da un filo sottile, direi quasi un sortilegio. Ci siamo rese conto che le nostre vite erano incredibilmente simili: stesso amore tormentato finito in coincidenza, stesse amicizie, stessi errori, stesse fissazioni e gradevoli ossessioni.
Queste coincidenze, chiamiamole così, ci hanno spinto ad approfondire il rapporto sempre più fino a scoprire la magia fra noi due… ed ecco svelato il perché da amiche siamo diventate un duo a quattro mani. Più stiamo insieme e meglio stiamo. Siamo come delle batterie che si alimentano l’una dell’altra! Dal 2007 suoniamo fisse a quattro mani su un solo pianoforte.

Da dove viene il nome Mad Emoiselle Sarabande? 

Il nome è spudoratamente ispirato ad uno dei nostri compositori preferiti, Claude Debussy, francese del diciannovesimo secolo. Quando abbiamo deciso che il nostro duo aveva bisogno di un’identità più precisa del consueto “duo pianistico a quattro mani composto da Carlotta Forasassi ed Elettra Capecchi”, la priorità è stata scegliere un nome che ci identificasse in una persona sola, scelta ambiziosa ma fulcro del nostro suonare insieme. Da lì poi l’ispirazione al mondo della musica che ci piace suonare, Debussy appunto, che si divertiva a usare lo pseudonimo di Monsieur Croche (il signor Croma) per scrivere recensioni al vetriolo su riviste di musica del novecento. Dunque noi abbiamo scelto l’appellativo Mademoiselle perchè ci piace giocare ad essere “signorine bon ton” e Sarabande perché la Sarabanda è una danza antichissima, in tre tempi ma con l’accento sul secondo tempo, e questo le dà un carattere accattivante e destabilizzante per chi ascolta. Sembra provenga dall’antica Persia, era comunque presente in tutte le Suite di Bach ed è arrivata sino a Satie, una delle sue Gymnopedie più conosciute è appunto una sarabanda.

Quali sono i vostri riferimenti e come vi ponete nei confronti di chi ha un cosiddetto approccio pop alla musica classica?

L’approccio pop alla musica classica non ci appartiene. Quello di Giovanni Allevi, per esempio, non è un modello a cui aspireremo mai. Abbiamo un approccio di grande rispetto verso la musica classica, il che non ci impedisce di interpretarla per quello che siamo, pianiste dell’oggi. Mozart su tutti ci ha insegnato che nella musica si trova tutto, il pathos, il divertimento, l’irriverenza, il più cupo dei sentimenti. In un adagio di Mozart si trovano sentimenti eterni, il languore più intimo nella forma più perfetta, in un notturno di Chopin trovi l’amore con la A maiuscola, in una fuga di Bach trovi l’incastro magico. Il nostro approccio ogni volta è quello di immergersi in tutto questo, senza niente di più, senza niente di meno.

Come si svolge una vostra esibizione? ma soprattutto… vi portate lo sgabello da casa o vi adattate? 

La dinamica di un nostro concerto non è mai la stessa, rischieremo di annoiarci. Così troviamo sempre alcuni dettagli che facciano la differenza. A volta prepariamo una coreografia particolare oppure ci divertiamo ad improvvisar sul momento in base alle sensazioni che vibrando ci arrivano dal pubblico. Si capisce subito se una serata sarà più divertente o meno.
Spieghiamo i pezzi che suoneremo durante la serata, e poi li eseguiamo; sia chiaro, senza fare le maestrine dalla penna rossa eh, anzi al contrario cerchiamo confronto continuo con il pubblico. Scaviamo nelle nostre conoscenze, studiamo e leggiamo continuamente per passare la nostra passione dapprima attraverso le parole e poi grazie alle note e alla musica. La forza sta forse nel fatto che umanizziamo e attualizziamo quello che suoniamo, rendendolo fruibile ed accattivante. Quando ci troviamo di fronte ad un pubblico di neofiti appassionati ci concentriamo su argomenti non propriamente accademici; ci piace soffermarci su dettagli più irriverenti e sulla fitta aneddotica che circonda la vita degli autori classici e le loro creazioni.

Per quanto riguarda il panchetto che dire: dove c’è un pianoforte in genere c’è un panchetto… ma noi siamo due quindi ne portiamo sempre uno girevole marrone sgarrupato ma assolutamente unico!

Questo fatto delle esibizioni nelle case private è curioso… potete raccontarci tantissime sedie! Intendo in modo traslato anche i “seduti”, ossia i personaggi con cui avete a che fare, e i vari ambienti.

L’idea dei concerti a casa di amici e conoscenti riprende in realtà un’abitudine romantica, nell’ottocento i pomeriggi domenicali si trascorrevano andando nei salotti privati ad ascoltare i musicisti che suonavano per i padroni di casa e i loro ospiti tra un thè e un bignon. L’idea di provarci è venuta a Carlotta e dal suo progetto Concerto intimo che propone appunto “invasioni” di musicisti classici in case di privati. Abbiamo iniziato a casa di amiche e, da lì, un passaparola affettuoso e inaspettato ci ha portate in atelier di moda (Clotilde), in cortili condominiali a suonar sotto un ciliegio, persino a Milano per Piano city in uno dei tanti house concert.

Chi ci ascolta spesso siede a terra, su morbidi cuscini o su tappeti, le sedie e le poltrone sono un privilegio di pochi. A noi piace tantissimo suonare così, si sentono i respiri di chi ascolta, si sentono i commenti, i bicchieri che si appoggiano in terra o si rompono, si respira l’atmosfera ideale per un musicista.

L’ambiente che avete intorno condiziona la vostra performance? Io non vi ho mai visto dal vivo ma vi immagino frizzanti, spiritose, femminili, aggraziate. Se è così, contribuite a dare un’idea diversa della donna di spettacolo. Raccontatemi come reagisce il pubblico al vostro fascino. 

La reazione del pubblico è stata ed è sempre una sorpresa anche per noi. Noi non facciamo altro che essere noi stesse quando suoniamo e soprattutto quando intratteniamo il pubblico con le nostre chiacchere. Come siamo in prova, così siamo in pubblico senza tante sovrastrutture; la serata si costruisce da sola. Seguiamo le vibrazioni del momento, delle persone che ci ascoltano, che ci guardano ed è per questo che il pubblico ha un ruolo direi fondamentale nella riuscita o meno di una serata.
Siamo assetate di energia da metabolizzare e trasformare. Lo scambio con chi ci ascolta è vitale, ma mai banale e mai falso!
Se siamo spiritose frizzanti femminili e tutte quelle cosine belle che ci hai detto ce lo devi dire tu!! Noi si arrossice…

A proposito di sedie e di momenti in cui si sta seduti e concentrati: componete, anche? 

Ahahhah! la composizione è per noi un mondo lontanissimo… a volte ci mettiamo a far le “grulle” durante le nostre ore di studio insieme, iniziamo a buttar note miste a battiti di mani, stridor di voci, risate e tum tum dei piedi… ma tutto finisce lì. la musica classica è un archivio di meraviglie che ci piace scoprire continuamente, in questo siamo devotamente adoranti di tutto quello che è stato scritto dal ‘600 in poi, quando andiamo in viaggio ci piace riportare spartiti, appena possiamo andiamo a sentire concerti dei grandi interpreti dei nostri tempi, Krystian Zimerman e Martha Argherich in primis… aprire lo spartito delle sonate di Beethoven, per esempio, è come avere le pareti di casa tappezzate da quadri di William Turner. Cos’altro chiedere?

Ho sbirciato le vostre fotografie. Avete un’immagine con belle luci, atmosfera, ironia. C’è qualcuno che ve la cura? La solita factory che ben conosciamo (e che ci piace tanto)? E avete sedie e poltrone, mi pare!

La nostra immagine nasce fondamentalmente da noi due, dal nostro gusto e dalla nostra voglia di giocare e travestirci. Da sempre cerchiamo piccoli dettagli che ci rendano giocose ma attendibili (intendo come pianiste, eheheh).
Abbiamo conosciuto le stiliste di Clotilde nel 2009 e ci siamo subito innamorate delle loro creazioni fantasiose e che rispecchiano il nostro modo di essere. Gli abiti trasformisti, le fantasie lineari, le linee morbide e femminili ci hanno ammaliato da subito. Abbiamo suonato per una loro sfilata e da allora ogni volta che abbiamo bisogno di qualcosa di speciale ci rivolgiamo a loro.

In tempi recenti indossiamo spesso anche i capi di un altro brand: Studiopretzel. La sua ispirazione è molto più rigorosa e se possiamo dire “zen”. Tessuti morbidissimi ci accolgono e ci coccolano comodamente durante i concerti, proprio come le poltroncine colorate set dell’ultimo shooting nell’atelier di Clotilde per l’appunto!

 

Non potete sottrarvi alle domande più giocose e demenziali. Che seduta è il vostro duo? e come si relaziona con il resto del mondo seduto?

Mad Emoiselle Sarabande è sicuramente una seduta per due, un panchetto doppio o piccolo non fa differenza, bisogna entrarci in due e senza sforzo riusciamo a trovar la posizione giusta che fa star comode in pochissimo spazio. Tutti quelli che ci ospitano e che collaborano con noi sono il più morbido dei prati, il più grande dei tappeti ma sopratutto un’amaca che ci culla sospese.

Che sedie vi sentite individualmente?

Carlotta: Carlotta indubbiamente è una sedia comoda e scomoda al contempo, una seduta inaffidabile… una sedia che si trasforma: dei giorni è una comoda poltrona di pelle marrone morbida e accogliente, altri giorni si tramuta nella seduta di un fachiro… chiodata!
Elettra: intanto io, Elettra, non condivido affatto la visione di se stessa della sedia che mi sta accanto e che si chiama Carlotta… la sedia che conosco io è una seduta sempre comoda, anzi, comoda non è il termine adatto, io penso che Carlotta-sedia possa essere quello che è per i bambini un’altalena… una seduta irresistibile, la conosci e finché non ti gira la testa non scendi.
Riguardo a me, la seggiolina rossa, ho sempre grosse difficoltà a trovare una definizione ma posso dire quello che mi piacerebbe essere, una panchina in un parco pubblico, una di quelle arrugginite, con le stecche di legno, una di quelle che ha le iniziali incise addosso dove vanno gli adolescenti a darsi i primi bacini o i vecchi a riposare… l’importante sarebbe avere un grande albero da frutta a farmi ombra.

Continuando a giocare, vi vedete più la sedia su cui gli altri possono sedere o alla ricerca della sedia su cui sedersi? 

Sicuramente noi siamo reciprocamente l’una per l’altra la sedia e colei che siede… e questo è per noi la fortuna più grande. Poche altre persone nella vita son sedie su cui stare stravaccate… una su tutte le gambe dei nostri babbi.

Nella vostra vita avete mai incontrato persone che son state per voi una sedia? 

Si va nel patetico adesso ve lo dico eh…
Le attuali sedie sono le persone che ci seguono con amore, i nostri amici e familiari che assecondano le nostre paturnie e che ci danno la forza e tutto l’appoggio possibile per permetterci di continuare a vivere questo gioco-sogno. La nostra attuale insegnante poi è una seduta assai comoda e stimolante!
Nel passato invece le sedie su cui riposare sono state le nostre mamme (anche i babbi dai, ma meno… bisogna essere oneste!). I momenti di crisi nello studio di uno strumento sono innumerevoli. Lo scoramento è sempre dietro l’angolo. Da piccini non ci riesce fare niente e smettere è una tentazione forte. Da adolescenti vorresti uscire e non stare 4 ore ogni giorno dietro una tastiera. Da giovane adulto vorresti fare il teppista e invece le ore sono diventate sette… smettere è il pensiero fisso… ahahaha! Ma se hai qualcuno alle spalle che ti sorregge e che ti fa sedere, bere un bicchiere di latte caldo con il miele, e ti parla, ti racconta di cosa sei diventato davanti al piano, allora tutto diventa più facile.

Ci regalate una sedia della vostra vita?

Mad Emoiselle Sarabande potrebbe prestarti il suo sgabello tondo marrone, ma solo per qualche ora, poi dovresti restituirlo perché quello è un po’ la coperta di Linus, si porta ovunque e più di una volta ci ha salvate nei concerti quando mancava una seduta per le pianiste!!! Ma la sedia che ti vogliamo regalare è una di quelle che ci ha viste sudare, tremare, gioire, scalpitare, piangere… il panchetto marrone davanti al pianoforte Kawai, sempre marrone, nello stanza-studio della nostra insegnante… lì forse c’è scappata pure qualche goccia di pipì per la paura ma anche abbracci tenerissimi tra chi come noi stava scoprendo un mondo nuovo e chi come lei, la nostra insegnante, ogni volta ce ne mostrava un pezzettino in più.

Info:
mademoisellesarabande.tumblr.com
facebook

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Un pensiero su “Intervista alle Mad Emoiselle Sarabande

  1. Brave, brave, brave e belle! Non mi stanco mai di ascoltarvi ed è sempre un'emozione. Teresa

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