Il collega

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Chiunque abbia lavorato in un ufficio ne ha incontrato almeno un esemplare. Forse più d’uno. Non sa bene quale sia il suo posto. Forse quell’instabilità non investe solo il suo ruolo lì dentro, ma non è dato sapere. Viene da lontano, si sposta con i mezzi, treni pullman metro tram autobus, passaggi se la giornata è fortunata. E’ spesso stanco, e qualche volta ombroso. Il precariato, l’essere di passaggio, lo incarna: forse è per questo che sempre ondeggia tra il dare e non dare. Alla scrivania di fortuna che gli hanno assegnato sta poco e sempre in punta alla poltroncina, sporgendosi verso gli altri. Il più delle volte siede alle spalle di chi gli vorrebbe insegnare qualcosa. Annuisce, a tratti si assenta, forse per stanchezza, forse per disinteresse o stolidità. Da un lato vorrebbe eclissarsi e farsi invisibile, che tutto appare estraneo, temibile. Dall’altro – lo si capisce, ma spesso tutti si finge di non capire – vorrebbe essere utile e dimostrare le buone intenzioni. Nella zona caffé non fuma e allora se ne sta in piedi, mentre tutti si svaccano sulle sedie sbucciate e spaiate intorno al posacenere. Lui resta in piedi, appeso alla stanghetta plasticosa con cui gira il caffé. Si guarda intorno, continuamente, e gli pare che tutto quello che attira la sua attenzione sia superficiale e inutile, sia altro da ciò che gli sarebbe richiesto, altro da ciò che si sarebbe immaginato. In pausa pranzo è costretto a socializzare, a mescolarsi a quel branco in cui tutto è già stabilito e di cui ignora le alchimie. Mangia in silenzio, ascolta senza intervenire e spesso deve portarsi la sedia, che tutti i posti son presi. Più di tutto gli pesa la mancanza di finestre, quella luce al neon dalla mattina fino a sera, vorrebbe sedersi fuori, a mangiare al sole seduto sui bancali abbandonati, all’aria aperta. Sospira, non s’affezionerà mai a niente di tutto questo.

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